testo di – LUCREZIA IUSSI

 

NdR: “ART-ICOLI è, prima di tutto, un gioco di parole. È un gioco che, prima o poi, tutti abbiamo fatto, seduti su una poltrona di un museo o davanti alle immagini del libro di storia dell’arte. Ecco, gli ART-ICOLI sono proprio questo, storia dell’arte, ma, ancora più esattamente, storia nell’arte. Sono testi minuscoli, rapidissimi, che raccontano un’opera, che è racconto a sua volta. Sono fatti per essere letti con un occhio, mentre l’altro osserva l’immagine che ne ha fornito lo spunto. Si scoprirà, allora, che sono mille le storie che possono nascere dalla stessa fonte. Tutte vere e tutte inventate”.

 

 

Siamo rimasti solo io e te.

No, non proprio. C’è un uomo seduto al bancone, paonazzo, che sussurra parole sconnesse dentro una tazza colma di caffè grigiastro e tiene il cappello calato sul viso; la sua sagoma è simmetrica alla tua: pare la copia sbiadita di quello che diventerai. Le sue labbra mormorano una cantilena sguaiata, che non ha alcun senso, ma, mi rendo conto, queste parole sono l’unica ancora che mi permette di non annegare in quest’ora buia e silenziosa, mi tengono a galla, mentre il tuo profilo tacito e duro cerca di trascinarmi a fondo. Le ascolto, ma da lontano, come si ascoltano da lontano gli uccellini al mattino, mentre ci si veste soli davanti allo specchio.

Tengo tra le mani un dolce appiccicoso e lo faccio dondolare al ritmo del farneticare di quell’uomo ubriaco; è la routine di un momento, tu nemmeno te ne accorgi, ma se mi conoscessi sapresti che è di questo che ho bisogno: della ripetizione calma e confortante, in ogni cosa. L’uomo ha iniziato a mescolare col cucchiaino il caffè e, come parte di un’orchestra che prende corpo, il tintinnio sulla tazza dà il tempo alla melodia stonata che è diventata la mia vita. Tu mi hai ridotto così. So che se mi potessi vedere riflessa in uno specchio ora non mi riconoscerei: mi sono dipinta in faccia la donna che tu volevi che fossi, soffocando le lacrime con l’ombretto, ovviando con il rossetto alla nausea che mi dà ormai il solo pensiero di me stessa. Mi disgustano i capelli tirati su, mummificati dalla lacca, il vestito troppo stretto, da bambola. Mi piacevano tanto le bambole, ma era una vita (o era un istante?) fa.

Cerco ancora la tua mano con la mia, un gesto spontaneo che mi disgusta ancora di più: questa è adesso la mia vita, cercare di raggiungerti nell’impressione di averti vicino e accorgermi troppo tardi che sei già da un’altra parte, la tua attenzione è già per qualcun altro. Per chiunque altro. “Ci fa un altro caffè?”, il cameriere annuisce. “Sì, signore”. Sì, signore; l’ha detto lui o l’ho detto io? Continuo a far danzare il dolce tra le mie dita; si sta sciogliendo e tu neanche mi guardi.

D’un tratto l’uomo al bancone smette di girare il cucchiaino nella tazza. Lo getta malamente sul legno scuro e se ne va, borbottando fino all’uscita. Fa più rumore adesso, con la sua assenza. Lascio cadere il pezzo di dolce dentro al mio caffè ormai freddo, una goccia mi schizza sul vestito, una lacrima di trucco nero mi riga la guancia.

“Vado a casa”, le parole mi graffiano la gola e si macchiano di rossetto quando mi escono dalla bocca, e tu mi guardi con lieve stupore, ma poi il mare ritorna subito calmo e con un guizzo mi baci la guancia. Mi accorgo solo dopo qualche istante, quando l’aria mi riempie i polmoni, che sono corsa in strada.

Mentre cammino verso un taxi mi strofino forte le braccia.

Com’è fredda la notte, per una bambola.

Nighthawks-Nottambuli-Edward-Hopper

 

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata