Testo di – LUCREZIA IUSSI

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NdR: “ART-ICOLI è, prima di tutto, un gioco di parole. È un gioco che, prima o poi, tutti abbiamo fatto, seduti su una poltrona di un museo o davanti alle immagini del libro di storia dell’arte. Ecco, gli ART-ICOLI sono proprio questo, storia dell’arte, ma, ancora più esattamente, storia nell’arte. Sono testi minuscoli, rapidissimi, che raccontano un’opera, che è racconto a sua volta. Sono fatti per essere letti con un occhio, mentre l’altro osserva l’immagine che ne ha fornito lo spunto. Si scoprirà, allora, che sono mille le storie che possono nascere dalla stessa fonte. Tutte vere e tutte inventate”. (Edoardo Righini)

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Il ricordo mi tormenta da quando te ne sei andata. Sento l’odore del fiume sulla pelle e il freddo che mi punge gli occhi, le tue dita stanche aggrappate al mio giaccone. Riesco ancora ad avvertire la loro presa su di me, quasi a marchiarmi il braccio col tuo amore di madre. Vedo le luci della città riflettersi sul tuo volto segnato, i tuoi occhi sempre su di me, come se dovessi frugare ogni dettaglio del mio corpo, riuscire a imprimerlo nella tua mente: già lo sapevi che sarebbe stata l’ultima volta.

Mi hai chiesto di vedere insieme la notte e di camminare a un pelo dall’acqua anche se le tue gambe erano a un passo dal cedere, e io senza dire una parola ti ho assecondata e ti ho sorretto per tutto il tragitto, come facevi tu quando ero bambino. Avrei dovuto dire qualcosa, ma ho voluto prepararmi alla tua assenza con il silenzio, pensando che sarebbe stato più semplice poi, muovermi tra le stanze fredde di questa casa troppo grande, da solo. Non lo è stato.

Chiudo gli occhi e vedo le stelle riflesse nell’acqua nera, e io e te, due figure tanto strette l’una all’altra che paiono una sola, vedo le barche attraccate al molo e sento il tuo respiro calmo e profondo, il tuo profumo di madre mi avvolge, e ora so di essere stato sempre un bambino, so che la mia essenza è stata solo e sempre quella di “figlio”, anche quando ho cercato di scappare da questo nome e mi sono costruito intorno una vita lontana mentre tu mi aspettavi sempre. Sapevi che sarei tornato, e le tue braccia erano aperte ad aspettarmi, i tuoi occhi sempre fissi sulla porta. Così faccio anche io adesso, ogni mattina, anche se è un gesto sciocco e infantile, perché i morti non tornano a casa.

La sera torno sul Rodano e cerco di ricreare quella notte, mormoro scuse inutili nell’aria leggera e immagino il tuo sorriso buono come risposta, nella sagoma di un’onda nera. Ma lo scroscio dell’acqua copre la mia voce e il tuo sorriso si infrange sulla riva. Rimango solo a guardare le stelle e mi accorgo, ora che non ci sei più, che non so più chi sono.

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