Testo di – Francesco Pieraccini

 banana

L’arte potrebbe essere oggetto e pensiero.

Oggetto, perché si fonda su un rapporto tra gli uomini: c’è bisogno di un tramite, un filo teso tra gli estremi. Il pensiero trasforma il filo teso in nota vibrante, tirandolo di più per farlo più acuto, meno per renderlo più grave. Il filo di per sé non ha valore se non viene modulato e suonato, d’altronde chi non ha corde e pizzica l’aria terrà la sua musica solo per sé. Dunque nessuno dei due è preponderante, solo la loro combinazione genera senso nel mondo dell’arte. Teoricamente l’oggetto in sé potrebbe essere qualsiasi cosa, ammesso di pensarlo nel modo giusto.

Qualsiasi cosa. Allora pure una banana. Non si scappa, una volta tirato il sasso non si nasconde la mano. Bel dilemma questo: “si può sbucciare concettualmente una banana senza scivolare nel banale?” Quasi come Amleto, solo con in mano una banana. Dunque raccolgo la sfida, mettetemi alla prova.

Ne riparliamo quando vi verrà voglia di sbucciarvene una.

 

Delirio Atopico della Banana

 Bogotà, 2009: un intero piano di un edificio in Plaza de San Victorino trabocca banane dalle finestre. E’ come se fossero esplose al suo interno per invadere tutto l’ambiente, un universo appena nato dal banana bang. La follia della natura ti sovrasta e scappi via lungo l’Avenida Jimenez, senza voltarti mai. Nel giro di un chilometro la città intorno a te cambia, i localetti poveri scompaiono piano a piano per far spazio ai quartieri agiati, come se la città fosse divisa in due. Ma la visione finale è sempre la stessa.

Perché, proprio di fronte a te, eccone un altro, identico, il gemello, vittima della stessa sorte.

Le banane hanno invaso tutto il quarto piano.

L’opera di cui parla la nostra storia si chiama Delirios Atòpicos ed è stata installata in via effimera nella capitale della Colombia per l’evento artistico Lugares Comunes (2009). Questo aficionado della banana si chiama Héctor Zamora (Città del Messico, 1974) ed ha riempito le stanze di due edifici dal simile taglio architettonico con quattordici mila chili del frutto in questione.

Ma basta con le presentazioni: togliamo la buccia ed entriamo nell’opera.

Delirios Atòpicos non si limita soltanto a sovvertire la realtà delle cose, decontestualizzando il panorama urbano della città con un intervento assurdo, delirante appunto.
Tralasciando il fatto che si tratta di un alimento principale nella dieta del paese, per chi vive a Bogotà la banana ha un rimando ben preciso. Lo stesso Zamora conferma, tra i primi commenti all’opera, come la sua installazione abbia a che vedere con la situazione politica del paese, nello specifico dei suoi rapporti non precisamente idillici con le compagnie produttrici di banane nordamericane che hanno in Colombia le loro piantagioni, come la United Fruit Company (adesso Chiquita Brands International). In un sanguinoso dicembre del 1929 l’esercito del governo, sotto la pressione invadente della multinazionale, da via a quello che è stato chiamato Massacre de las Bananeras, caricando gli operai della compagnia che manifestavano per le dure condizioni di lavoro. In anni più recenti, la stessa impresa è stata multata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti per 25 milioni di dollari per aver finanziato illegalmente gruppi paramilitari colombiani (Candela,2012).

E’ incredibile come un oggetto per noi fonte tutt’al più di ironia, possa caricarsi di un così grande peso evocativo.

Non è tutto.

Anche gli edifici scelti dall’installazione sono legati a Bogotà: simili nelle fattezze, distanti circa un chilometro l’uno dall’altro, appartengono a contesti ben diversi. Al primo, a Plaza de San Victorino, appartiene la parte povera della città, l’altro, l’edificio Monserrate, marca il principio della zona Nord, ricca, benestante.

E’ lo stesso artista a parlarne:

 “E’ stata interessante anche la reazione dei padroni dei locali. A San Victorino il proprietario del posto era un signore molto amichevole, preso dal progetto. Al lato opposto, lavorammo con l’avvocato che era a capo dell’ufficio. Una persona agiata, di alta classe, che arrivò due giorni prima dell’inaugurazione e ci chiese di chiudere l’esposizione, perché non concepiva che una cosa del genere fosse arte. Alla fine tutto si tradusse in un ‘voglio più soldi’”. (Tradotto da “Delirios Bananeros Unen Pobres y Ricos”, Oliver Flores Rodrigez, 2009)

L’opera mette alla luce le incongruenze socio economiche di una nazione dove la disparità nella distribuzione della ricchezza è tra le più alte di tutto il Sud America (World Bank, 2010). Allo stesso modo l’installazione rimette in gioco in maniera lampante una caratteristica fondamentale dell’arte, la sua capacità di creare, non tanto la materia quanto il suo significato. Zamora raccoglie i nessi simbolici del frutto e li ripropone con una forza dirompente: ad esplodere lungo l’ Avenida non sono tanto le banane in sé, quanto gli attriti e le tensioni politiche e sociali che le connotano, come se spettri del passato ancora attuali ti piovessero addosso in una valanga. La valanga si precipita e ricrea legami, unisce i ricchi avvocati, i ristoranti costosi attorno al Monserrate e gli umili abitanti di San Victorino nell’urgenza di riconoscersi in un volto.

Comuni nel cibo come nella loro identità.

 

Nota:Per chi fosse in pensiero per le banane, prima che andassero a male, furono tutte donate ad istituzioni di beneficenza per volere dell’artista.

Per assolvere una funzione a loro più consona.

 

 

Bibliografia e Sitografia

 –         “Contraposiciones, Arte Contemporaneo en Latinoamérica”, Iria Candela/ Alianza Forma 2012

–         “Héctor Zamora”,Dossier della Galleria Labor, Città del Messico

–         “Héctor Zamora, Delirio Atopico in Bogotà” 2011, dal sito “The Adamant Chic”: http://theadamantchic.com/2011/07/14/hector-zamora-delirio-atopico-in-bogota/

–         “Delirios Bananeros Unen Pobres y Ricos”, Oliver Flores Rodrigez / Articolo per il giornale “Excelsior”, 2009

 

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