Testo e immagini di – LEANDRO BONAN

Berlino, dall’indomani della crisi economica che da anni è ormai onnipresente nel dibattito politico, nell’informazione, perfino nelle scelte quotidiane della nostra normalissima vita, è diventata un’abusata metonimia per un’idea, ancora più che uno Stato: il rispetto degli accordi presi, l’inflessibilità contrattuale, e l’esaltazione di rigore ed austerità – parola che da sola causa a molti un brivido lungo la schiena – a virtù cardinali.

Berlino, però, è anche e soprattutto una vivida e vibrante capitale europea, dalla storia tanto recente d’aver lasciato ferite ancora sanguinanti tra i continui cantieri che l’attraversano. Una città che forse non è né maestosa come Parigi, né multiforme come Londra, ma che ha un fascino unico nel suo genere, fondendo la vivacità e l’entusiasmo di un ventenne con la malinconia e la saggezza di un ottuagenario.

Il mio obiettivo è qui di farvi per un attimo scordare Angela Merkel, Scheuble, lo spread e “i compiti che vanno fatti a casa”, affinché la prossima volta che sentirete nominare Berlino vi appaiano agli occhi lo scorrere placido della Sprea, il dilaniante scontro tra il dovere di ricordare il passato ed il bisogno di lasciarselo alle spalle, gli abiti da sera della Philarmonie e le serate infinite di elettronica in club come il Berghaim e il Renate.

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Inizio con una domanda: Quanti tra i lettori che hanno visitato Londra sono stati emotivamente scossi dal monumento che ricorda il punto da cui divampò il Grande Incendio che distrusse oltre metà città? Molti nemmeno l’avranno visitato, presumo, o magari avranno visto la colonna, per poi subito dimenticarla.

E’ il destino di molti luoghi storici o celebrativi: vengono visitati perché sono consigliati dalla guida, perché sono famosi o belli, vengono fotografati, ma non comunicano nulla. Non svolgono il compito per il quale sono stati eretti, ossia ricordare, far riflettere, emozionare.

A Berlino non funziona così, però.

E’ pressoché impossibile rimanere impassibili, non farsi trasportare dall’atmosfera di raccolta solennità che si respira pressoché ovunque nella città, eccetto che nei locali, ove la cappa di fumo di sigarette copre ogni altro odore. E’ impossibile, almeno per chi scrive, non rabbrividire dinnanzi alle oltre 2000 bare che all’aperto testimoniano la colpa, ineliminabile e sempre presente nella cultura tedesca, dell’Olocausto. La collocazione del labirinto di blocchi di cemento non è senz’altro casuale, a due passi dal simbolo di Berlino, la porta di Brandeburgo, e separa la porta da quello che fu dopo il crollo del muro il più grande cantiere d’Europa: Potsdamer Platz. Qui negli anni Novanta furono chiamati i più grandi architetti del mondo, dal nostro Renzo Piano al giapponese Arata Isozaki, per realizzare quella che doveva essere la prova della volontà di riscatto della neoriunificata Germania. Una dichiarazione d’intenti per il futuro, che sorge proprio nel luogo che più soffrì la costruzione del muro. Potsdamer Platz infatti era dai tempi dei Kaiser il centro culturale della città, con caffè dove i letterati si trovavano per discutere, e venne dilaniata dal muro, che la separò in due parti, relegandola per 26 anni a Trümmerland, una terra di macerie. Tra il simbolo della storica Berlino e il simbolo della nuova Berlino si erge quindi il memoriale alle vittime ebree del nazismo, ad indicare l’impossibilità di risorgere senza prima prendere coscienza e sempre ricordando quanto è successo.

A ciò s’aggiunga, oltretutto, che gli avvenimenti ricordati dai memoriali e dalle statue di Berlino sono vividi e recenti: se non noi, i nostri genitori hanno ricordi antecedenti la caduta del muro, e i nostri nonni hanno vissuto la seconda guerra mondiale.

Non si può soffrire per morti di trecento anni fa, sono irreali ed intangibili. Se gli avvenimenti risalgono, però, ad un paio d’anni prima o dopo la nostra nascita, beh, allora tutto cambia. Ci si ritrova di colpo proiettati in quel recente passato, di cui esistono registrazioni audio e filmati a colori, e si fissa il punto che si è appena attraversato sovrappensiero, realizzando che lì, una volta, c’era un muro che divideva non una città, ma due mondi contrapposti.

Il continuo viaggio nel tempo Berlino l’ha realizzato anche architettonicamente, accostando spesso elementi tra loro grossolanamente diacronici, che eppure risultano curiosamente armoniosi.

Così nasce per esempio l’aspetto dell’odierno Parlamento, il Reichstag, dato alle fiamme nel 1933 – non si sa ancora oggi con certezza da chi – bombardato dagli alleati durante la seconda guerra mondiale, e completamente restaurato nel 1999 dall’architetto britannico Sir Norman Foster. Per permettere di sostituire una loggia ispirata a quelle del Palladio con una cupola in vetro e acciaio, bisogna essere sicuramente coraggiosi. O incoscienti, o forse un po’ entrambi, ma il risultato è splendido, e a suo modo emblematico: la Storia va ricordata ed insegnata, ma senza fossilizzarla (per quelli c’è il museo di storia naturale, il Naturkunde, che ospita tra l’altro lo scheletro di dinosauro più alto al mondo).

Riportare esattamente il palazzo com’era avrebbe implicitamente sminuito la Storia, come se quell’incendio, che segnò il destino del mondo, consegnando sull’onda della paura la Germania a Hitler, come se quei bombardamenti, che se liberarono l’Occidente dall’orrore nazifascista causarono migliaia di vittime innocenti, non fossero mai avvenuti. La cupola di vetro non si può ignorare, nel suo rifulgere sotto i raggi del sole, e ci dice che se tutto è tornato alla normalità, nulla potrà mai tornare come prima.

Concetto reso in modo ancora più vivido e drammatico dalla Gedächtniskirche, sulla zona sud-ovest della città, a due passi dalla versione tedesca di Harrods, a cui di Harrods manca solo il kitsch: la Kaufhaus des Westens, i Grandi Magazzini dell’Ovest, o semplicemente KaDeWe. La chiesa, appunto, fu vittima del bombardamento aereo alleato, e il neonato governo della Germania dell’Ovest decise di lasciarla a monito perenne dell’orrore della guerra. Le uniche opere di restauro sono state relative alla messa in sicurezza dell’edificio, ma né il tetto né i muri sono stati riparati. La chiesa appare così in tutta la sua tragica mutilazione, con il tetto sventrato, ed una ferita ancora aperta che espone la navata centrale alle intemperie, con i muri crivellati dai loro stessi frammenti, che nell’impatto delle bombe si sono tramutate in proiettili, con le statue decapitate che mute chiedono pietà a braccia aperte. Accanto alla chiesa, in modo tale che sia impossibile ritrarla da sola, sono stati però eretti due edifici blu ed ottagonali, stridenti e incoerentemente perfetti. Essi sono rispettivamente la nuova chiesa, che continua il servizio di quella che la Storia ha trasformato in dolente testimone del Male, e la relativa torre campanaria. Formalmente, ancora una volta, nulla è cambiato: i fedeli vanno a messa nella medesima piazza, alla medesima ora, ma tornare indietro è impossibile.

Non pensiate, però, a Berlino come ad una città raggomitolata gemente nel suo drammatico passato. La questione delle responsabilità e della colpa per gli avvenimenti storici, la Schuldfrage, è senz’altro ancora presente – poche settimane fa è stato condannato a quattro anni di reclusione per favoreggiamento al nazismo il novantaduenne bibliotecario del campo di concentramento di Auschwitz – ma la gente non vive per questo in modo austero o raccolto. Il parco, a nord della città, che durante la divisione tra Est e Ovest era attraversato dal muro, ha preso del muro solo il nome: Mauerpark. La domenica i berlinesi vi si ritrovano per un gigantesco mercato delle pulci, vi si tiene un affollato karaoke fino al calar del sole e famiglie e squatter si ritrovano fianco a fianco a fare picnic. Al tramonto, dopo una giornata d’intenso lavoro – che però finisce rigorosamente tra le 4 e le 6 – sono soliti sedersi sulle rive del placido fiume che attraversa la città, la Sprea, bevendo birra, letteralmente meno costosa dell’acqua.

E’ una città, nonostante le dimensioni – oltre 3,5 milioni di abitanti – e l’importanza economica e politica, che ha mantenuto una certa leggerezza nel vivere, che altrove è ormai da tempo sopita, schiacciata dalla frenesia degli affari. Berlino è, per ora, miracolosamente priva dell’isterico strombazzare dei clacson e delle persone arrabbiate che tengono rigorosamente la sinistra sulle scale mobili. Chissà quanto durerà. Intanto visitatela, appena potete: vale davvero il viaggio.

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