Testo di – GIULIA BERTA

9 maggio 2018, ore 20.15. Quando gli spettatori, in lieve anticipo come è buona usanza quando si va a teatro, si siedono sulle poltroncine del Piccolo Teatro Strehler di Milano, le Bestie di Scena sono già lì, in pantaloni della tuta, a saltare, agitare le braccia, sgranchire le articolazioni. Fino a qui niente di strano, tutti i performer lo fanno prima di esibirsi. Fatto sta che lo spettacolo, dall’inizio previsto alle 20.30, è in qualche modo già iniziato, in sordina e senza avvertire nessuno. In una continuità progressiva d’ambiente lo spettacolo poi inizia davvero, ma senza che le luci si spengano in platea mentre le Bestie di Scena si liberano dei loro vestiti e ce li lanciano. Dopo pochi minuti loro sono nudi e ti guardano, e sai che possono vederti, e anche il tuo vicino di poltrona lo può fare. Non c’è scampo dai loro occhi, e ti senti un po’ come quando eri piccolo e mentre guardavi un film con i tuoi genitori partiva una scena di sesso. Sai che non è educato guardarli, non è rispettoso, e allora i tuoi occhi iniziano a vagare per il palcoscenico. Solo che sul palcoscenico non c’è niente, solo quattordici persone nude, e allora non ti resta che guardarli.

Le Bestie di Scena sono innocenti come bambini; come automi, o ingenui animali, utilizzano gli oggetti che via via vengono gettati loro in sala, taniche di acqua, bambole meccaniche, teli, scope. È un utilizzare senza scopo, un usare senza uso che rimanda alla lenta riscoperta del mondo dopo la cacciata dall’Eden. Adamo ed Eva nacquero nudi e acquisirono la condizione di esseri umani, figli reietti di un Dio tradito, acquisendo la consapevolezza e la vergogna di esserlo; e così le Bestie di Scena si coprono i genitali, i seni e gli occhi, per far sì che noi non li vediamo, ma soprattutto per non vedere noi che li guardiamo, in un crudele gioco di specchi che sembra più un gioco al massacro.

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Piccola nota personale: sono molto scettica riguardo al nudo in teatro, e non per una qualche sorta di moralismo, bensì per la completa assenza di esso. Sono lontani i tempi in cui un Gavrilov diretto da Nijinskij scandalizzava il pubblico grazie a un costume risicato e a una masturbazione simulata, e anche il sorridente faccione di Smaila che rivolge battutine viscide alle desnude ragazze Cin Cin in seconda serata è ormai un ricordo: il corpo, in tutte le sue declinazioni, è talmente protagonista delle nostre esistenze da rendere il nudo come espediente per scandalizzare una mossa puerile, quasi tenera. Ma il punto, in Bestie di Scena, è che il nudo non scandalizza, e non lo fa perché non vuole farlo. Non è un nudo gratuito quello che si muove sul palco: è un nudo motivato, sensato al di là della sterile provocazione, un nudo che si fa sentire faticosamente e dolorosamente tra gli attori prima ancora che tra gli spettatori.

Il mettersi a nudo fisico assume quindi i toni di un mettersi a nudo spirituale e intimo, una condivisione profonda con il pubblico che fa parte del mestiere dell’attore, e ancora più specificatamente, dell’attore di teatro: dimentichiamoci di vedere un uomo di palcoscenico talmente spigliato e sicuro di quel che fa da farci a malapena dubitare che dietro a quell’ora di spettacolo ci siano giorni interi di prove, sudore, pianti, litigate e cocenti attimi di sconforto. Alle Bestie di Scena non interessa nascondere la sofferenza dell’attore, ma anzi quella sofferenza ce la vogliono mostrare, dimostrare, tirare contro. Solo le loro – peraltro veramente pregevoli – acrobazie sembrano senza peso: di tutto il resto la fatica, il lavoro e l’impegno ci viene mostrato, e anzi viene esibito con orgoglio. La completa mancanza di una trama, di battute definite, di un arco narrativo, pone ancora di più l’accento sull’attore, lasciando il testo ai margini, nella piena realizzazione di quel Teatro della Crudeltà che già Antonin Artaud teorizzava.

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Ma il nudo non è solo disagio e pudore, il nudo è anche e soprattutto bellezza, una bellezza animalesca delle bestie selvatiche e dei loro movimenti poderosi: così, grazie al filtro della nudità, i movimenti eccentrici, eccessivi, i salti propulsivi e i contorcimenti tarantolati assumono nel tendersi dei muscoli dei performer la forza nuova e primordiale dei corpi, non oggetti eterei della danza classica o sensuali come nel tango, ma pure espressioni della potenza violenta e istintiva che risiede nella percentuale di DNA che abbiamo in comune con le scimmie. E proprio le fisicità così diverse degli attori, i loro nudi senza veli, le luci che scavano senza pietà tra le costole e nei i buchi di cellulite sottolineano con maggior impatto la necessità di riappropriarsi della bellezza intrinseca dell’uomo in quanto formidabile macchina vivente, di ridare all’uomo la bellezza vitale propria della tigre e della gazzella in un tempo in cui essa, in mano a stilisti, fotografi e fashion icon, è diventata una bellezza da posa, quanto più possibile statica, il cui dinamismo si limita all’ancheggiare sensuale al ritmo delle hit caraibiche.

In definitiva, Emma Dante confeziona uno spettacolo che va oltre le aspettative e cammina sul filo del grottesco senza mai cadere, dando sfoggio di una grande perizia tecnica e di palcoscenico, non riuscendo però a convincere del tutto: se per un pubblico vergine essa risulta fin troppo cervellotica e arzigogolata, per uno più accorto non può che suonare già visto. La danza espressiva e la forza pura del movimento sono eredità del Living Theatre, l’assenza di testo e di narrazione fa molto Artaud e in generale il clima che si respira è quello sì dell’avanguardia teatrale, ma di un’avanguardia passata. Comunque, aria anni ’80 a parte, si paga senza dubbio un’ora di grande qualità: il teatro è morto, viva il teatro.

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