Testo di – Davide Landolfi

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Quello che rende grande Beyoncé non è solo la voce o le sue doti nel ballo, ma la passione e la convinzione che emana ogni sua singola pubblicazione.

Poco importa, poi, se prende ispirazione da un’esibizione di Britney Spears o da Lorella Cuccarini: infatti, è ormai risaputo che tutto quello che Beyoncé propone non sempre è farina del suo sacco, ma ciononostante, è ancora in grado di emergere dalla massa. E lo fa con un visual album.

Il visual album, il quinto della sua carriera da solista, porta il suo nome ed è composto da 14 tracce più 17 video che sono il vero punto di forza di quello che si può tranquillamente considerare un concept album.

Non che Beyoncé sia nuova a questo genere di progetti, già con il disco B-Day, a termine dell’Era, aveva proposto un dvd autocelebrativo in cui proponeva tutti i video di tutte le tracce presenti nel disco. Ma a stupire, questa volta, è stata la totale assenza di promozione e l’annuncio sorpresa.

Certo, dopo le vendite non esaltanti dell’album 4, la signora Carter doveva pur risollevarsi in qualche modo e in una lotta a colpi di ruggiti, opere d’arte, palle demolitrici e conquiste di Las Vegas, la vincitrice è proprio lei: Beyoncé.

Il visual album nasce, appunto, dalle visioni, dai pensieri sulla vita, da fantasie e da ricordi d’infanzia che l’artista texana ha deciso di condividere con i suoi fans e il mondo intero.

E’ un disco il cui intento è quello di trovare la bellezza nelle imperfezioni (Pretty Hurts), quello di sentirsi donna in tutte le sue sfaccettature anche quelle più sensuali e provocanti (Partition) e quello di condividere sentimenti autentici, onesti (Jelous).

Chi si aspettava il solito vento nei capelli e i soliti colpi d’anca stendi folle dovrà ricredersi perché Beyoncé è un album diverso dai precedenti: la diva gioca a fare l’artista concettuale dove chiara ed evidente è l’influenza della ben più sconosciuta sorella, Solange, che da sempre viene considerata un’artista più di nicchia.

Non manca l’aspetto fierce che è ormai diventato un marchio di fabbrica, ma questo quinto disco ha effettivamente qualcosa in più da raccontare.

Completamente messa a nudo, se ne percepisce l’anima più profonda, l’anima di una donna che è forse stufa di tutto l’hype e macchine ingegnose dietro i propri lavori che si presenta senza troppi fronzoli strizzando l’occhio, questa volta, a produzioni più indie o hipster.

Rimangono sempre le produzioni di alto livello quali Timbaland, quasi irriconoscibile, The Dream, gli amici di sempre Justin Timberlake e Pharrell Williams che uniscono le forze nella poppish Blow, e altrettanto succosi i featuring, questa volta tutti al maschile come Drunk In Love feat. Jay-Z, che richiama alla memoria la decennale Crazy In Love, Mine feat. Drake o Superpower feat. Frank Ocean, dove il trasporto e il pathos raggiungono picchi al di sopra della media.

Particolarmente accentuati le influenze dal passato 70ies, 80ies (Blow) e 90ies (Mine) e gli omaggi (?) a Prince (No Angel) e Janet Jackson (Rocket).

Dopo aver dimostrato di essere una performer a tutto tondo, Beyoncé, conferma il suo status di artista completa dando per la prima volta spessore e credibilità a un suo progetto e tranquillamente trascurabile è quella vena di ipocrisia in Pretty Hurts dove il testo “Perfection is a disease of a Nation” non corrisponde alla mania di perfezione che contraddistingue la Signora Carter e tutti i suoi dischi.

Insomma, Beyoncé con questo visual album fa sapere che oltre alle gambe e al sedere tanto celebre c’è di più, molto di più.

 Voto: 9

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