Testo di – GIULIA BOCCHIO

 

Si sa, il bello è legato al soggettivo e a questioni estetiche che abbracciano un sentire comunemente chiamato gusto, sempre relativo all’occhio osservante e alle contaminazioni di tempo e trasformazioni culturali che, in un teatro di sterminate iconologie ci accolgono come spettatori diretti e prediletti fruitori di un bello che non sempre ha rimato con un univoco modello.

E se la percezione e la rappresentazione artistica della bruttezza è un complesso di sentimenti ben più ampio del semplice disgusto, anche il bello è ricco di auree da disambiguare e di ammaccature non scontate.

Bruttezza e bellezza paiono un gemellaggio infernale, indissolubile, un complementare necessario in un connubio eterogeneo di aggettivi che sconfessandosi fra i propri contrari tendono straordinariamente a definirsi; ed è per questo che ben si prestano all’arte, alla poesia, alla filosofia, alla teoresi e soprattutto alla critica. Qualche volta stroncante, altre risibile; ecco che la storia dell’arte è anche una variegatissima raccolta di celebri stroncature dovute a esperti del tempo riguardo a opere che noi oggi consideriamo incomparabili classici: basti pensare alle parole che un certo Louis Spohr riservò per la prima esecuzione della Quinta di Beethoven , «Un’orgia di frastuono e volgarità!», o alla celebre esclamazione di Émile Zola su Cezanne :  « Avrà avuto anche le doti di un grande pittore, ma gli è mancata la volontà di diventarlo.»

Basti pensare a Napoleone: per poter fare entrare comodamente in Notre Dame di Parigi il corteo della sua incoronazione a imperatore, fece tagliare il timpano del portale centrale della cattedrale distruggendo un capolavoro di quell’arte gotica che a inizio Ottocento era considerata come barbara e primitiva.

Anche alcuni capolavori della letteratura mondiale non sono passati indenni sotto lo sguardo scrupoloso e indagatore dei contemporanei, forse troppo ancorati al presente e privi di quella prospettiva che permette di cogliere la portata delle innovazioni che quelle righe inglobavano. Storie, vicende e personaggi che avrebbero segnato la storia, il gusto e l’immaginario di un mondo che non ne avrebbe certo facilmente dimenticato gli echi ma che ugualmente furono sfiorate dalla percezione del brutto:

«Dovrebbe essere raccontato a uno psicoanalista, e probabilmente è stato fatto, ed è stato trasformato in un romanzo che contiene alcuni passi di bella scrittura, ma è eccessivamente nauseante. Raccomando di seppellirlo per mille anni» (Rapporto di lettura su Nabokov, Lolita, 1995);

«Impossibile vendere storie di animali negli USA»  (Rapporto di lettura su George Orwell, La fattoria degli animali, 1945);

«Ho appena terminato di leggere lo Ulysses e lo giudico un insuccesso… È prolisso e sgradevole. È un testo rozzo, non solo in senso oggettivo, ma anche dal punto di vista letterario.» ( Dal Diario di Virginia Woolf);

«Fra cent’anni Les fleurs du mal verranno ricordati solo come una curiosità» ( Émile Zola in occasione della morte di Baudelaire);

«Walt Withman ha lo stesso rapporto con l’arte che un maiale ha con la matematica»

(The London Critic, 1855);

«Nei suoi romanzi non c’è niente che riveli particolari doti immaginative, né la trama, né i personaggi. Balzac non occuperà mai un posto di rilievo nella letteratura francese» ( Eugène Poitou, Revue des deux mondes, 1856)

«In Cime tempestose i difetti di Jane Eyre (della sorella Charlotte) vengono moltiplicati per mille. A pensarci bene l’unica consolazione che ci resterà è il pensiero che il romanzo non diventerà mai popolare» (James Lorimer, North British Review, su Emily Brontë, 1849).

 Questi sono solo alcuni degli innumerevoli esempi in cui la percezione del brutto ha annegato tutti gli aggettivi del bello, ma in fondo come scriveva Nietzsche di se stesso c’è chi viene al mondo postumo, troppo per essere compreso nel presente.

 

Riferimenti bibliografici:

Umberto Eco, Storia della bruttezza, Bompiani, Milano, 2013

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