Testo di – FEDERICO LA PIETRA

 

La Body Art sembra ormai essere l’ultima frontiera del valore artistico.

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Corpi tumefatti, attraversati da elementi tanto concreti quanto spirituali, sembrano parlare un linguaggio fatto di contorsioni e dilemmi.

C’è chi esprime quello che prova attraverso la flagellazione; chi, invece, predilige l’utilizzo di strumenti tanto astrusi quanto irriverenti o chi, al contrario, intende la propria carne come un semplice rivestimento neutrale pronto per essere macchiato e sporcato con resti putrefatti di materia che invita alla rinascita, in una sorta di innatismo macabro e riluttante.

E se, da una parte, c’è ancora chi ritiene la Body Art nient’altro che una forma espressiva fatta per gli egocentrici, per chi, non avendo un posto nel mondo, tenta di farsi notare gridando, da nudo: “Io sono qui!”. Dall’altra, al contrario, c’è sempre più chi intravede in questo movimento artistico una modalità attraverso la quale è possibile scorporarsi da tutte le congetture e convenzioni di cui siamo intrisi, al fine di entrare in un rapporto diretto e catartico con la forma dentro la quale siamo imprigionati sin dalla nascita, e dalla quale saremo estraniati solo con l’avvento “dell’ora fatale”: la morte.

 

Diverse sono le tematiche che la Performance Art, in generale, affronta.

Tutte, però, sembrano essere accomunate da un filo rosso invisibile e comune, che le attraversa e squarcia in maniera tanto sottile quanto subdola ed incisiva: la spiritualità.

Ebbene sì: la Body Art si colora dei tratti del paradosso.

E’ un’arte che parla dello spirito attraverso il corpo. E’ un’espressione meta-culturale che sfocia nell’onniscienza (se per “onniscienza” si intende conoscere, ma soprattutto conoscersi), sfruttando ogni centimetro di pelle di cui disponiamo e a cui siamo disposti a rinunciare in celebrazione della nostra anima, libera e sola.

 

Diversi sono i volti che hanno inciso e incidono tutt’ora fortemente nel panorama dell’arte del corpo.

Tra tutti e su tutti -sarebbe il caso di dire- quello di Marina Abramovic occupa un posto del tutto speciale.

Seduta su una poltrona di velluto rosso, di una tribuna d’onore qualsiasi, l’artista serba ha da sempre sconcertato e scioccato i più con le sue performance tanto scarne quanto ricolme di significati e significanti che ogni volta si accavallano, in un gioco di sovrapposizioni infinito, destinato, ogni volta e per tutte le volte, a destabilizzare ed ipnotizzare il fruitore-medio, troppo poco iniziato ad un tipo di arte che rimbomba come un’eco gigantesco nelle teste di chi vi assiste, permanendo al loro interno per un tempo potenzialmente illimitato.

 

E quando la sobrietà e i timidi accenni dell’Abramovic si incontrano con la scompostezza e

l’eccessività della Regina indiscussa del pop-post-moderno, incarnazione di un kitsch estremizzato, portato oltre all’immaginabile, è allora, e solo allora, che l’arte, per l’ennesima volta, dimostra la propria poliedricità e duttilità, quella capacità così ferocemente allettante di poter e saper comunicare con realtà estremamente diverse -se non addirittura antitetiche- utilizzando una lingua unica ed universale che parla di sé e soltanto di sé.

gaga

Ascoltando Art Pop, il titolo dell’ultimo album di Stefani Joanne Angelina Germanotta, meglio conosciuta come “Lady Gaga”, non ci aspetterebbe mai di ritrovare una delle più influenti icone moderne, al centro di un bosco nell’Upstate di New York alle prese con delle tecniche impartitagli dalla body artista, con l’obiettivo di ritrovare consapevolezza di sé e della propria fisicità.

Il metodo dell’Abramovic, il quale sta riconoscendo sempre più credibilità e fiducia da parte del pubblico, consiste in una serie di esercizi ed attività che mirano ad una sorta di riflessione profonda e “sviscerale” che coinvolge tanto la mente quanto il corpo .

La cantante, nuda e struccata, ha tolto la maschera. E’ rappresentata sdraiata mentre abbraccia un blocco di ghiaccio nell’assoluta estasi di un silenzio, la cui presenza grava come un gigantesco peso sullo stomaco e sulla testa.

E’ un nodo alla gola che ci spinge a chiudere gli occhi sperando di trovarsi lì, in quel verde.

Vestiti solo delle nostre speranze e delle nostre sostanze incorporee cercando, nel nulla più assoluto, pezzi di noi, ora dispersi nell’aria, ora nell’acqua o nei solchi tra le dita di quelle stesse mani, così fortemente ancorate a quella lastra di ghiaccio immobile e sconcertante.

 

Con gli occhi bendati da una fascia, che all’altezza degli occhi ha due coni gialli e affilati, Lady Germanotta è colta con il volto rivolto verso il cielo, mentre gorgheggia vocali monotone, nell’estasi dell’immobilità.

Ed ancora, vestita, in una tuta bianca e basica, è stesa a terra. Le mani toccano il pavimento, unico punto di riferimento tangibile oltre al buio che la ingoia. Un buio racchiuso completamente in un bendaggio che, forse per qualche istante, riesce a farle dimenticare chi rappresenta: per il suo pubblico, per l’etichetta discografica che la sostiene e , per ultimo, per se stessa.

 

Perché Marina Abramovic ha uno scopo preciso e chiaro in mente: abbandonare tutti i costrutti socio-culturali di cui ogni giorno ci sobbarchiamo per ritrovare L’Essenza, quel sapore agrodolce di noi che spesso releghiamo in un angolo, dimenticandolo e dimenticandocene.

E allora è necessario stare nell’assoluto silenzio, nella scabrosità di un corpo nudo che, almeno in questa occasione, non sembra gridare rivoluzione e sadismo, ma purezza, contatto.

Contatto con la natura, con la realtà fenomenica in cui siamo immersi. Contatto che è fatto di accenni in un gioco cromatico che si esaurisce nell’oblio, nel nero assoluto.

 

Perché se è vero che il mondo policromatico e glitterato a cui siamo abituati appare così estremamente affascinante è anche vero che, delle volte, bisogna fermarsi ed avere il coraggio di tornare indietro.

 

Nel momento esatto in cui il buio era la luce ed in cui le sensazioni obliate erano l’unico appiglio alla vita. Quella vera.

 

 

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