Testo di – GIULIA CUCARI

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L’8 settembre 2017 è uscita la quarta stagione di BoJack Horseman, gioiello creato da Raphael Bob-Waksberg e una delle serie targate Netflix più riuscite, che già dalla prima stagione ha raccolto moltissimi consensi e spettatori entusiasti, oltre a diventare fonte di innumerevoli memes grazie alla magia dell’Internet e a vincere due Critic’s Choice Awards nel 2016.

Per chi fosse digiuno del suo contenuto, qui una ricetta veloce: prendete una star decaduta (il cavallo antropomorfo BoJack, doppiato da Will Arnett) che vive di un passato roseo dal punto di vista lavorativo ed economico ma non altrettanto sul piano delle relazioni interpersonali di qualsiasi tipo, aggiungete tantissimo alcol e molta droga; mettete tutto all’interno di quell’enorme shaker che è una versione animata dell’attuale Hollywood, popolata da umani ed animali antropomorfi; agitate, ma non mescolate, al ritmo di una sigla d’apertura che muta visivamente di episodio in episodio e una di chiusura che faticherete a togliervi dalla testa (eseguita dalla band indie GroupLove); versate in un calice a piacimento, e godetevi la serie di vicende nella vita di BoJack e della sua agente/fidanzata Princess Carolyn (una gatta persiana rosa, doppiata da Amy Sedaris), il coinquilino “imposto” Todd Chavez (Aaron Paul), la ghostwriter femminista Diane Nguyen (Alison Brie) e il suo fidanzato Mr. Peanutbutter (un labrador, doppiato da Paul F. Tompkins).

Descrivere la serie come un “cartone animato per adulti” sarebbe fin troppo riduttivo: da sempre, la sua peculiarità è rappresentata dalla straordinaria capacità di inserire temi ed eventi diametralmente opposti al più ampio contesto ilare, fino ad approfondirli ulteriormente inducendo lo spettatore a interrogarvisi (o, perlomeno, a sussultare quando necessario); lo humor dello stesso BoJack è dettato da un profondo senso di disagio, dovuto ad un’infanzia disadorna che costituisce uno dei leitmotiv della serie (non a caso, il suo personaggio è un perfetto esempio di disturbo narcisistico della personalità: qui un intero articolo al riguardo), insieme alla depressione e alla critica costante dello star system all’interno di cui la star della sit-com di successo anni ’90 Horsin’ Around non riesce più a trovare un posto. BoJack vive all’insegna della ricerca instancabile di riconoscimento e apprezzamento, e il fatto che non tutto ruoti più attorno a lui è qualcosa che fatica a realizzare, innescando una serie di eventi che finiscono inevitabilmente per ferire chi gli sta intorno (oltre che sé stesso); tutto ciò è inframezzato da riuscitissimi giochi di parole, svariate citazioni della cultura mainstream e non, camei di moltissime celebrities del mondo dello spettacolo e soprattutto animal jokes: non è raro vedere uccelli-reporter spostarsi volando, o balene-anchorman irritarsi e cacciare acqua dallo sfiatatoio. Ultima, ma non meno importante, è la filosofia che dirige le azioni dei personaggi, a partire dal nichilismo esistenzialista: se BoJack, vittima anche di quell’esistenzialismo contraddistinto dalla cattiva sorte di Sartre, cerca il conforto nell’alcol, nella droga e nel sesso occasionale, Mr. Peanutbutter reagisce all’insensatezza della vita buttandosi a capofitto in avventure imprenditoriali senza successo (insieme a Todd) e votando sé stesso alla relazione con Diane; allo stesso modo, Princess Carolyn vive del suo lavoro e “si prende compulsivamente cura degli altri nel momento in cui non è capace di prendersi cura di sé stessa” (qui il video che tratta la questione in maniera più approfondita).

BoJack Meme

Questa quarta stagione, però, ha preso tutto ciò che c’era di buono e riuscito e lo ha implementato ulteriormente, sfornando un prodotto a dir poco impeccabile come testimoniano anche i ratings di Rotten Tomatoes (100% basandosi su sole otto recensioni) e Metacritics: vediamo approfondita, se non addirittura completata, la caratterizzazione dei personaggi, le differenze tra loro e le loro problematiche (ad una delle manifestazioni della depressione viene dedicato un intero, splendido episodio), oltre alla trattazione di temi caldissimi quali il femminismo, le stragi di massa e il gun control, il modus operandi dei politici in tempo di elezioni (con riferimenti non troppo velati all’attuale presidente USA Donald Trump), la demenza senile; soprattutto, se finora conoscevamo il background puramente genitoriale di BoJack e le sue conseguenze disastrose, questa volta ci viene data la possibilità di scavare ancora più a fondo e scoprire cosa avesse alle spalle quella madre fredda e disincantata che lo ha cresciuto: Beatrice Sugarman/Horseman diventa un personaggio attivo all’interno della serie e non più visibile solo tramite i flashback del figlio, col quale ha molto più in comune di quel che possa sembrare.

Nel corso dei canonici 12 episodi che la compongono, la quarta stagione di BoJack Horseman sfida i suoi spettatori alternando vette di comicità a circostanze inevitabilmente disturbanti sotto il punto di vista emotivo, attenendosi come sempre alla “F-word rule” (per cui la parola fuck viene pronunciata una sola volta per stagione), sviscerando ulteriormente la società patinata e dominata dall’apparenza sia di ieri che di oggi, e offrendoci per l’ennesima volta un prodotto più che riuscito, se non addirittura il migliore rispetto alle scorse stagioni.

 

 

 

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