Testo di – DAVIDE PARLATO

.

Paesi Bassi, XVI secolo. Una terra strappata al mare che da un lato si appresta a vivere uno dei suoi massimi apici di sviluppo e fermento commerciale e dall’altro si trova a fronteggiare le tensioni riformiste, rappresentate dalla diffusione dell’eresia protestante, e controriformiste, incarnate nell’araldo cattolico nonché sovrano di quelle terre Filippo II di Spagna. Il terribile Duca d’Aosta, sovrintendente delle regioni olandesi, viene inviato con il preciso compito di mettere a ferro e fuoco l’ondata di eresia, un’inquisizione che metterà in atto nel più crudo ed efferato dei modi; ma allo stesso tempo è il dubbio stesso di matrice luterana a scuotere dal profondo la sensibilità degli uomini di quelle Terre, il cui spirito imprenditoriale da homo faber li porta progressivamente a spostare l’attenzione sull’uomo e il suo ambiguo rapporto con una natura onnipotente e muta, soverchiante come il vasto e apatico orizzonte nebbioso fiammingo. È questo stato contraddittorio che porterà allo sviluppo del pensiero scientifico della grande rivoluzione del seicento, e che porterà con sé tutta la vibrante e frenetica inquietudine dell’ambivalente Barocco europeo. È in questo clima di fermento che si forma e intraprende la sua attività artistica uno dei pittori più rappresentativi e iconici del Cinquecento nordico, tanto sensibile al suo tempo da rappresentare – e con lui le quattro generazioni successive – un fondamentale interprete della svolta di paradigma dell’Arte del tempo: si parla di Pieter Brueghel il Vecchio, capostipite della famiglia Brueghel, che con la sua sterminata produzione pittorica ha condizionato e influenzato l’arte europea dal XVI al XVII secolo.

.

1565-bruegel-hunters-snow

,

Brueghel. I capolavori dell’arte fiamminga, esposizione aperta presso la Reggia di Venaria fino al 19 febbraio, si sforza di investigare il background socioculturale ed economico dietro alla grande rivoluzione artistica compiuta da Pieter Brueghel il Vecchio e i successivi sviluppi della sua cifra artistica all’interno di un panorama, quello olandese fra Cinquecento e Seicento, in forte mutamento in ambito economico, sociale, religioso e in generale culturale. Tale disamina storica è resa possibile dall’esposizione di opere dei principali esponenti della famiglia Brueghel, una sorta di corporazione di Arti che nel corso degli anni portò allo sviluppo e alla diffusione della cifra stilistica implementata dal celebre capofamiglia. Se vogliamo, un’impresa artigianale a conduzione familiare, in pieno stile imprenditoriale fiammingo, in cui i temi artistici più cari al vecchio Brueghel rimarranno dominanti. Questo sviluppo è articolato, nella mostra, in una successione di opere, organizzate diacronicamente ma anche tematicamente, di Pieter Brueghel il Vecchio, di suo figlio Pieter Brueghel il Giovane, che porterà a definizione la cifra stilistica paterna, di Jan il Vecchio e di suo figlio Jan il Giovane, che approfondirà invece il tema pittorico dell’allegoria, di Abraham Brueghel, perito invece nella produzione di nature morte, di Marten Van Cleve, attento precorritore del sentiero tracciato dal capostipite nella realizzazione di opere a tema contadino.

Per comprendere meglio la portata dell’opera dei Brueghel occorre soffermarsi un po’ di più sul lavoro di Pieter il Vecchio. In esso sono tre i temi più importanti e facilmente rintracciabili: l’abbandono della condanna morale in funzione dell’esegesi etica dell’umano (in pieno spirito luterano), il tema del grottesco e della caricatura, la soverchiante presenza della Natura (o l’ineluttabile silenzio di Dio). Pieter, nella sua prima formazione, incontra l’opera di Hyeronimus Bosch e ne rimane comprensibilmente impressionato: la cifra grottesca che informa l’opera di Bosch ritorna nei temi bruegheliani sottoforma di caricatura e di esperienza coloristica dell’umano in tutte le sue più sconfinate sfaccettature, ma Pieter abbandona uno dei tratti più distintivi del pittore medievale, ovvero la condanna morale. La visio mystica di Hyeronimus Bosch incasella nell’escatologia morale cristiana cattolica vari pezzi di umanità sotto la luce delle varie forme di peccato; la frammentaria visione psicotica medievalista vede il mondo diviso in buoni e cattivi sotto lo sguardo di Dio, e i cattivi a loro volta suddivisi in vari gradi di colpa e mandati in pasto alle più svariate sfilze di esseri ctoni – in particolare ritornano sovente le sembianze del grillo, che con Pinocchio si accaparrerà definitivamente l’accezione di araldo morale. In Brueghel la condanna lascia spazio alla sospensione del giudizio: le vite degli uomini non sono osservate e dipinte sotto lo sguardo accusatorio di Dio e in un’ottica di resurrezione della carne (sub specie aeternitatis) ma all’interno della gelida e poco rassicurante presenza di una natura davvero soverchiante (si pensi alla Battuta di caccia di Pieter il Vecchio o alla Trappola per gli uccelli di Pieter il Giovane, quest’ultima in esposizione). Il brulichio umano con tutte le sue diversità, le sue specialità, le sue bassezze e le sue trivialità, proprio come nel Decameron del Boccaccio, è allora dipinto senza giudizio morale, ma semplicemente con la consapevolezza della piccolezza dell’umano nei confronti dell’Ordine delle cose. Piccoli ometti in giacchetta e sospensorio, buffi e colorati, tracagnotti, alcuni appesi all’albero della cuccagna, tristi, gioiosi, amareggiati, malati: sono tutti ugualmente delle formichine di fronte alla vastità dell’orizzonte fiammingo – omnia vanitas.

.

9dc4ebb135d9359121c6ff7d1c1bf7f7

.

Diciamo pure che questa visione, seppur meno greve del previo sguardo medievalista sul peccato, resta comunque non di certo la più felice delle prospettive sulla vita: e in una società in fermento i temi che sarebbero rimasti “di moda” saranno ben altri, dall’elogio delle virtù in varie forme allegoriche (ben due sale della mostra sono dedicate alle statuarie allegorie di Jan Brueghel il Giovane) al tema pittorico della natura morta (ben altre due sale sono dedicate ad Abraham Brueghel e alla sua insopprimibile passione per i fiori) al fascino per l’esotismo (animali e fiori di ogni parte del mondo) combinato ad uno scientifico interesse tassonomico aldrovandesco, che caratterizza molte delle opere dei successori di Pieter il vecchio come dei veri e propri cataloghi zoologici o erboristici. Insomma, considerando i destinatari delle opere della famiglia (il pubblico della corte o i ricchi mercanti olandesi) è ovvio lo spostamento decorativista verso temi più leggeri.

.

pieter-brueghel-il-giovane-danza-nuziale-all%ca%bcaperto-1610-ca-collezione-privata-usa

.

Meno ovvio è il focus eccessivo che la mostra dà a questo sviluppo artistico della cifra dei Brueghel: le pochissime opere di Pieter il Vecchio e le poche di Pieter il Giovane non bilanciano la stucchevole abbondanza di scenette morali e nature morte tipiche della produzione successiva, lasciando il visitatore (onestamente attirato dal cognome, ma forse pensando al capostipite della famiglia) con l’amaro in bocca. La penultima sala, che vede esposta la Danza nuziale all’aperto di Pieter il giovane, regala un ultimo momento di raccoglimento e di riflessione sui temi decisivi di questo spaccato artistico – nella fattispecie l’esegesi biblica in accezione protestante, il folklore contadino, lo spostamento verso una dimensione realista dell’arte. Momento poetico macchiato a mio avviso dall’ormai immancabile interattività museale multimediale (inaugurata in Italia dall’osceno progetto Van Gogh Experience e divenuta ormai, ahimè, un must) che, in assenza di ulteriori opere da proporci, ci propone di ballare il salterio con i paciosi ometti del quadro sopracitato, proiettati in versione animata e danzereccia su dei megaschermi. Insomma, una lezione di grottesco allo stesso Brueghel.

Fra alti e bassi, Brueghel. I capolavori dell’arte fiamminga è una mostra non particolarmente ghiotta in termini di opere presentate ma degna di essere visitata da chi vorrebbe conoscere di più dell’arte fiamminga, della sua storia, delle sue origini culturali, soprattutto in virtù di un ottimo accompagnamento didascalico. La buona organizzazione degli spazi e delle luci, l’attenzione posta ai fatti storici di rilievo e la presenza, fra le opere, de I sette peccati capitali di Bosch restano ottimi motivi per non perdersi questa esposizione.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata