Testo di – EDOARDO RIGHINI

Cavalleria-Rusticana

Dopo la Traviata, la Scala prosegue la sua galoppata lirica con un altro italiano celeberrimo, Pietro Mascagni, il cui nome è associato inevitabilmente a CAVALLERIA RUSTICANA, vero è proprio gioiello del patrimonio musicale italiano.

Diversamente dal solito, l’opera tratta da una novella di Giovanni Verga, non è abbinata alla sua partner ormai consolidata, i Pagliacci di Leoncavallo, ma è presentata con due balletti notissimi della tradizione: un classico come Le Spectre de la rose, nato oltre cent’anni fa per i Battets rousses di Djagilev e La rose malade, sull’Adagietto di Mahler (quello di Morte a Venezia), soffice creazione di Roland Petit. Senza dubbio un’accoppiata inedita, ma che potrebbe pagare molto sia sul piano della qualità, che sulla resa di insieme.

Unire, infatti, due mondi così distanti, eppure fratelli, come l’opera e la danza, potrebbe spingere gli incerti e gli scettici ad aprirsi ai reciproci mondi. Del resto l’arte vive di contaminazione e gli abbinamenti anche più singolari nascondo potenzialità troppo spesso sottovalutate.

Per tornare al melodramma della triade, CAVALLERIA RUSTICANA è forse una delle opere più amate, sanguigne ed appassionate della lirica italiana.

Scritta in occasione di un concorso, il successo che riscosse subito dopo la messa in scena fu travolgente e sorprendente anche per lo stesso autore. La si potrebbe paragonare, per intendersi, a Pinocchio di Collodi: una storia tutta italiana, radicata nel regionalismo, nel carattere del territorio e della tradizione, con una forza narrativa capace di conquistare in pochi anni il mondo. Fu una di quelle opere, temute e cercate dagli artisti, talmente amate da totalizzare la vita e la produzione del loro creatore. Al punto da diventare l’uno sinonimo dell’altro. Un po’ come succede nelle canzonette estive, nei tormentoni, da cui l’autore non riesce più a riscattarsi (pensate solo a Fantozzi per Paolo Villaggio).

Solo qualche dato per rendere l’idea: nell’anno del concorso, il 1890, l’opera fu riproposta al Teatro Costanza svariate volte, sempre con tutto esaurito, fece il giro d’Italia e approdò anche a Berlino, Londra, e Budapest. Solamente un anno più tardi, gli eroi siciliani conquistarono anche le Americhe, debuttando a Philadelphia, Chicago e New York.

La trama è semplice. Turiddu, innamorato di Lola, continua a corteggiarla, nonostante quest’ultima si sia sposata con Alfio, proprio mentre Turiddu era militare. Santuzza, moglie addolorata di Turiddu, scopre la tresca del marito, complice anche Lucia, madre dello stesso, che viene scoperta a mentire proprio sulle occupazioni del figliolo. Santuzza allora rivela ad Alfio il tradimento. Un duello da uomini d’onore laverà l’onta e farà perdere la vita di Turiddu.

Un dramma breve e umanissimo, torrido come le strade di Sicilia.

Del resto la connotazione regionalista è evidente: non è un caso, infatti, che l’aria introduttiva, quella cantata da Turiddu prima che si levi il sipario è chiamata proprio Siciliana, per la singolare scelta dell’autore di farla cantare tutta in dialetto siciliano (caso isolato nell’intera produzione lirica italiana, salvo che per l’aria della Tosca, Io de’ sospiri).

Da segnalare, assieme a questa, c’è ovviamente il celeberrimo Intermezzo (che da solo vale tutta l’opera), letteralmente saccheggiato dal mondo della pubblicità e del cinema (è stato, infatti utilizzato in una famosa scena de IL PADRINO – PARTE III e nei titoli di testa di TORO SCATENATO).

Senza dubbio l’accoppiata, manco fosse una coppia di cavalli, promette bene: da un lato la dolcezza assoluta, che blandisce e ammalia, dall’altra la calda passione drammatica di un tradimento e di un duello sotto il sole.

Non c’è solo il dolce, ma anche molto di amaro, per parafrasare Guccini.

Se a tenere, poi, è un fantino di classe come Harding, capace tanto nel balletto quanto nella lirica, non c’è timore di venire disarcionati.

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