Testo di – GIACOMO SAMSA

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Le prime immagini del film, diretto dal regista Nuri Bilge Ceylan e vincitore del Grand Prix della Giuria al festival di Cannes 2011, mostrano un paesaggio collinare vuoto e dilatato, che si immagina estendersi infinito oltre i margini dell’inquadratura in un crepuscolo che è già quasi notte: tre auto, piccole come giocattoli, avanzano dal fondovalle, risalgono i tornanti coi fari accesi e lentamente si avvicinano. Al loro interno ci sono un commissario di polizia, un medico, il procuratore del distretto, un reo confesso di omicidio, gendarmi e operai con le pale: si cerca infatti il cadavere della vittima, seppellito in una campo con un albero solitario, “tondo come un pallone” accanto ad una fonte. Ma la campagna dell’Anatolia sembra tutta uguale, radi alberi e un mare di colline in tutte le direzioni, ed è ormai buio: l’assassino si sbaglia più volte ad indicare il luogo, e il corpo non si trova. Al paese, una vedova e un bambino orfano aspettano che il corpo venga riconsegnato.

La sostanza della trama è questo e poco altro, ma la natura del film sta nel modo di farne un racconto, nel rigore con cui le parole dei protagonisti si uniscono alle immagini, nella cura e nello sguardo amaro con cui il regista tratteggia un pugno di personaggi disfatti dalla stanchezza, rassegnati alla prospettiva di un girovagare insensato e senza fine, metafora di un difficile cammino verso la modernità.

A volte, è quasi un inno alla capacità di resistere.

In questo film mistero e bellezza si nascondono tra le pieghe della quotidianità e dell’ordinario, per manifestarsi in una natura oscura e selvaggia, arcaica e deserta, esaltata da una fotografia grandiosa, capace di cogliere ogni singola ombra del paesaggio, il riflesso degli sguardi, la sfumatura di ogni espressione. L’intimità dei personaggi e la loro vita passata sono mostrate a poco a poco nell’arco delle due ore e mezza della pellicola, man mano che essi stessi raccontano agli altri un parte di sé, tacendone altre nei lunghi silenzi che interrompono i dialoghi.

E’ un film intenso, i cui risultati espressivi – di forte suggestione – si fondano su una narrazione prosaica, asciutta ed essenziale, raccontato con un tono consapevolmente dimesso (alla fine è una piccola storia di crudeltà ordinaria) ma straordinariamente vivido e preciso nel delineare situazioni e personaggi.

I veri protagonisti di questo film, umanista in modo dolente e appassionato, sono e restano sempre gli uomini, figure tutte in fondo solitarie appartenenti ad un’umanità silenziosamente disperata: ognuno è stretto nella morsa di una solitudine dalla quale non c’è scampo né rimedio, ma solo la possibilità di trovare a volte ascolto e comprensione da parte degli altri personaggi. Questi sono segnati inguaribilmente dal rimorso, oppressi dalle ingiustizie e dai torti subiti, perseguitati dallo spettro del senso di colpa, sconfitti dalla fatica e dal dolore di una vita che è per tutti aspra. Quindi una storia senza speranza? No, perché alla meschinità e alle sofferenze del mondo degli uomini si contrappongono immagini e momenti di rara bellezza, sublimi, che lasciano intravedere, suggerendola per immagini, una realtà diversa. Lontana, certo, ma presente e possibile.

Il racconto procede con una struttura libera, per suggestioni e per associazioni di idee: in particolare il paesaggio notturno o crepuscolare sembra essere la trasposizione in immagine delle parole dei personaggi. Dal punto di vista della narrazione la storia è composta da due parti distinte e complementari: la prima, ricca di immagini suggestive e metaforiche – ad esempio la sequenza della mela trasportata dalla corrente, o del volto della ragazza illuminato dalla candela – è dominata visivamente dalle atmosfere rarefatte del crepuscolo e della notte. Una minore forza di immagini e un tono più algido ha invece la parte seguente, girata al paese, negli ambienti angusti e freddi degli uffici e dell’ospedale.

La lunghezza della pellicola (in tutto 157’) è giustificata dalla necessità di far coincidere il più possibile il tempo della storia (delle azioni e delle parole dei personaggi) con quello del racconto, impiegando un montaggio che rispetti i tempi del viaggio: questo, ben lontano dall’essere un esercizio di regia d’autore, è invece funzionale all’operazione che il regista compie nei riguardi del pubblico; è il tentativo, sinceramente intrapreso, di annullare la distanza temporale tra i personaggi e lo spettatore, che ora vede quel che essi vedono, può osservare ogni loro azione, seguire i loro pensieri, condividerne il viaggio estenuante. Afferma infatti Ceylan: “Effettivamente volevo che gli spettatori avessero gli stessi riferimenti dei personaggi e che pian piano iniziassero a scorgere la luce. Non ho ritenuto fondamentale mostrare quello che era successo. E non volevo che il pubblico sapesse più dei miei protagonisti …

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Il film è volutamente difficile da ricondurre ad un genere definito: forse è un giallo, ma senza indagine né mistero, perché l’assassino si è già consegnato alla polizia, ha già confessato e resta solo da disseppellire il corpo per eseguirne l’autopsia. La vera indagine è quella che ogni personaggio rivolge verso se stesso; il mistero sta negli spazi sconfinati e nei lunghi silenzi.          Un giallo sull’animo umano?

«Potrà dire: “Una volta in Anatolia, quando lavoravo in un paesino sperduto, ho passato una notte veramente particolare …”

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