Testo di — ANGELICA CARBONE

Ultimamente si è fatto tanto parlare dei gusti discutibili del designer Karl Lagerfeld, che per Chanel ha messo in scena uno stile inedito, inaspettato e, secondo il parere di molti, non azzeccato.

Sotto le volte del Grand Palais a Parigi, a gennaio, Karl scompigliava le carte dell’alta moda mescolando haute couture e sport. Via il tacco 12 dalle passerelle e con esso il timore che le gracili gambe delle modelle potessero spezzarsi ad ogni passo e ad ogni sussulto.

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La moda secondo Karl rompe le regole e cambia i canoni dell’haute couture parigina: le sneakers da ragazzina, le scarpe sportive con i lacci, reinventano il concetto di eleganza e femminilità.

Sotto la provocazione e l’azzardo, risplendono di luce propria l’eccellenza dei tessuti, il lavoro artigianale delle policromie e la potenza delle intricate geometrie.

Una sfilata, si era detto, pensata per unire il genio creativo dello stilista alla sregolatezza del marketing e alla necessità di far spettacolo, binomio che oggi appare sempre più sentito.

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Sarà anche stato così ma ecco che, a distanza di pochi mesi, la Maison Chanel fa di nuovo scalpore lanciando la sua collezione autunno-inverno niente meno che all’interno di un coloratissimo supermercato allestito per l’occasione al Grand Palais.

Questa volta le modelle sfilano in corsie affiancate da scaffali e scatole di biscotti (rigorosamente marchiate Chanel); alcune  spingendo carrelli, altre soffermandosi a leggere le etichette dei prodotti.

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Il pubblico è in visibilio e gli abiti e accessori di Karl rischiano quasi di passare in secondo piano, come se ci si potesse scordare delle tute da ginnastica e dei completi di bouclé colorato firmati Chanel.

Il web impazza ed è subito polemica: Lagerfeld viene accusato di voler trasformare la sofisticatezza e l’eccellenza che hanno da sempre caratterizzato il marchio in un mero spettacolo visivo.

La verità è che il designer ha intuito, forse prima di tutti, l’indifferenza intorpidita dei tempi: dato il picco di immagini a cui é esposto oggi, il pubblico ha bisogno di messaggi banali, riconoscibili ed immediati. Karl va a colpire esattamente quella gigantesca porzione di persone che si attaccano ai loro devices elettronici per commentare le foto dell’ennesimo cane burlone o dell’ennesimo gatto geneticamente mal riuscito.

Nessuno, a parte pochi cervelli minuziosi, hanno letto nello spettacolo del supermercato la metafora del branding come chiave del commercio contemporaneo e laboratorio di nuove estetiche che anticipano gusti e tendenze in continua trasformazione.

In molti, di contro, si chiedono se Karl non abbia fatto tutto questo a spese del brand e dell’immagine immacolata della Maison Chanel.

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Perché non emulare la precisione quasi chirurgica di Saint-Laurent, la bellezza aggraziata di Valentino o la sofisticata eleganza di Nicholas Ghesquière? Perché scegliere di intraprendere la tortuosa strada dell’eccentricità e della rottura degli schemi?

La risposta, probabilmente, va ricercata nella storia stessa del brand. Mentre i più si sono già immaginati Coco rivoltarsi nella tomba, c’è anche chi ha visto nello stile di Karl il reiterarsi, certamente esasperato, dei codici stilistici che da sempre caratterizzano la Maison.

Urge evidentemente un veloce ripasso sulla nascita e il passato del marchio Chanel, indissolubilmente legato alla personalità della sua fondatrice Coco, la quale ha dato il via, tra provocazione ed innovazione, ad uno nuovo stile che ha rivoluzionato la moda femminile del tempo.

Coco ha ridato la libertà alle donne della sua epoca, spogliandole degli strizzati corpetti che impedivano loro di respirare e reinventando un nuovo concetto di eleganza e femminilità, lontano dall’opulenza degli abiti in voga durante la Belle Epoque.

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Dall’uso di materiali umili e comodi, come il popolarissimo tweed, all’ideazione di capi dal taglio maschile, Chanel ha decisamente rotto gli schemi del suo tempo.

Innovazione, coraggio e intraprendenza sono le caratteristiche che hanno fatto del marchio un brand di successo globale. Certamente, allora come oggi, stravolgere completamente i canoni estetici e le abitudini stilistiche di una generazione ha raccolto pareri contrastanti, tra sostenitori e contrariati.

Oggi pensiamo al tubino nero, alle giacche dal taglio maschile, alla scarpa bicolore e alla borsa con la catena come a dei classici, eterni simboli di un’eleganza senza tempo. Ma all’epoca della loro introduzione non tutti ne sarebbero stati d’accordo.

Chi può dire allora che domani non guarderemo al nuovo stile proposto dalla Maison e, nello specifico, da Karl Lagerfeld, come a uno stile raffinato, essenziale e sempre attuale?

Chi può dire che lo scomodo corpetto di una volta non sia paragonabile al doloroso tacco a spillo di oggi?

E’ questo che vorrebbe Coco: vorrebbe che fossimo in grado di reinventarci, rinnovarci continuamente uscendo dagli schemi e liberando le donne dalla costrizione dei canoni estetici e stilistici ormai da troppo radicati nelle nostre abitudini.

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