Testo di – DANIELE CAPUZZI

Un’altra occasione che ci convince che sostenere la Fondazione Milano per la Scala sia un’ottima iniziativa è l’accesso alle prove di CO2, l’opera commissionata dal Teatro alla Scala al compositore italiano Giorgio Battistelli su libretto di Ian Burton in occasione dell’Esposizione universale. È già universale dalla lingua scelta, l’inglese, idioma condiviso dall’umanità per comunicare alle masse; compaiono però infiltrazioni di latino (nella scena prima “La creazione”), sanscrito (scena 5 “Eden”), greco antico (scena 7 “Tsunami”). In altri episodi, come “Aeroporto” e “Kyoto”, si sovrappongono una moltitudine di linguaggi provenienti dai più disparati paesi.

CO2, come tutti sappiamo, è la formula chimica del biossido di carbonio, meglio conosciuto come anidride carbonica. Essa è fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi della Terra, ma altresì è capace di distruggerli. Su tale questione discute il protagonista David Adamson – che in italiano ci ritorna come Davide figlio di Abramo – il primo dei tanti rimandi a personaggi biblici e mitologici delle diverse culture, che pongono ancora l’accento sull’opera come creazione artistica dell’intera umanità.

Foto 1

La musica è complessa e suggestiva. È spesso asservita al testo e ne sottolinea i punti cruciali, ma non per questo è posta in secondo piano. È infatti assai accattivante in momenti come il ballo nel tempio di Shiva del prologo ovvero la danza dei personaggi vestiti con costumi d’ogni sorta e origine in Uragano. L’orecchio è più volte sollecitato da esotismi resi, fra gli altri espedienti musicali, tramite l’abbondante uso del tritono, un particolare e orientaleggiante intervallo che iniziò ad essere frequentato da Beethoven nelle Rovine di Atene. Battistelli si arma di molti strumenti per arricchire la partitura, fra cui primeggiano le percussioni, senza però ridondare. Sul palco si ode la recitazione, il canto, ma non manca lo Sprechgesang, una tipologia di uso della voce umana molto utilizzato da Schönberg in poi che prevede l’emissione di un suono fra il parlato e il canto.

Il regista Robert Carsen pone il protagonista di fronte a un podio che sorregge il computer. Alle sue spalle uno schermo semi-trasparente su cui proiettare all’occorrenza, sorretto da una cornice che può essa stessa illuminarsi. Dietro lo schermo prendono vita i vari episodi. Il soggetto è così diviso:

  • Prologo: il climatologo David Adamson dà il la alla conferenza sui cambiamenti climatici, interrotto violentemente da un fortissimo dell’orchestra, seguito dalla Cantante del Tempio indiano che ci introduce alla Creazione con il racconto di Shiva e Visnu accompagnata da una seducente danza con delle lampade infuocate.
  • Scena 1 – La creazione: si confrontano le diverse visioni sull’origine del mondo. Da una parte Adamson e gli scienziati sicuri dei fondamenti scientifici, dall’altro il coro di voci bianche e i quattro arcangeli Raffaele, Uriele, Gabriele e Michele (debitamente fluttuanti nell’aria)
  • Scena 2 – Aeroporto: la prima netta interruzione alla narrazione del climatologo. Viaggiatori urlano e parlano in ogni lingua, bloccati da uno sciopero che affligge la compagnie aeree, mentre sulla cornice pesano i dati dei consumi e dell’inquinamento del traffico aereo. L’accompagnamento musicale accentua l’ansia e l’inquietudine, sia dei viaggiatori, sia della riflessione del pubblico di fronte a una ferita inferta alla natura.

foto 2

  • Scena 3 – Kyoto: tra i viaggiatori c’è Adamson diretto nella città giapponese tanto famosa per il Trattato, mentre l’orchestrazione si concentra su larghi respiri e suoni gravi. Nelle gradinate di una tipica assemblea internazionale i rappresentanti di ogni nazione dibattono in una babele linguistica, fermi nelle proprie posizioni opportunistiche, sulle decisioni da implementare in fatto di ecologia.
  • Scena 4 – Uragani: il relatore continua la conferenza e spiega l’origine dei nomi degli uragani. Irrompe il coro che intona i nomi degli uragani che si sono abbattuti su di noi nel 2013 e 2014, mentre scorrono scritti anche sulla cornice e di tanto in tanto squillano le sirene che annunciano le catastrofi. Sul palco entrano a passo di danza le personificazioni delle tempeste decantate in uno dei più sublimi momenti dell’opera.
  • Scena 5 – Eden: Adamo ed Eva, nudi, sono immersi nella vegetazione. In questo che è uno di momenti più interessanti dal punto di vista drammaturgico, i progenitori dell’umanità scoprono, cantandoli, i nomi degli alberi, ma subito appare il serpente (cui è stata affidata la voce acuta di un contraltista, un uomo che canta nel registro femminile del contralto). Esso è già corrotto e fuma, quindi emette carbonio nell’atmosfera. Il serpente canta sulle note acutissime dei violini, mentre un coro di voci maschili risponde con i nomi delle creature terrestri sui toni gravi, soprattutto dei timpani. Dopo aver sedotto i primi umani al peccato, la scena si tronca con il suono di un morso di mela.
  • Scena 6 – Supermercato: donne esagitate si affollano compiaciute della presenza nei propri carrelli di prodotti provenienti da ogni parte del mondo.
  • Scena 7 – Tsunami: sulla riva dell’Oceano Indiano si assiste al tragico racconto, quanto tragica è la musica, di una donna al direttore di un albergo tailandese che narra dei mesti fatti accaduti l’anno precedente (2004) alla famiglia di sua sorella. Il rullante accompagna quasi tutta la scena, per lunghi tempi da solista.
  • Scena 8 – Gaia: a seguito dell’introduzione di Adamson della “Gaya Hypothesis” formulata da James Lovelok nel 1979, la Terra, Gaia appunto, descrive puntigliosamente i danni che gli umani le hanno inflitto, introdotta da un coro di voci femminili che pare quasi epico. Il tutto si chiude in un ambiente scuro in cui primeggia il roteante globo illuminato, dopo la terribile profezia «But they will not destroy me, they will destroy Themselves! Gaia will not be exploited just for The benefit of human kind»
  • Scena 9 – Apocalisse: il climatologo addormentato al suolo figura la fine apocalittica dell’essere umano e probabilmente della vita sulla Terra, circondato da figure oscure, probabilmente gli angeli che guideranno la fine del mondo. La tensione si percepisce anche dall’orchestra spaccata in due: una parte emette note acute e l’altra le fa da contraltare con suoni gravi.
  • Epilogo: David Adamson conclude la conferenza: si avvicina al golfo mistico mentre le luci in sala si fanno poco a poco vive. Lascia allo spettatore un’intensa riflessione in dopo aver pronunciato queste parole e fatto piombare l’oscurità in teatro fra le note acutissime e quasi impalpabili dell’orchestra:

«If this is not my planet, whose is it?

If this is not my responsibility whose is it?

If am the cause, then am I not also the cure?»

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata