Reportage di – VIRGINIA STAGNI

 

Qui la video intervista: https://www.youtube.com/watch?v=DRDhUEA6D-Q

In un caldo pomeriggio vengo ricevuta nel meraviglioso Palazzo d’Orleans, testimonianza di nobiltà settecentesca, dove incontro il Presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta. Il fine di questa intervista è quello di capire il senso di un tour come quello che ho intrapreso in questa regione, sentendo la voce dell’Autorità che rappresenta in questo momento l’intero ecosistema siciliano. Inoltre, vorrei approfondire il concetto di cultura e sensibilizzazione alla cultura, al di là di pregiudizi e stereotipi che, come ho già sostenuto, marchiano a fuoco questa terra (leggi qui). Questo incontro nasce dal desiderio di conoscere e capire la Sicilia anche ascoltando la voce del Pubblico, analizzando le entità del patrimonio siciliano e la loro comunicazione e fruizione potenziale ed effettiva.

Presidente, io mi rivolgo a Lei come autorità rappresentante la Sicilia nella sua interezza e Le chiedo che senso può avere fare un’inchiesta come quella che ho cominciato e che Le ho illustrato, cercando di capire qual è la valorizzazione del patrimonio siciliano e in che cosa esso consista in termini di confronto con la nostra penisola e il mondo.

Parlare della Sicilia significa parlare di una delle terre più ricche di storia, cultura, di monumenti, di beni naturalistici. Significa parlare di una delle eccellenze mondiali, di una delle isole più belle del mondo, non solo da un punto di vista culturale, paesaggistico, storico, ma anche climatico. Questa terra è un’esplosione della natura ma spesso viene sottovalutata la sua partecipazione alla storia culturale mondiale, poco conosciuta dove il giudizio storico più recente, pieno di pregiudizi, copre un’immagine che è incredibile. Una cultura artistica, ad esempio, ineguagliabile.

E queste grandi bellezze, come vengono comunicate?

Il tema della comunicazione è un tema oggettivo perché per anni, soprattutto nel secolo scorso, la comunicazione che è passata della Sicilia è stata una comunicazione tetra. Nel periodo massimo dell’invasione mediatica di cinema e tv, i concetti che sono passati non sono quelli di questa grande civiltà e storia ma piuttosto sono quelli de Il Padrino, dando un’idea di una Sicilia chiusa, prigioniera di alcune categorie, quando invece è una delle terre più aperte che ci sono al mondo, con i suoi problemi che sta cercando di superare. Vedo però che negli ultimi anni più recenti, con l’incremento delle presenze turistiche in particolare straniere, nel 2014 abbiamo avuto un incremento del 9% e nel 2015 viaggiamo sul 25-30% e insieme alla Campania siamo una delle regioni d’Europa che più attrae, in quanto la Sicilia comincia a essere guardata con occhi diversi. (ndr. il dato qui riportato non ci è possibile verificarlo ufficialmente in quanto i dati ISTAT Sicilia disponibili sul web si fermano al 2013: https://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_LaStrutturaRegionale/PIR_TurismoSportSpettacolo/PIR_Turismo/PIR_7338501.618136477 ).

La Sicilia comincia a non essere più guardata come chiusa, arretrata, ma come una terra in forte evoluzione. Anche sul piano delle conquiste sociali. Siamo l’unica regione italiana ad avere creato un registro delle coppie di fatto, mentre prima, anche nella rappresentazione turistica, si diceva, addirittura, agli omosessuali “non andate in Sicilia perché è una terra di pregiudizio gay” mentre questo sta cambiando, scoprendo piuttosto un popolo accogliente.

Allo stesso modo, una terra di sola mafia. Poi quei problemi fanno parte ormai di una globalizzazione europea e persino mondiale che noi abbiamo affrontato con molta serietà e durezza.

Infatti, siamo in uno dei momenti di maggiore trasmigrazione mondiale. Lei mi parla di una terra Porto d’Europa, centro nevralgico di grande apertura mentale. Oggi, come viene qui affrontato il problema dell’immigrazione?

La lingua siciliana, che io non considero un dialetto ma una lingua molto colta, anche perché ha una grande letteratura e la letteratura fa la lingua, non presenta la parola “straniero”. Essa indica la stranezza. Anche il francese, dove etranger deriva da etrange, strano, come stranger in inglese. Lo straniero è il disadattato, colui che non ha patria.Noi non conosciamo la parola “straniero” ma forestiero, uno che viene fuori, da fuori dalle mura. Noi difficilmente parliamo comunque di forestiero per chi viene da fuori ma piuttosto lo definiamo con la sua nazionalità: nel linguaggio applicato non usiamo volentieri la parola forestiero ma la sua identità nazionale. Questo è proprio di un popolo che è al centro del Mediterraneo, terra delle tre religioni monoteiste, che rende la Sicilia luogo unico in termini di accoglienza e scambio culturale. L’immigrazione per noi non determina l’ostilità che vediamo altrove: un terzo degli immigrati che sbarcano in Italia vengono ospitato in Sicilia e noi siamo l’unica regione italiana che non crea problemi rispetto all’accoglienza. Questo è un tema dell’approccio culturale. Questo non perché abbiamo un governo a ciò propenso. Anche se il governo, avendo capacità di trasmettere parole d’ordine, la politica ha proprio questo come funzione: Gramsci diceva che il novello principe è l’architetto di una nuova società nelle note su Machiavelli. La politica ha un ruolo di educatore, di costruzione di un modello di società: ciò che dico viene di certo percepito da una parte della popolazione. C’è però naturalmente un senso dell’accoglienza incredibile. Posso citare centinaia di episodi in cui gli immigrati venivano accolti direttamente nelle case dei cittadini di Lampedusa prima che nei centri di accoglienza, gratuitamente, che si occupava dei loro vestiti e della loro alimentazione. Lo stesso in tantissime altre realtà: Agrigento, Siracusa, Ragusa e tante altre. Quando ero sindaco di Gela vi fu uno sbarco di 150 persone e la gente del quartiere si organizzarono per portar loro il cibo, i vestiti e quant’altro. Qui vi è un modo d’essere che non fa considerare straniero chi arriva.

Qui vediamo quindi un ecosistema culturale che da un lato non è segnato dalle barriere e dall’altro presenta una forte e propria identità culturale. Per quanto vi sia un’apertura verso l’ “altro”, allo stesso modo la Sicilia conserva le proprie tradizioni e l’orgoglio per la propria identità.

Ma proprio perché vi è una forte identità culturale si può permettere di essere aperto. Se io sono debole culturalmente, temo di essere influenzato e dominato. I movimenti populisti e xenofobi parlano di un’invasione culturale e che quindi le ondate immigratorie sovrastino la nostra cultura e civilizzazione. Ma questo sistema per noi non c’è. Se a Mazara del Vallo vivono su 50 mila abitanti 20 mila tunisini da decenni, Mazara del Vallo non è cambiata affatto, non è che i cittadini si sono islamizzati o si sono perduti dentro un mondo che non li appartiene. Qui c’è un esempio di integrazione perfetta, dove le popolazioni si confrontano, hanno la loro autonomia ma dialogano: la donna siciliana impara a fare il cous cous e insegna alla tunisina come preparare la parmigiana e le sarde alla beccafico perché non si tema la diversità. Vi è una curiosità che si tramanda, una conoscenza che si tramanda. Noi siamo un “prodotto” a livello complessivo storico, siamo quello che eravamo prima, quello che viene determinato oggi, ma noi non partiamo da zero, da millenni di coesistenza che si rendono ben pronti al dialogo. Siamo sicilianisti, autonomisti, ma crediamo nell’unità della nazione con un forte senso dell’identità propria, però un’identità che, proprio perché ce l’ha, è pronta a scommettersi, per così dire, sul mercato. Non vi è paura del confronto.

Lei ha toccato il tema dell’autonomia: sui beni culturali la Sicilia ha totale autonomia in termini di potestà. Lei vede questa come una libertà di manovra o come una maledizione?

Io non la vedo affatto una maledizione ma vedo l’autonomia come una forte possibilità di scommessa sul proprio futuro. Ma va affrontato anche osservando con la classe dirigente del passato che ha fatto errori madornali. Aver scelto alcuni modelli negli anni ’60 di industrializzazione come quella delle raffinerie in alcune zone della Sicilia non è stata una scelta giusta in termini economici, culturali, sociali, ambientali, perché non è in linea con le potenzialità della Sicilia, che sono invece vocazioni di turismo, agricoltura, energie alternative e rispetto dell’ecosistema. Ma quel modello è stato imposto. Così come oggi, rispetto alla valorizzazione del nostro patrimonio, si pone un altro tema: noi abbiamo competenze uniche su una serie di cose, dall’acqua, al sottosuolo, alla forestazione, ai beni culturali. Ma queste competenze uniche non sono coperte dai trasferimenti statali necessari a gestire queste funzioni. Lo statuto è stato applicato nella parte delle funzioni ma non è stato invece applicato negli articoli 36 e 37 dello statuto che prevedono sostanzialmente un’autonomia fiscale della regione siciliana. Se non hai le risorse, lo Stato te li taglia sempre, un po’ gli sprechi della mala politica del passato, un po’ la progressiva riduzione da parte dei governi, allora scopri che non ce la fai. Per tanti motivi. Se vuoi adeguare la rete ferroviaria siciliana a quella della Lombardia, ci vogliono 10 miliardi di euro solo per fare l’alta velocità nel triangolo Palermo, Messina, Catania, ce ne vogliono altri 20 per ampliarla all’intera Sicilia. Altri 20 per completare la rete stradale-autostradale. A noi chi ce li dà 50 miliardi? I fondi europei? Sono 5 miliardi e mezzo in cinque anni. Dovremmo usare tutti i fondi solo a questo. Bisogna quindi considerare non solo in termini di equilibrio tra rapporto nord-sud dello Stato, soprattutto nei confronti di un’isola che ha un disagio ulteriore: abbiamo l’isola e le piccole isole, solo la Grecia ci fa concorrenza in termini di arcipelago. È chiaro che tutto questo ha dei costi incredibili in termini di trasporti, gestione dei rifiuti, gestione di acqua, dei servizi. Tutto questo non ha compensazione. Raggiungere l’isola con una rete ferroviaria che da Roma a Reggio Calabria diventa di una lentezza spaventosa è chiaro che questo non risolve i problemi. Bisogna risolvere in termini più globali la vicenda: mi sono fatto promotore al Comitato delle Regioni Insulari per affrontare questa questione, questo gap. O con trasferimenti pubblici o in modo nuovo. Io sarei più favorevole a una soluzione “alla Obama”: le regioni che vengono indicate in difficoltà strutturale e di sviluppo abbiano misure di incentivi fiscali per le imprese che si insediano, allora lo sviluppo lo favorisci. Se no tra trent’anni, cinquant’anni, continueremo a parlare della questione meridionale, della questione siciliana, magari troveremo il politico di turno da condannare. Se andiamo ad analizzare, noi abbiamo tagliato 3 miliardi di sprechi in due anni, ma se poi lo Stato ce ne taglia altri 3, è come azzerare la cosa. Ma al di là di questo tutta la lotta agli sprechi non riesce a coprire il gap storico perché nelle altre regioni italiane la rete autostradale e ferroviaria era già pronta negli anni ’60, per alcune anche prima. Noi abbiamo almeno 150 anni di gap sulle infrastrutture che non possono esser coperte con le risorse finanziarie della regione. Ma se non risolviamo questi problemi non possiamo pensare a un decollo dell’isola agli stessi livelli delle regioni avanzate d’Europa. Si pongono dunque delle questioni che fanno parte di un nuovo approccio meridionalista e di un nuovo meridionalismo che mette nel sud in campo le energie anche private che possono cambiare. Ma ci vogliono gli strumenti legislativi: sulle autostrade pensiamo di ricorrere a un intervento di privati che ci guadagnano; costruiscono e guadagnano sul pedaggio. Ritengo che oggi abbiamo tutte le possibilità di un decollo economico forte in ogni caso che determinerà altri effetti indotti, come l’incremento turistico, l’aumento dell’export agricolo, lo sviluppo delle energie alternative e dell’industria ecosostenibile che può generare un altro tipo di ricchezza. Credo che questi settori possano trascinare altre cose. Vedevo l’analisi dell’isola dell’ISTAT: “cresce il turismo ma non crescono gli altri settori”. Ma è un’analisi meramente numerica. È evidente che se l’anno scorso ho il 9% di incremento, quest’anno il 25% o quello che sarà, l’anno prossimo avrò qualcuno che comincerà a costruire alberghi, villaggi, nascono tutti i servizi indotti che il mercato produce solo quando una serie di economie diventano certe ed entrate certe. Come diceva Marx, quando formano quella formula di accumulazione originaria di capitale che è necessaria per lo sviluppo.

Un’ultima domanda: lei nel suo programma elettorale del 2012 ha posto il tema del rilancio culturale come centrale per la questione siciliana. Vorrei chiederle: qual è il confine, nell’agire politico, tra la sensibilizzazione alla cultura del cittadino da una parte e, dall’altra, l’utilizzo di un asset strategico di propaganda, come può essere la cultura, nel dibattito politico.

Io non ho una cattiva idea della politica, se la politica la intendiamo in senso etimologico, cioè di polis. È chiaro che qualsiasi scelta che si fa di tipo culturale non può che essere un fatto politico, perché politico, proprio perché vive nella polis, nella società. Però quando io intendo la crescita culturale intendo che la cultura in sé, elevando la qualità della vita sociale e pubblica, quindi migliora noi stessi e produce risultati collettivi, diventa fattore di crescita economico e sociale, e anche politico. E’ inevitabile che accada. Non c’è un rapporto immediato, capovolge, rielabora la tradizionale questione del rapporto tra struttura e sovrastruttura. Ma è anche vero che la sovrastruttura determina le strutture… non è vero, storicamente? Questo concetto marxista legato al concetto che la sovrastruttura era un frutto della struttura economica… è anche vero il contrario: una crescita da un punto di vista culturale, sovrastrutturale, determina anche nuove conoscenze, perché i processi culturali si trasformano anche in strutture psichiche dei cittadini, di approcci che essi hanno con la società, con il mondo, con la visione della vita, dell’economia… Per me diventa un passaggio fondamentale, anche se questo passaggio non necessariamente produce un’immediata trasformazione, però la produce nel tempo. Perché se noi puntiamo molto su questo, io credo che miriamo alla qualità. Ad esempio: quando diciamo che l’arte è inutile… Oscar Wilde diceva che “tutto ciò che è bello è inutile”, rivendicando una purezza dell’arte al di sopra di ogni concetto di mercato, quindi io non produco un quadro utile, una sedia invece ha utilità. Però io la sedia la posso fare in tanti modi.

Ci vuole téchne…

No, la si può fare in tanti modi, bella, brutta, non è detto che debba essere solo utile. Quindi anche nell’utilità pesa il fattore culturale. Per esempio, quando noi pensiamo a quanto avvenuto nell’ultimo mezzo secolo in Italia, in termini urbanistici. È chiaro che c’è un degradarsi, una perdita di punti di vista culturali, le città spersonalizzate, anonime, oppure l’abusivismo edilizio più sfrenato. Questi sono i frutti di una decadenza culturale, di un’assenza di identità culturale. Perché nell’Ottocento la gente lo sapeva come doveva costruire la casa, sapeva che doveva fare i balconi in un certo modo, gli infissi in un altro modo, i tetti… oggi tutto questo è saltato, perché è una società in cui gli individui, i cittadini non decidono più nulla. Quindi per noi puntare dal punto di vista culturale a processi di crescita che partono anche dalla coscienza della propria identità culturale e la innovano – l’identità non può essere un fatto cristallizzato, altrimenti non è evolutivo, hai finito per bloccare la storia e non è esattamente questo (da farsi). L’identità, la storia, l’identità storico culturale ti deve servire per avere una disciplina con cui guardare al futuro ma non come fattore di blocco dell’evoluzione storica. Allora io credo che questo sia importante. Quindi per me l’identità culturale è dire che bisogna avere in tutto l’ideologia del pubblico interesse, la mafia non ci deve stare, per me non è solo un fatto di lotta alla criminalità, è un fatto culturale, non ci deve essere la collusione, la pubblica amministrazione si deve semplificare. Quindi quando parliamo di processi culturali in trasformazione noi dobbiamo parlare di tutto questo mondo che si articola dentro un processo di cambiamento, che abbandona metodi sbagliati e costruire l’architettura di una nuova società. Dentro questo ci stanno anche le arti liberali: la musica, la cultura, la scultura, la poesia, la letteratura, ci sta il sogno.

Ma il sogno? Senza i sogni non si fa niente. Se noi perdiamo la capacità di sognare e di immaginare una società, noi abbiamo perduto la possibilità di costruire il futuro, perché coloro che hanno costruito un futuro sono quelli che più azzardano. Io mi posso chiudere dentro le mie sicurezze oppure rischio. Ma l’homo faber è uno che costruisce, rischia, investe: allora dobbiamo stimolare, rispetto a un sistema che era basato sulla certezza statalista, del pubblico, che invade tutto, invece una società dove noi cominciamo a stimolare il dinamismo delle persone, senza dimenticarci poi degli ultimi. Perché a volte ci sono persone che in una gara non sanno correre. Se io non ho le gambe, la corsa non la posso fare. Noi ne dobiamo tenere conto. E magari facciamo le gare per coloro che non hanno le gambe. Però dobbiamo dare a tutti dei percorsi, non possiamo delineare tutti secondo uno schema univoco, se no ci dimentichiamo degli ultimi. Quindi in questo ragionamento in cui modifichiamo le linee di un sud che in passato non pensava di farcela da solo… io ad esempio penso che ce la possiamo fare da soli. Se ci riconoscono le prerogative delle nostre entrate previste dallo statuto, noi ce la possiamo fare e soprattutto impariamo a dire “questo è quello che entra, questo quello che si spende. Sappiamo quali sono le nostre risorse, sappiamo che le dobbiamo gestire nel modo migliore, però questo ci responsabilizza piuttosto che avere uno stato che non sai quanto ti dà, taglia eccetera. Questo non ti dà la possibilità di fare una programmazione regionale seria, ricca di investimento, sviluppo etc. Però questo approccio noi dobbiamo anche costruirlo come un nuovo modo di essere sociale.

Quindi, dato che Lei ha citato Obama… Sicilia can do it?

Io dico sempre “we can”. Anzi il programma della seconda parte della mia legislatura vorrei proprio intitolarla così… WE CAN.

 

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata