Testo di – FILIPPO VILLANI

 

Oggi si festeggiano i 90 anni di un grandissimo uomo di teatro italiano: Dario Fo.

Infatti, il palcoscenico ha sempre avuto un ruolo determinante nella sua vita, in cui ha cercato sempre di distanziarsi dalla tradizione elitaria per allargare il pubblico ad un contesto più di massa.
Pertanto, a mio parere, per rendergli onore non è giusto svolgere una rassegna cronachistica dei suoi vissuti bensì omaggiare il suo capolavoro assoluto, fondamentale per il Nobel alla Letteratura del 1997: Mistero Buffo.

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Esso è uno spettacolo riprodotto per la prima volta nel 1969 (per essere poi replicato negli anni numerose volte e anche in televisione, con determinate varianti), ideato assieme alla sua ex-compagna di vita Franca Rame. Già dal nome è possibile intenderne il contenuto: con “Mistero” si rimanda alle sacre rappresentazioni drammaturgiche medievali, mentre con “Buffo” alla contestuale comicità giullaresca, nonché alla seicentesca Commedia dell’Arte.

Inoltre, per chiarire la finalità di questa reinterpretazione moderna di tredici testi di ambientazione duecentesca, basti pensare che il suo titolo riprende anche un’opera teatrale di Vladimir Majakovskij, in cui aveva citato il mito dell’Arca di Noè per raccontare la Rivoluzione Russa del 1917.

 

 

Si ha infatti a che fare con una creazione artistica che vuole apertamente fare critica sociale ed estetica della contemporaneità, riprendendo tematiche trascendentali e contingenti dell’umanità: nel pieno dell’esperienza sessantottina, si cerca di riscrivere la Storia, sfilandosi dai teoremi dello Storicismo borghese ed in aperta protesta con la standardizzazione concomitante nelle scuole italiane.

Pertanto, Fo decide di dare voce allo spirito popolare, in una sorta di rovesciamento “carnevalesco” contro il dominio del punto di vista dei ceti e delle classi alte nella narrazione degli eventi e opponendosi al bieco “fattualismo”, evidenziando quanto una prospettiva differente possa dare adito ad una nuova interpretazione di accadimenti già trattati dalla Letteratura ufficiale (basti pensare alla Resurrezione di Lazzaro, in questo caso raccontata da un popolano che la osserva come una pièce teatrale).

Si assiste in questo modo ad un’inedita rappresentazione del passato tramite una focalizzazione cruda sul materiale e l’impatto, al fine di dare voce anche ad una realtà sociale che ha vissuto nell’oppressione dello sfruttamento e con un non troppo celato parallelismo con le tensioni economiche del Secondo Dopoguerra nell’epoca del benessere.

 

Per rendere tutto questo Fo si affida unicamente a se stesso (tranne per i brani dedicati alla Madonna, in cui entra in gioco Franca Rame), senza l’ausilio di scenografie particolari ma dandosi soltanto alle proprie tecniche espressive.

Nell’epoca del consolidamento della massificazione, in cui si verifica la trasformazione della lingua in linguaggio comunicativo (che attesta la genesi della semiologia), l’attore-letterato si dà a divertissements strumentali alle sue finalità concettuali: la parola viene stravolta con esiti spesso paradossali e grotteschi, col supporto rilevante dei gesti del corpo e del tono della voce.

Ciò avviene innanzitutto con l’uso colorito e spiritoso dei dialetti del Lombardo-Veneto dei secoli XIII-XV, coi quali arriva a plasmare un nuovo idioma molto vitale e greve, come si può constatare per esempio con il passo dedicato all’incontro tra Bonifacio VIII e Gesù.

 

https://www.youtube.com/watch?v=YxI0Y4a0GdY

 

Poi, con un effetto forse ancora più esilarante, Fo attinge alle commedie seicentesche usando il “Grammelot”, una lingua inesistente fondata esclusivamente sul non-senso e trasversalmente ispirata a quelle reali come Inglese e Francese ed a espressioni auliche utilizzate in chiave ironica. È proprio in questo caso che la necessità della mimica facciale e dei movimenti dell’attore si palesa: senza di essi la fruizione dello spettacolo, con tutto il suo potere dissacrante, sarebbe impossibile.

Basti pensare al segmento in cui Fo presenta il rapporto conflittuale tra uomo e tecnologia, tipico della modernità.

 

https://www.youtube.com/watch?v=8A4n9Ez9O8g

 

Si ha pertanto un’opera teatrale in cui il profilo visivo è quasi preponderante rispetto a quello verbale. Tenendo conto che Fo si è diplomato all’Accademia di Brera e che ha addietro una copiosa produzione figurativa, risulta evidente nel suo stile di recitazione il legame con la pittura, quasi come se volesse rappresentare con l’espressività del suo corpo la carica fisica ed al contempo surreale dei suoi disegni.

[FOTO QUADRI]

 

In essi non si può non notare l’influenza di tutta la Storia dell’Arte, per quanto sia difficile farne un preciso giudizio tassonomico: vi sono presenti gli stilemi classicisti come anche quelli prettamente modernisti, gli elementi più regolari e realisti come altri invece più dissonanti ed astratti.

È proprio grazie a questo che si traccia la forma di un artista completo, definito dall’eterno amico Emilio Tadini nel saggio “Il corpo disegnato” nel seguente modo:

 

“Verrebbe quasi da chiedersi se Dario Fo sia arrivato al disegno per estendere, per tradurre il nobile linguaggio del proprio corpo, per dargli forma stabile, o se sia arrivato a mettere in scena il proprio corpo per realizzare quello che potremmo anche chiamare il ‘progetto’ esposto nei suoi disegni, nel suo modo di disegnare”.

 

 

 

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