Testo di – GIULIA MAINO

DF

Trovarsi di fronte ai propri miti non è facile.

Entrano in gioco aspettative, speranze, emozioni che difficilmente trovano riscontro nella realtà. Ci si ritrova quasi a sperare che vengano disattese, tanta è la frenesia di poter vedere dal vivo chi ci ispira e ci motiva in ciò che facciamo. Seduta nella piazza Colbert di Barolo, chi scrive non sapeva bene cosa aspettarsi; sperava soltanto di essere travolta da un’emozione da raccontare, da ricordare una volta conclusa la magia del Festival. Il palco vuoto ed imponente, già attrezzato per il concerto di Caparezza, sembrava troppo grande per un uomo solo; la scenografia chiassosa e colorata dava l’impressione di essere fuori posto, quasi a mortificare il grande artista che si sarebbe dovuto esibire. Ciò che ha fugato ogni dubbio sulla riuscita dello show è stata l’entrata in scena di Dario Fo, preceduto dai ragazzi della libera Università di Alcatraz. Un canto tribale, divertito e trionfante ha inaugurato la scena, dove l’unico (e necessario) coup de theatre era il corpo e la presenza scenica dell’artista. Dario si è presentato al numerosissimo pubblico con felice generosità e orgoglio, come un padre che torna dalla sua famiglia dopo un lungo viaggio; ci ha abbracciati tutti con il pensiero e con la voce, per poi mettersi a raccontare l’ennesimo meraviglioso viaggio della sua immaginazione.

Il monologo fa parte del suo repertorio, ed è intitolato “La Storia della Tigre”. Il tempo di un respiro e ci ritroviamo catapultati in Cina, durante la “Lunga Marcia” della Quarta e la Settima Armata, un milione di soldati costretti a spostarsi lungo le impervie montagne della catena dell’Himalaya per sfuggire alle terribili imboscate dell’esercito nemico. Uno di loro, a cui Fo donerà voce e spirito, verrà colpito ad una gamba e verrà lasciato indietro dai suoi compagni. Qui l’avventura ha iniziato a prendere forma, grazie al meraviglioso e ancestrale gramelot; il soldato, provato dalla pioggia incessante e dal dolore, troverà rifugio in una grotta, che troverà già abitata da una tigre e dal suo cucciolo. Fo, artefice di meraviglie, fa vivere i personaggi con maestria degna di uno stregone; la sua voce, con toni vari e incantati, ci ha trasportati nelle fauci della bestia, nelle membra tremanti e spaventate del soldato che piano piano si rende conto della natura mansueta della sua ospite, e costruisce insieme a lei e al suo piccolo una vera e propria famiglia. Cucina per lei le sue prede, fino a quando non si sente sfruttato come la più succube delle casalinghe. Ecco che il soldato fugge dalla grotta, la narrazione si fa più concitata e il pubblico ride divertito e partecipa all’Odissea dell’uomo, alle prese con l’antico conflitto fra natura e cultura. Il protagonista giunge infine ad un villaggio, e dopo essere stato riconosciuto dai suoi simili racconta delle sue disavventure, accolte con diffidenza dai paesani. Quando la tigre e la sua prole raggiungono il nostro eroe, Fo mette in scena entrambe le voci in una bagarre tenera e piena di sagace ironia, a metà tra una schermaglia amorosa e un dialogo tra due vecchi coniugi. Le due tigri rimangono nel villaggio, proteggendo gli abitanti dalle incursioni dei nemici, giocando con i bambini e condividendo con gli umani un clima sereno e festoso. Gli organi del potere tentano di sabotare l’iniziativa, tentando di allontanare la “Tigre del popolo” (termine soggetto a molteplici interpretazioni per il pubblico più attento) dal paese, mettendola “al sicuro” in uno zoo e limitandone la visita alla Domenica, affidando la protezione del villaggio al loro esercito. Tuttavia il popolo disobbedisce, nascondendo le tigri nel pollaio e continuando a “ruggire” in faccia al potere oppressore, proclamando la sua inestimabile e innegabile libertà.

Si è concluso così lo spettacolo del vecchio Nobel, il quale ha abbracciato con lo sguardo il pubblico impegnato ad applaudire, ringraziandoci con un sorriso luminoso e pago. Solo per un attimo il suo viso si è fatto più scuro, raccontando della sua Franca e delle mille tigri utilizzate per difendersi e sopravvivere al dolore, per poi lasciarci con la promessa di tornare.

Il pubblico si è scrollato di dosso in fretta la storia del soldato e della sua tigre, preparandosi all’imminente concerto. La sottoscritta, pur impaziente di vedere la folta chioma riccia di Salvemini dimenarsi sul palco, non è riuscita ad abbandonare immediatamente le parole di Fo, che aleggiavano ancora nel mio cielo personale. Incontrare i propri miti non è facile, proprio perché non ci si può mai aspettare quando davvero sia emozionante. L’allegria, l’intelligenza e la sensibilità di questo grande contastorie è difficile da raccontare a parole, proprio perché costituita della stessa sostanza dei sogni, parafrasando Shakespeare; le storie di Fo sono fatte d’aria, d’acqua, di fuoco, e vivono sul palco per poi dissolversi in polvere di stelle e d’infinito. Rimangono nel cuore di chi si lascia emozionare e rapire dai loro mondi fantastici e bizzarri, trasformandosi in leggende alle quali non si può non affezionarsi. Guardando il cielo di Barolo ormai luminoso di stelle, ho salutato una leggenda del teatro italiano, trasformatosi per due ore d’estate in un nonno un po’ matto e affettuoso, che racconta ai suoi nipoti  buffe peripezie di uomini, bestie e magie, ringraziando la vita di avermi fatto partecipare ad un’occasione così, sospesa tra tempo e immortalità.

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