Testo di – Leonardo Malaguti

 

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La sera della consegna del premio alla carriera, al Cinema Moderno di Lucca, David Lynch è accolto da una lunga standing ovation. Il pubblico s’ alza spontaneamente in piedi e abbraccia il Maestro, che ringrazia timidamente. Il primo giorno del Lucca Film Festival è un arrivederci: Lynch, dopo due giorni in cui ha presenziato a mostre, conferenze ed eventi organizzati in suo onore, ritira il premio, si trattiene qualche minuto e, con l’inizio del suo Mulholland Dr. esce.

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Nell’ambito della decima edizione del Lucca Film Festival (28 settembre – 3 ottobre) dedicata al grande regista di Missoula, Montana sono stati organizzati una mostra, tre incontri e un concerto, eventi paralleli allo svolgimento del festival, ma non per questo meno importanti, anzi. La manifestazione vera e propria è cominciata solo il 29 settembre, ma nei due giorni precedenti una folla di ammiratori provenienti da tutta Italia si è riversata in città per incontrare Lynch, tanto da cogliere impreparata l’organizzazione del festival: le principali conferenze a cui il regista era presente sono state prese letteralmente d’assalto, facendo degenerare in più momenti la situazione in una attesa dimensione di caos.

Il primo evento è stato l’incontro sulla Meditazione Trascendentale: Lynch la pratica da quarantun’anni e da tempo ormai dirige la David Lynch Foundation, votata a far conoscere questa pratica e a farla diffondere nel mondo assieme ai suoi benefici. L’incontro si è tenuto nell’auditorium San Micheletto e la stanza decisamente piccola ha obbligato l’organizzazione a dividere il pubblico in tre sale, in due delle quali la conferenza era proiettata in diretta su schermi. I pochi fortunati che sono riusciti ad accedere alla sala principale (metà dei posti erano riservati), dopo due ore di interventi scientifici di esterni riguardo all’argomento, hanno avuto la fortuna di poter a lungo parlare con Lynch, che, appassionatamente quanto gentilmente, ha risposto ad ogni domanda firmando poi autografi. La sera, nella chiesa di San Francesco, si è tenuto un emozionante concerto, dove le musiche dei suoi film (firmate Angelo Badalamenti) sono state eseguite da un’orchestra in presenza del regista (qui potete trovare un estratto https://www.youtube.com/watch?v=Udkdl_PKaKs)

 

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La mattina dopo si è tenuta la lezione di cinema, sempre nella chiesa di San Francesco, molto più capiente, ma lo stesso più di cento persone sono rimaste fuori. L’incontro è stato molto interessante, sebbene ormai a David Lynch vengano poste sempre le stesse domande sul suo cinema e sul suo lavoro, domande alle quali lui dà risposte standard spesso lapidarie (è saltata fuori persino la domandà tabù “Qual’è il trucco dietro al bambino mostruoso di Eraserhead?” cosa che il regista da decenni ha deciso di non rivelare, e infatti la risposta è stata “Come ben sapete, non parlo mai del bambino”). Ma il fascino dell’incontro non è stato tanto il contenuto, anche perché sul cinema Lynchano tutto è stato già detto e per gli amanti della sua opera ci sono state poche risposte inaspettate, quanto il carisma ipnotico dell’uomo: vestito sempre di nero, il ciuffo canuto da upupa, le dita che, quando parla, si muovono sinuosamente nell’aria e lo sguardo calmo e attento di qualcuno che ha capito qualcosa che gli altri non hanno colto. Ha un fare da maestro zen David Lynch, e le sue risposte sono lente, calibrate, le sue metafore assurde e chiarissime allo stesso tempo, ipnotizzano chi lo ascolta. Ciò che gli interessa di più, ciò che sembra stargli più a cuore da trasmettere ai suoi interlocutori è l’amore per le idee: bisogna innamorarsi di un’idea e svilupparla, non importa quale sia il mezzo, prima del cinema, della pittura, di ogni progetto c’è l’idea che, stando a quanto dice, è il carburante indispensabile di ogni motore creativo. Dichiarazione meno banale di quanto possa sembrare, vista la totale carenza di idee e di originalità che affligge il cinema (e non solo) contemporaneo.

Il momento forse più emozionante, poi, arriva quando gli viene chiesto di dire qualcosa in ricordo dell’amico Jack Nance (Eraserhead, Twin Peaks, Strade Perdute…) e di Richard Farnsworth (Una storia vera): Lynch parla sempre al presente degli amici scomparsi, come fossero ancora con lui, e racconta aneddoti appassionati “Jack Nance era una persona che faceva lunghe pause quando parlava, aveva dei tempi molto lunghi” ricorda “ma se si aveva la pazienza di ascoltarlo, raccontava storie eccezionali” mentre di Farnsworth, che girò Una storia vera senza dire a nessuno di avere un cancro terminale alle ossa, riporta la forza di volontà e la dedizione al lavoro esemplari.

Sui suoi lavori, e soprattutto sul suo possibile ritorno al cinema a distanza di otto anni da Inland Empire, come sempre, come da copione, il regista non si sbottona e dà risposte sibilline, evasive, non toglie mai il velo di mistero che contraddistingue il fascino dei suoi lavori e, ormai, del suo personaggio.

Gli unici spiragli di speranza che concede sono dei “forse”: il ritorno dietro la macchina da presa non è pianificato, ma nulla è detto, anche perché, ad esempio, il progetto mai realizzato del film Ronnie Rocket (risalente al 1977) ancora gli piacerebbe molto concretizzarlo, per quanto “qualcosa ancora manca, ma non so cos’è”.

Poi, per gli appassionati di Twin Peaks, quando gli viene chiesto se sarà mai realizzata una terza stagione risponde “Sono molto affezionato a quei personaggi e mi piacerebbe molto tornare in quel mondo, chi lo sa… aspettate e vedrete”.

Nessuna certezza quindi, ma con David Lynch non bisogna mai perdere la speranza.

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Se vi siete persi queste giornate di incontri con Lynch, fate però ancora in tempo a vedere la mostra a lui dedicata, sempre a Lucca, DAVID LYNCH LOST VISIONS – L’indiscreto fascino dello sguardo

che raccoglie la serie di fotografie “Small Stories” “Women and Machines” e una serie di litografie. La mostra, piccola ma molto interessante, sarà aperta al pubblico fino al 9 Novembre.

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