Testo di – LORENZO VERCESI

 

gesualdo-bufalino

 

Chi sa raccontare storie nasce osservatore. Osservare significa indagare, indagare significa scoprire, scoprire significa vedere e vedere significa… sentire. Ci vogliono occhi particolarmente fini per poter sentire. E di solito chi ne possiede un paio sarà poeta. Alcuni uomini però non si sono fermati a questo. Alcuni uomini vedono il mondo in poesia e per tradurlo agli altri lo trasformano in prosa. Non si tratta di un’operazione rinunciataria o rivelatrice di incapacità espressiva, ma di avvicinamento ad un mondo che è fatto per attirare l’attenzione e i cuori della moltitudine fin dalle antiche notti, quando i cantastorie aprivano le porte della verità e delle cose allo stupore ed alla meraviglia degli astanti. Le parole che uscivano dalle bocche di quei misteriosi narratori notturni diventavano il pane che alimentava i sogni e le speranze di intere comunità e interi popoli. C’era poesia in quei racconti e c’erano parole che rapide si incolonnavano a formare frasi che unite fra loro creavano nuove realtà, nuovi strati di verità. Quei cantastorie erano i custodi della bellezza del mondo, fino a quando la parola fu rubata al popolo e consegnata nelle mani del potere.

Oggi in fondo le cose non sono poi tanto diverse. La prosa è divenuta il principale strumento di potere e sembra ormai reciso quel filo che sottile l’univa alla poesia. Eppure ci sono scrittori che hanno saputo ricucire questo filo, restituendo alla Parola il suo antico potere: creare meraviglia, ricercare bellezza.

Gesualdo Bufalino era un uomo timido e riservato. Imbottito nel feltro del suo cappotto, dal retro di un cappello da uomo color verde-marrone scrutava il mondo con occhi d’antica fattura. Non pubblicò mai nulla fino ai sessant’anni, non lo riteneva necessario. Il manoscritto del suo primo romanzo, “Diceria dell’untore”, visse nel buio e nell’odor di chiuso del cassetto della sua scrivania per lunghi anni prima di essere pubblicato e di spargere sugli occhi pesti e chini del mondo la fiamma della sua luce. Dicono che fu Sciascia, suo grande amico e primo estimatore, a convincerlo ad affacciarsi al mondo della letteratura: il fumo delle loro sigarette si fondeva spesso nell’aria viziata delle domeniche mattina, quando sedevano insieme su qualche panchina in qualche parco o piccola aiuola a dissertare sul mondo e sulla vita. Il temperamento timido di Bufalino faceva sorridere il già affermato scrittore, era insolito per un siciliano come lui, diceva. Faceva l’insegnante di Lettere, il suo lavoro gli piaceva e nel tempo libero cercava di catturare la linfa delle cose attraverso il suo sguardo incredibilmente vivido e sorridente. Fu scrittore e anche poeta, ma soprattutto fu raccoglitore instancabile di bellezza. Leggere i suoi libri non è impresa facile, occorre afferrare il loro ritmo, cogliere il timbro della loro voce vellutata e preziosa. La sua è una prosa ricercata, all’apparenza poco fluida, ma che sa aspettare il tempo giusto per conquistare il cuore, come un attento e paziente corteggiatore che dona un petalo di rosa al giorno e si fa attendere, sognando. E c’è sottile incanto nascosto fra quelle righe, una poesia che s’insinua sotto le pieghe dell’anima riuscendo seppur per pochi istanti a rammendarne l’intreccio. “Diceria dell’untore” è un crescendo d’aranci che si arrampicano sui declivi delle campagne fino ad opporre il grido del loro arancione al volto azzurrato del cielo; prima vi coglie di sorpresa come un odore di limoni, quasi un invito di usignolo, poi vi conduce per mano senza mai guardarvi, alla stregua d’un padre limpido, ma silenzioso e alla fine infonde nei vostri occhi tutta la pienezza d’una contemplazione, d’un sentirsi sole sul tratteggio dell’orizzonte, d’un riscoprirsi uomini e custodi di sogni. Bufalino ha uno strano modo di farvi innamorare delle sue parole. Inizialmente ombroso e quasi scortese, seppur mai brusco o scontroso, si apre lentamente come un giglio a primavera, dispensandosi a piccole e crescenti dosi, che vi faranno credere d’essere ingannati o considerati non all’altezza d’una bellezza tutt’intera. Ma se avrete fiducia in quest’uomo gentile e con l’anima dentro agli occhi, se starete al gioco dei suoi intrecci, delle sue complicanze, delle sue citazioni, del suo non cadere in troppo facili disincanti, affidandovi al procedere sentiero di terra battuta della sua prosa intrisa di poesia, vi meraviglierete di quanto spazio di luce esista all’interno dei vostri occhi, se accompagnati da chi sa dirvi dove e come guardare. E al termine di quest’Odissea, alla maniera di Kavafis, ringrazierete l’Itaca che vi ha permesso il lusso d’un simile viaggio, ringrazierete chi, qualche anno fa, ha creduto nell’arte di quest’uomo consegnandoci il frutto del privilegio dei suoi occhi. Grazie Sciascia, di cuore, ma soprattutto, grazie Gesualdo, grazie della tua grandezza, grazie della tua luce.

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