Testo di – Martina Rimoldi

  Paolo-Baratta

Aula Magna dell’Università Bocconi, luogo privilegiato di incontro tra i grandi di oggi e i, nella migliore delle ipotesi, grandi di domani.  Personaggi illustri dell’economia e della gestione aziendale si sono da sempre alternati su quel palco, nel tentativo di trasmettere in poche ore almeno una minima parte dell’esperienza da loro vissuta, dei loro valori e della loro visioni del mondo.

Ma, lo sappiamo, errare è umano e, come le recenti polemiche mediatiche non hanno esitato a sottolineare, non tutti i relatori si sono rivelati abili nel comunicare quell’immagine di onestà e di economia “eticamente giusta” cavallo di battaglia della Bocconi.

Non è sicuramente questo il caso dell’incontro di ieri tra gli studenti dei corsi di laurea specialistica e triennale di Economia per le Arti e la Cultura e il presidente della Biennale di Venezia, Paolo Baratta.

10370991_865946130097470_4589248344761662895_n

Egli si è infatti mostrato, prima ancora che un ottimo amministratore, una persona ricca di ideali e obiettivi, tra cui, primo fra tutti, quello di mantenere un’istituzione di tale importanza un luogo di ricerca e non una pura macchina economica, autosufficiente sì, ma che corre continuamente il rischio di diventare un semplice produttore di entertainment.

Due i fondamentali messaggi che Baratta ha voluto lasciare agli studenti: non cadere nella trappola della comunicabilità ad ogni costo e preservare sempre l’autonomia dell’istituzione.

Evitando di soffermarsi sul primo tema, senza dubbio trattato meglio da centinaia di libri di marketing, risulta invece interessante riflettere sul secondo.

L’autonomia della Biennale di Venezia è tenacemente preservata innanzitutto garantendo piena libertà decisionale ai direttori artistici, che possono autonomamente portare avanti il loro lavoro di ricerca e di selezione delle opere da presentare alle esposizioni. È in primis la stessa struttura amministrativa che ogni giorno, autolimitando la propria ingerenza e fornendo i mezzi e gli strumenti adeguati, permette alla componente artistica di proseguire serenamente nel proprio operato culturale.

Come la Bocconi insegna, non si può però parlare di autonomia di un’istituzione senza considerare l’orizzonte finanziario, la cui oculata gestione, con tutto il suo grigio portato di razionalità, è in grado di limitare per quanto possibile le interferenze esterne, provenienti sia dal settore pubblico che da finanziatori privati. Con il suo budget di 36 milioni di euro annui, di cui solo 10 provenienti dalle casse dello Stato e ben 8 di entrate proprie (biglietteria), la Biennale può essere annoverata tra le istituzioni culturali virtuose del panorama italiano, provvista altresì di un ottimo apparato di controllo di gestione che le consente di rapportarsi alla pari con i soggetti privati dai quali ottiene annualmente cospicui finanziamenti, perché, come ha sottolineato Baratta stesso: “Se vuoi il privato nelle attività culturali, devi prima rendere il pubblico in grado di dialogare con esso”.

Ed è proprio la parola dialogo chiave nella relazione di Baratta: dialogo tra artisti e amministrativi, tra istituzione e finanziatori, tra pubblico e privato.

Comunicazione, dialogo, collaborazione, reciproca contaminazione: questi gli ingredienti fondamentali che consentono oggi alla Biennale di Venezia di continuare a sopravvivere e di produrre cultura tramite la ricerca, di coinvolgere sempre più persone nella propria attività (notevoli anche la serie di interventi attuati per intensificare i rapporti col territorio e con le scuole) e di rimanere fedeli alla propria mission.

C’è da domandarsi allora la ragione per cui un’idea che, nella sua semplicità, si sta dimostrando vincente non riesca ad essere esportata nelle migliaia di realtà culturali italiane che si ritrovano ogni anno a rischio di chiusura, vuoi per la mancanza di fondi, vuoi per l’incapacità gestionale degli addetti ai lavori.

Perché il nostro Paese deve ancora rimanere legato all’ idea, che tanto ha l’olezzo di naftalina, di un settore pubblico garante della libertà dell’espressione artistica e di una cultura accessibile a tutti e di privati pronti a tutelare esclusivamente i propri interessi, il cui intervento va richiesto solo in extrema ratio, storcendo il naso e mantenendo sempre un altezzoso distacco elitario? Perché instaurare una leale collaborazione tra queste due realtà continua ad apparire qualcosa di così impossibile? Perché la scelta tra pubblico e privato nella gestione di un’istituzione deve essere ancora considerata un aut-aut? È davvero così difficile pensare a un orizzonte comune, dove le competenze di entrambi possano essere messe a servizio di un unico scopo?

Certo è che la non rosea situazione economica italiana sta costringendo in qualche misura anche lo zoccolo duro della cultura a contemplare logiche differenti, nella speranza che tale cambiamento possa rivelarsi proficuo e consentire all’arte e alla cultura di prendere il posto che spetta loro di diritto, quello di settori trainanti per la ripresa del Paese.

È ben chiaro che, sia per i dirigenti della cultura sia per quelli della cosa pubblica del domani, deve risuonare incessante il motto di Baratta (in latino, ça va sans dire): Si privatum vis, para publicum!

aaaa

1 risposta

  1. Andrea R.

    Questo non è un articolo: è un riassunto mal scritto senza un briciolo di personalità.controllate i pezzi prima di pubblicarli dai

    Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata