Testo di – DANIELE CAPUZZI

 

 

Sabato 17 gennaio ha debuttato sul palcoscenico del Piermarini la composizione più celebre di Bernd Alois Zimmermann, Die Soldaten, cui seguiranno cinque repliche; i biglietti dell’ultima, che avrà luogo il 3 febbraio, sono stati venduti a metà del prezzo di listino grazie al programma ScalAperta, che tenta di avvicinare un pubblico più vasto, solitamente escluso dal Teatro a causa degli elevati costi.

Se scrivessi di cinema non potrei esimermi dal descrivere tale opera come un kolossal. La partitura prevede all’incirca dieci personaggi principali, cui si aggiungono un’altra trentina di interpreti oltre a numerose comparse. Gli strumentisti sono ovunque: oltre ai tradizionali esecutori che siedono nella buca davanti al direttore, ve ne sono sparsi in quantità per la sala, su alcuni palchi a sinistra, altri sui palchi di destra, altri ancora nelle sezione centrale del ferro di cavallo, quella che affaccia il boccascena, nonché sullo stesso palco scenico. L’effetto sonoro ottenuto da una tale disseminazione dei musicisti è unico. Lo spettatore è immerso nell’orchestra.

Data la massiccia presenza di artisti, quindi l’ingente investimento, nonché la notevole difficoltà tecnica, è un’occasione rara poter assistere dal vivo all’esecuzione di questo capolavoro novecentesco. L’allestimento che va in scena al Teatro alla Scala è stato prodotto in concerto con il Festival di Salisburgo. L’esordio nella città che diede i natali a Mozart risale al 2012.

Il direttore d’orchestra, Ingo Metzmacher, è uno dei più riconosciuti interpreti del repertorio contemporaneo ed è lo stesso che, due anni or sono, diresse i Wiener Philharmoniker al Festival. Pure alcuni cantanti che coprono il ruolo di protagonisti hanno seguito il maestro al teatro d’opera milanese. È assolutamente da segnalare l’agilità e la potenza della voce di Laura Aikin, che veste i panni di Marie, la ragazza attorno a cui è tessuta l’intera trama. Le prestazioni generali delle voci sono di alto livello, come richiede il prestigio del teatro, ma soprattutto il complesso uso che Zimmermann fa di quello strumento sonoro umano che sono le corde vocali.

Non posso nascondere che l’opera, composta negli anni Sessanta, presenti notevoli difficoltà anche per lo spettatore. Il compositore inserisce nell’organico orchestrale diverse percussioni che sono pressoché sconosciute al grande pubblico. In aggiunta a tali sonorità innovative, vi è pure la presenza di uno strumento elettronico che ha richiesto al teatro posizionare due amplificatori sulle pareti della sala, il sintetizzatore. Questo è capace di modificare il proprio timbro, ossia il caratteristico suono emesso da uno strumento musicale e lo modula più volte: sono ben riconoscibili il pianoforte e l’organo. L’ascoltatore è inoltre sollecitato da ritmi e stili differenti: Zimmermann compone secondo una tecnica compositiva nata nel Novecento chiamata serialismo. In essa è soppressa la tonalità, ossia il centro di gravità attorno al quale volteggiano le note. Questa caratteristica getta chi ascolta in uno spazio in cui manca un punto di appoggio sicuro ed è l’elemento essenziale perché chi assiste alla rappresentazione si avvicini allo stato confusionale che contrassegna i personaggi. La partitura vede dei ritmi distintamente jazzistici instaurarsi più volte sull’impianto seriale, che talvolta si alternano a elementi folkloristici, nonché di ispirazione bachiana ed ecclesiastica.

L’architettura complessa della musica si intreccia con un dramma scritto nel 1776 da Jakob Lenz, ma rappresentato postumo. La rottura della triade di tempo, spazio e azione dello scrittore tedesco ben si coniuga con la concezione di Zimmermann di un tempo circolare e non lineare, in cui tutto è presente (il passato è presente come reminiscenza, il presente in qualità di esperienza e il futuro in quanto aspettativa). Il tempo soggettivo è sottolineato pure dalla musica che accompagna opportunamente le simultaneità, accelerazioni e dilatazioni dell’azione scenica. La relatività della dimensione temporale è resa molto più incisiva a riguardo del libretto, su cui il compositore scrive riguardo all’ambientazione storica: “Ieri, oggi e domani”. È però ben definita la localizzazione degli avvenimenti, che si dividono fra le città francesi di Lille e Armantière. Benché il testo originale tratti di una tregua fra i vari eventi bellici di poco antecedenti alla rivoluzione francese, il regista Alvis Hermanis ha preferito avvicinare la scenografia a un’epoca a noi più recente: siamo probabilmente in una caserma militare del secondo dopoguerra. È stata riprodotta la struttura ad archi della Felsenreitschule di Salisburgo. Dietro agli otto archi suddivisi su due piani sono presenti delle tende, che vengono abbassate e alzate secondo la necessità di proiettarvi delle ombre o delle immagini, spesso erotiche, ritraenti donne che concedono ai nostri occhi prosperosi seni e la fortune entre les jambes, parafrasando una citazione attribuita a Honoré de Balzac. La sensualità ricorre frequentemente sulla scena, ma non è mai pesante né esagerata, tantomeno insistente. È d’altro canto inevitabile la sua presenza poiché è evidente il tema della prostituzione, della violenza maschile e dell’inferiorità della donna che soccombe ai piaceri dell’uomo.

Il preludio, molto carico di sonorità ed elementi musicali che verranno distribuiti nel corso della composizione, è eseguito a sipario aperto. La protagonista Marie, a Lille, si innamora, dopo essere stata corteggiata, di un nobile ufficiale francese, il barone Desportes, benché ella sia fidanzata con Stolzius. Il padre della protagonista, il mercante Wesener, vede nel sentimento della figlia una possibilità di riscatto per la sua condizione borghese. Nella scena finale Marie dopo un discorso col padre rimane sola a pensare a quanto l’attenderà. Gli archi, dopo che i teli sono stati alzati, ci mostrano un gruppo di soldati, con una mano sotto i pantaloni, che fissano la protagonista, mentre sono intenti muovere ritmicamente il braccio. Il secondo atto si apre in un caffè di Armantière (seppur la scenografia non sia stata particolarmente mutata). I soldati sbeffeggiano Stolzius per il comportamento di Marie. Viene spostato al centro della scena una cabina dalle pareti trasparenti: i soldati la ornano in all’apice con delle piccole lanterne rosse. Vi entra una giovane e avvenente donna, che indossa una giacca e degli stivali rossi, che comunicano passione e eros. Ha inizio lo spettacolo per i militari. Quando la signorina si è spogliata delle vesti, solo il corpetto e la biancheria intima coprono le nudità. I presenti si levano maglie e pantaloni, si avvicinano e strusciano sulle pareti esterne; uno riesce a entrare, un altro lo strattona fuori per prendere il suo posto. Sopraggiungono il cappellano di reggimento Eisenhardt e il capitano Pirzel a interrompere l’orgia e tentare di ristabilire l’ordine morale. La madre di Stolzius in una conversazione con il figlio, rammaricata per l’amore che egli prova per Marie, la definisce una Soldatenhure (puttana per soldati). Desportes scappa e Marie viene accusata dalla sorella di atteggiarsi con il maggiore Mary che le fornisce informazioni sul barone. Questi per togliersela d’impiccio la invita in una dimora non sua e mentre cena la concede al suo attendente. Lei è spinta nella cabina, che viene riempita di paglia dall’uomo. Entra anche egli e avviene l’orrendo amplesso. Stolzius nel frattempo vendica l’affronto alla fidanzata avvelenando Desportes e contrito assume una dose della stessa sostanza letale. Senza più onore e afflitta Marie si ritrova, sola, per strada. Suo padre la cerca disperatamente, ma quando lei gli chiede l’elemosina, lui le elargisce denaro senza nemmeno riconoscerla.

Si chiude così, mestamente, uno dei massimi capolavori del melodramma novecentesco, che è certamente complesso e arduo da comprendere, al quale bisogna accostarsi con calma per poterlo apprendere appieno nelle sue molteplici dimensioni. Certo è che la chiave di lettura intrisa di simboli dataci dal regista Hermanis è di sicuro aiuto nell’impresa di decifrare un dramma che ha superato i secoli e che ancora oggi nella sua interezza è più attuale che mai.

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