Testo di – GIACOMO SAMSA

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Ispirato ad un fatto di cronaca di due anni prima, già oggetto di un articolo su Life, il film diretto da Sidney  Lumet  (1975) racconta con un linguaggio asciutto ed anti- retorico la vicenda della rapina alla First Brooklyn Bank ad opera di due balordi, reduci del Vietnam: male organizzati e subito scoperti dalla polizia, Sonny (un giovane Al Pacino) e Sal (John Cazale) si barricano all’interno con molti ostaggi, per una somma ridicola. Inizia il lungo, interminabile assedio della polizia, le infinite trattative, i mercanteggiamenti in vite umane …

Condensato in un’implacabile unità di tempo, luogo e azione (un giorno e una notte in un ufficio postale/banca) che costringe lo spettatore a stare a stretto contatto con una manciata di personaggi disfatti dalla tensione, è un film in cui l’azione risolutiva è sempre rimandata e sospesa e in cui la trama non conta quasi nulla. Quel che conta, e che coinvolge suo malgrado lo spettatore, è un’atmosfera claustrofobica di stasi e di contrapposizione visiva tra il dentro e il fuori, tra l’ufficio e la strada, tra l’immobilità dell’interno e le attività dell’esterno (polizia, stampa, televisione, folla).

Ma c’è anche qualcosa di più: quella dei due rapinatori è una condizione sospesa tra l’azione compiuta (la rapina) e la sua conseguenza inevitabile, perché la durata del film e i suoi tempi rallentati rendono indiretto il rapporto di causa – effetto che lega la prima alla seconda; da qui un vago, ma onnipresente, senso di incongruità e spaesamento dagli esiti grotteschi nei dialoghi e nelle situazioni.

I  tempi lunghi della rapina costringono alla convivenza rapinatori e ostaggi – che si scoprono in fondo simili e finiscono per sviluppare una sorta di solidarietà per l’essere tutti finiti in trappola – e rallentano l’azione fino a farla diventare un’interminabile attesa (un’ ambientazione da incubo per chi odia fare la fila alla poste, insomma).

Sonny riesce a trasformare la sua rapina fallita in partenza in un evento mediatico, scoprendosi attore e intrattenitore, imbastendo davanti alle telecamere e alla folla a stento trattenuta dalla polizia un vero e proprio show in diretta in cui lui è la star assoluta, il rapinatore buono messo con le spalle al muro. Si genera allora una situazione paradossale, in cui la folla dietro le transenne usa le parole di Sonny come propri slogan contro la polizia. Assistere alla rapina per gli spettatori desiderosi di eroismi e sangue è allora come stare al cinema, con in più l’illusione di poter condizionare gli eventi e decidere della sorte degli altri, chi vive e chi muore, chi si salverà e chi è condannato.

Appena al di sotto del piano della narrazione degli eventi, che inserisce il film nel genere “azione e suspense”, il racconto trascolora dal grottesco delle situazioni in una critica lucida, feroce ed ironica di una società intera. Tutti, senza eccezioni, sono colpevoli.

Se lo sguardo del regista porta naturalmente lo spettatore a parteggiare per i due improvvisati banditi, un implicito giudizio di condanna non risparmia nessuno, esponendo i “mostri” della contemporaneità: la brutalità dei rapporti di forza, l’amoralità del sistema mediatico, la polizia violenta, l’inconsistenza della famiglia tradizionale, la cultura della celebrità, il disprezzo della vita umana …

Non è in definitiva un film d’azione, ma un ritratto impietoso della società, istantaneo come una fotografia e asciutto come un pezzo di cronaca. Sempre teso all’obiettivo di raccontare senza nascondere nulla – e di farlo con sensibilità e rispetto per i personaggi –  è un manifesto di poetica anti – retorica, nemica della spettacolarizzazione e dell’esaltazione dei fatti: la storia deve essere raccontata, non riscritta; i  personaggi seguiti e non plasmati.

Buona parte della riuscita del film è dovuta alla straordinaria interpretazione istrionica, nervosa ed eccitata di un Al Pacino trentacinquenne, vero show-man, capace di calamitare in suo favore le attenzioni, le frustrazioni e le aspirazioni della folla. Non gli è però inferiore il borderline Salvatore “Sal”, figura di emarginato malinconico e disperato, di squilibrato religiosissimo che non si farebbe scrupoli ad ammazzare tutti gli ostaggi ma non fuma per mantenere puro il corpo, perché “il corpo è il tempio del Signore”; dotato di un’ illogica logica sua personale, è ingenuo e pericoloso, aggressivo e fragile allo stesso tempo.

Molte sono le scene memorabili del film (Oscar nel 1976 per la miglior sceneggiatura originale di Frank Pierson, oltre a cinque candidature), in generale legate all’interpretazione spettacolare di Al Pacino, che è il protagonista indiscusso di questa storia di piccola follia: una tra tutte il lancio delle mazzette di banconote alla folla che preme sui cordoni della polizia.

Una curiosità: mentre scontava vent’anni di reclusione, John Wojtowicz, a cui è ispirato il personaggio di Sonny, scrisse al New York Times lamentando molte inesattezze nel film, ma dicendosi davvero soddisfatto dei due attori nei rispettivi ruoli. Per la storia fu pagato 7500 dollari più l’ 1% dei ricavi del film.

 – Non voglio ucciderti, ma lo farò se sono costretto a farlo

– E’ il tuo mestiere, eh?

– Sì …

– Beh, se qualcuno deve uccidermi spero che lo faccia perché mi odia a morte, e non perché è il suo mestiere

 

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