Testo di – FEDERICO SCARFÒ

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Esplorando musei leggermente fuori sede, si scoprono mostre incredibilmente attuali e che spesso colpiscono per essere tanto inaspettate quanto ispiranti. Così, quando mi sono recato al Palazzo Ducale a Genova (per vedere, a dire la verità, Munch), mi sono trovato vittima di un colpo di fulmine. La presentazione delle foto del francese Robert Doisneau mi ha svelato un lato del tutto inedito della sua arte, che  ancora conosco troppo poco.

Il suo soggetto, qualunque foto si scelga, è sempre lo stesso: Parigi, la sua città, le sue case, i locali, gli abitanti, le donne, amiche o amanti, tutto nelle solite vie, nella capitale riconoscibilissima dell’amore e della poesia bohemien, dei clochard, delle bellissime modelle. Nella fotografia di Doisneau si legge una ricerca del movimento, della ribellione stampata su carta da foto. I bambini corrono e giocano, attraversano la strada spintonandosi e tenendosi l’un l’altro per i grembiulini, una bella fisarmonicista sta girandosi verso il fotografo, una modella si cambia rapidamente di abito e vediamo la fretta, la naturalezza congelata dall’obiettivo. Anche in una foto che gioca sull’effetto prospettico dei gradini di uno scalone con sopra una manciata di persone, sedute: c’è un gioco di movimenti minimizzati, che si leggono sulle labbra e sulle braccia degli uomini e delle ragazze.

Doisneau nelle sue foto ha immortalato due forze opposte che muovevano nella sua Parigi: la tradizione, la cosa nota, l’abitudine, e allo stesso tempo la novità, il giovane, lo scandalo. Per esempio, bella la foto di CoCo, clochard noto in un locale frequentato dal fotografo, famoso perché, all’urlo di CoCo, si alzava e faceva il saluto militare. Una storia che non sarebbe mai arrivata a noi, sepolta in quella che è la tradizione di quartiere, o la tradizione di un singolo bar, una storia che sarebbe stata probabilmente raccontata, ma sarebbe rimasta un tassello dell’esclusiva cultura di un gruppo di persone, quello che è definito scientificamente un “meme”. Invece la figura sgraziata di quell’uomo è stata giudicata degna di rappresentare un tassello della Parigi di cui Doisneau presenta un’anatomia anche troppo generosa. O “L’Enfer”, ex-locale alla moda decaduto, salvato dal tempo che l’avrebbe ridotto a memoria comune a qualche persona del quartiere, con la sua facciata demoniaca. Dall’altra parte, il nuovo, il mai visto: il nudo esposto alla vetrina del negozio Romi, e le facce sconvolte e maliziose dei passanti ambosessi, a turno scandalizzati, divertiti o sinceramente interessati. Come nella foto che mi ha colpito più di tutte, “La Muta”. Una donna in primo piano attraversa la strada spingendo un passeggino, e muove tutta la sua figura: un’ombra congelata in un tentativo di fuga, in una corsa lentissima. Sulla lunga carrellata dello sfondo, macchine invadono la strada, puntando la donna, e possiamo immaginare il rombo, il movimento, i clacson. Il nuovo che letteralmente travolge i parigini. Questa foto mi ha portato a rivedere dopo tanti anni “Tempi Moderni”, il capolavoro di Chaplin, perché non riuscivo a togliermi dalla testa l’orda di lamiere scatenate, di macchine al cui servizio è l’uomo; e ho fatto bene perché ho recuperato l’immagine che volevo: una mandria di mucche che escono dal recinto, poi una mandria di persone che escono dalla metropolitana, poi, nella mia testa, una mandria di macchine e una parigina, ansante, che scappa.

La sorpresa fotografata si vede anche, con un pizzico di paradosso, nei ritratti delle modelle di Lanvin. Le donne, per cui l’obiettivo è il pane quotidiano, vengono attaccate nel loro punto debole, vengono sorprese dietro le quinte. Là, ragazze che si coprono, combattute tra l’imbarazzo e il poco tempo, donne che rientrano dalla passerella buttando il vestito e rimanendo in biancheria senza smettere di correre. E la foto, stavolta in posa, di una modella bellissima, un fiore di grazia il suo sguardo che buca, che nella mia memoria ha gli occhi della “monella” di Chaplin, Paulette Goddard, riflessa nello specchio una sua collega che si cambia velocemente d’abito.

Poi la tradizione del simbolo di Parigi, la Tour Eiffel, e la novità, lo scandalo di torcerla, di rivederla, di rifotografarla sotto vari punti di vista, riflessa in una pozzanghera, coperta dalla luce immensa di un faro, sfocata e soffocata dall’immagine di un cespuglio. Infine, le foto dei piccioni, in un certo senso associabili a quelle che Doisneau scatta ai bambini che giocano. Infatti quei ragazzini vengono ritratti con una dignità notevole, mentre si rincorrono o giocano con il cerchio. Così ai piccioni viene riconosciuto il ruolo di revisori ufficiali della storia cittadina, e vengono fotografati su teste di statue, censurate di guano, e sembrano chiaccherare amabilmente, zampettando con eleganza, quasi scimmiottando quegli uomini che vedono ogni giorno fermarsi o attraversare correndo una strada con il proprio figlio o baciarsi o giocare dai cornicioni.

 

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