REVOLART– Ogni domenica la nostra Caterina Laurenzi ci accompagnerà alla scoperta di un’opera d’arte.

Oggi, alla nostra prima puntata…

Senza ali e senza speranza. La disperazione secondo Şükran Moral

Tre sono le cose che accompagnano un uomo nel grande viaggio verso l’ignoto: la malinconia, la speranza ed il ricordo. Tutto il resto è silenzio. Silenzio, odore di tabacco, sete lacerante ed azzurro immenso. L’azzurro del mare.

Despair” è un’opera che parla da sé.

Emblema di uno dei più struggenti ed irrisolti problemi del nostro secolo, l’immigrazione, è un lavoro di Şükran Moral, artista turca contemporanea.

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Şükran Moral “Despair”, 2003  – Digital print – 150 x 100

 

Dodici uomini se ne stanno stipati come merci in un guscio di scafo, in balia del tempo e del destino.

In uno straziante silenzio, attendono composti la Terra Promessa, la Terra della Salvezza, in patria tanto sognata e chiacchierata.

Nell’attesa fantasticano sul futuro che verrà, chi fumando, per ammazzare il tempo, chi assorto in chissà che marea di pensieri, chi in cerca di un abbraccio, di un contatto o di una stretta di mano.

Colorati e ben paffuti, forse un poco cinguettanti, piccoli uccellini  sono appollaiati sul gruppo di lavoratori. Ma non sono volatili qualunque: si tratta di usignoli, in turco “bulbul”.

Digital nightingales” li definisce l’artista: usignoli digitali, cioè artificiali, fittizi. Ed effettivamente appaiono del tutto surreali in un’immagine così straziante e realistica.

 Su di una barca che la promessa di salvezza non manterrà, il gruppo di uomini attende in silenzio la propria sorte: perché lo scafo, quella riva, non la toccherà. Mai.

Nel buio della fine, gli immigrati si trasformeranno in ancore e, nella più totale anonimia, si abbandoneranno al sonno perpetuo. E quando la nave affonderà, gli uomini, impassibili, la seguiranno.

Gli usignoli – quegli usignoli –  invece, no: dispiegheranno le ali e come d’incanto se ne voleranno via.

 

John Keats, poeta londinese d’altri tempi, riferendosi all’usignolo, nella sua “Ode to a nightingale” (1819), scrisse:

 “Thou was not born for death, immortal Bird!”

 Gli usignoli non possono andarsene a fondo.

 Nella letteratura e nella tradizione turca, gli usignoli sono simbolo di speranza e separazione, e non a caso sono stati scelti da Sukran Moral per la propria opera: i piccoli volatili incarnano la speranza e la fiducia per il futuro che verrà. Ecco perché non potranno seguire gli uomini in fondo al mare: perché si libreranno in volo e torneranno in patria, pronti ad accompagnare il viaggio di mille altri uomini.

Volevo dare le ali in dono a chi non ha la speranza” dice Şükran, quasi a rendere più dolce l’amara verità che incombe sugli uomini ritratti.

L’evidente contrasto cromatico tra immigrati e volatili, evidenzia ancor di più le opposte  sorti dei due soggetti. Ma bianco e nero sono anche fedele  specchio della condizione del gruppo di uomini: senza nome, senza volto, senza identità. Senza colore.

E se fossero, gli usignoli, le anime degli immigrati, pronte a prendere il volo al momento del distacco dal corpo?

Nel “Dizionario dei simboli islamici: riti, mistica e civilizzazione”, di Malek Chebel,  Edward Westermanck, filosofo e antropologo finlandese, scrive infatti: “…certi tipi di uccelli sono considerati più o meno sacrie, tra questi, compare l’usignolo.

Sfondo di questa fotografia, un mare calmo e piatto che cela in sé la sua mano di assassino.

“Acqua perenne, ottima e pessima, ora

morte ora vita, acqua, diventa luce!”

 Şükran, in arabo, significa “grazie a Dio”.

Il lavoro della Moral è un qualcosa di straordinario e inedito.

Despair” è il canto di tristezza di un dolore silente e di un’ansia latente; è il simbolo di una sofferenza lancinante e di una speranza sommessa. È il ritratto di coloro che

Vanno. Torneranno? Lasciano la lor casa senza porta”

e mai, baciando la nuova madre Terra, grideranno “Şükran”.

Şükran Moral è un’artista turca senza età. Se cercate tra le pagine di libri o di siti web, difficilmente troverete la sua data di nascita. Dice di non volerla rivelare perché “mi toglierebbe la possibilità di scegliere ogni giorno – ogni ora – la mia età del momento”. Uno spirito libero dal sapore dolce di  baklava.

Del resto la libertà se la tiene ben stretta lei, che per conquistarla, di camicie forse ne ha sudate ben più delle fantomatiche sette.

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Nata in Turchia a Terme, una piccola cittadina a ridosso del Mar Nero, nella provincia del Samsun, Şükran Moral non ha mezzi termini per raccontare la sua storia.

Nel 2007, in occasione della sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia, ad un giornalista del Corriere che la intervistava, disse: “Dopo le elementari mi hanno fatto lasciare la scuola perché le ragazze che studiano sono considerate puttane, ma io stavo impazzendo e mia madre ha finito per iscrivermi di nascosto da mio padre. Sono stata picchiata solo perché parlavo per strada con un ragazzo. Sono cresciuta con la minaccia continua che mi avrebbero portato dal medico per verificare se ero vergine e in caso contrario rinchiusa in un bordello. Ecco perché so cosa vuol dire la libertà che ho conquistato da sola”.

 Nel 1989 si trasferisce a Roma, dove completa la propria formazione presso l’Accademia di Belle Arti.

I suoi lavori – video, performance, fotografie e sculture polimateriche – criticano e denunciano la società e le istituzioni del mondo turco e non.

Temi predominanti delle sue opere sono la violenza contro le donne e la condizione di sottomissione, che in certe zone della Turchia sono ancora molto presenti.

Nei suoi lavori ha affrontato anche altre tematiche: prostituzione, pazzia e disturbi mentali, immigrazione e problemi legati ad individui relegati ai margini della società.

Critica prima, poeta poi ed infine artista, Şükran Moral ha partecipato a mostre ed esibizioni in tutto il mondo. Nel 1997 ha preso parte alla Biennale di Istanbul; nel 2007 a quella di Venezia.

Şükran Moral divide la sua attività tra Istanbul e Roma, dove risiede.

 L’opera “Despair” è stata scelta per la mostra “Light from the Middle East: New Photography” al Victoria & Albert Museum di Londra.

 

Riferimenti:

www.vam.ac.uk

www.andymag.com

www.corriere.it

 

*I versi citati sono parte del componimento  “Italy” – Giovanni Pascoli

 

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