Testo di – Poor Yorick

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L’immagine cinematografica ci sommerge: senso di vuoto o vuoto di senso? Certo il senso, almeno quello dell’immagine cinematografica, è pervasivo, ma ciò non toglie che, pur in questa sua pervasività, esso si presenti in maniera vuota – non svuotata ma riempita di vuoto. «Di cosa riempirò il nulla?»* Di vuoto, appunto. Ossia di purità. E l’immagine cinematografica, il senso di essa ed essa in quanto senso, è la circolazione di questa purità. Karamay (Cina, 2010, 356) ne è un esempio, e non è un caso se nell’opera di Xu Xin ci sia effettivamente poco cinema, anzi non ce ne sia per niente: l’immagine di Karamay circola ed è così pura da non essere nemmeno più un’immagine cinematografica bensì un simulacro di vita, di più vite distrutte e i cui fantasmi riempiono l’immagine col proprio vuoto esistenziale: sul telo bianco dello schermo cinematografico, essi tornano a vivere. È lo stesso meccanismo che regola il dittico di Liu Jiayin**, e per certi versi questo meccanismo è già una fondazione, ovverosia una rivoluzione, un’escrescenza, l’insinuazione di un vuoto, di una purità che il cinema, col tempo, ha coperto e oscurato***, (sovra)strutturandosi su essa nella maniera più dispotica e gerarchica possibile. Indubbiamente la schizofrenizzazione dello spettatore nello Psycho (USA, 1960, 109′) di Hitchcock**** ha fatto tremare questa struttura, e Antonioni, con L’eclisse (Italia, 1962, 126′) e il suo meraviglioso e destabilizzante finale, ha mostrato***** quel vuoto, l’insaturo che sta a fondamento del cinema, ma la rappresentazione di esso****** appare evidente che stia avvenendo solo in tempi recenti; ciononostante il cinema, specie quello hollywoodiano*******, come si è visto nello scorso scritto, mantiene un assetto del tutto informativo, calcolatore, vettoriale, un animo in cui niente circola e tutto è emanato, unidirezionalmente, eppure anche lì, negli States, sebbene non proprio dentro Hollywood, un mantra echeggia e qualche documentarista scarta l’informazione univoca in favore dell’introspezione, la quale è intrinsecamente equivoca, dunque circolante, da interpretare (Stemple Pass********), democratica, possibile e mai necessaria, sempre emergente e mai emersa totalmente – caratteristiche, queste, che emergono solamente laddove il vuoto sia presente, dove cioè l’assenza permetta una collocazione, un riempimento, un’azione da parte dello spettatore. L’artista, con questo tipo immagine, cessa di indicare (Oxhide II) e si direbbe anche che cessi di rappresentare, come dimostra l’automatismo del piano-sequenza iniziale di Tie Xi Qu: West of the tracks*********, e allora è il vuoto, sì, ma soltanto prima e come vuoto di senso perché poi non rimane che un senso di vuoto che è non è più cinema, è vita, anzi da vivere.

 

* Antonin Artaud, Succubi e supplizi.

** Oxhide (Cina, 2005, 110′) e Oxhide II (Cina, 2009, 133′)

*** Burch Noël, Il lucernario dell’infinito.

**** Gilles Deleuze, Cinema vol. 1: L’immagine-movimento.

***** Gilles Deleuze, Cinema vol. 2: L’immagine-tempo.

****** Così, per certi versi e con le dovute cautele, si potrebbe parlare di non-rappresentazione.

******* Il cinema contemporaneo è quasi tutto hollywoodiano, e anzi sarebbe interessante approfondire il carattere hollywoodiano che sono andate acquisendo le varie cinematografie (non più) nazionali.

******** James Benning, Stemple Pass (USA, 2013, 121′)

********* Wang Bing,  Tie Xi Qu: West of the tracks (Cina, 2003, 556′)

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