Testo e intervista di – GIUSEPPE ORIGO

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La prima volta che mi sono trovato davanti alle opere di Cracking Art è stata nel corso dell’edizione del Festival Collisioni di Barolo 2 anni fa. Girando per le strade medioevali di pietra dello splendido borgo piemontese arroccato in cima a una collina e letteralmente pullulante del grande pubblico chiamato dalla manifestazione, d’improvviso, mi trovai innanzi a una grossa lumaca blu. La sorpresa iniziale si trasformò velocemente in curiosità: cosa stavo guardando e di preciso perché era lì? Cosa voleva comunicarmi?

Scattai una foto e, qualche passo più avanti mi imbattei in un altrettanto grande suricata giallo, scolpito nella, o meglio dalla, plastica, immobile sentinella fluorescente sulle langhe.

Cosa mi colpii di più? Il fatto che quelli che in pratica erano dei grossi pupazzi di plastica fluorescente seppur posti in un contesto medioevale come Barolo non mi risultassero in modo alcuno kitsch o pacchiani: era più un’elegante quanto gradevole rottura. Buffa? Forse, il sorriso mi venne spontaneo.

Li ritrovai poi a Milano, in occasione dell’inaugurazione della Nuova Darsena: un gruppo di grossi lumaconi colorati aveva preso posto in piazza 24 Maggio, più in là, lungo le rive, due grossi passeri.

Scattai qualche foto con gli amici, divertito.

Io e Cracking - "è una riscoperta del famoso fanciullino che c’è dentro di noi: il bambino che celiamo, negli anni messo da parte, che tutto d’un tratto girato l’angolo si ritrova innanzi a un animale gigante" [Paolo Bettinardi]

Io e Cracking – “è una riscoperta del famoso fanciullino che c’è dentro di noi: il bambino che celiamo, negli anni messo da parte, che tutto d’un tratto girato l’angolo si ritrova innanzi a un animale gigante” [Paolo Bettinardi]

Ho sempre adorato chi, della rottura, avesse fatto la propria Arte reputando che proprio in questo carattere di infrazione del canone, dell’atteso, risiedesse il significato stesso intimo del fare contemporaneità artistica in attesa di nuove contemporaneità cui poter abdicare in uno stato di modernità.

Ho incontrato Paolo Bettinardi e Kicco la prima volta in occasione della premiazione di un concorso rivolto a giovani universitari. Demiurghi di Cracking Art, un po’ manager un po’ creativi (ma penso che, in Arte, le etichette siano inutili in tal senso), e sostanzialmente due piacevoli e sagaci interlocutori lontani da quel canone classista e snob della torre d’avorio che sta distruggendo le capacità dell’Arte di comunicarsi e potersi rigenerare.

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Perché “Cracking Art”, rottura in arte o dell’arte?

K. In primis Cracking, a livello tecnico, parte concretamente da questo procedimento petrolchimico che rompe le molecole nel petrolio in cui nella torre del cracking avviene questa scissione, le molecole vengono spaccate e si trasformano in un prodotto di sintesi. Quindi è il momento in cui il vivente si trasforma in organico, in qualche cosa che non ha più una vita sua, ma è una nuova vita eterna artificiale datagli dall’uomo. E’ una rottura col passato per andare avanti.

Quindi Cracking nasce da questo concetto. Noi abbiamo infatti scelto la plastica proprio perché deriva da questo momento di rottura. La plastica è un materiale contemporaneo, dell’attualità. Questo nome poi ci è piaciuto perché rappresenta una rottura con la consuetudine all’arte, cioè stare in gruppo anziché essere un singolo individuo ed esporre per strada anziché in un museo, non passare attraverso la catena già formata di quello che è lo schema attuale della filiera artistica. Dal nome Cracking, scelto anche per un’altra serie di motivi in origine era questo, per connotare questa rottura tra artificiale e naturale.

Paolo Bettinardi (SX), Kikko (DX) e un gruppo di suricati

Paolo Bettinardi (SX), Kikko (DX) e un gruppo di suricati

Guardando quelle che sono le opere che realizzate, questi grossi animali dai colori al limite della fluorescenza, è un po’ come se fosse evocata una sorta di ossimoro tra la naturalità della forma e l’artificialità contrastante delle dimensioni e del colore fluo, rottura citata anche dallo spazio espositivo scelto. La prima volta che ho visto le vostre opere è stata a Barolo durante il Collisioni ed ero rimasto molto colpito nel trovarmi di fronte a questi animali, in un borgo medievale. Dunque mi chiedevo quale sia il rapporto tra le vostre opere e i luoghi espositivi scelti, con la rottura.

P. I luoghi espositivi sono un po’ di tutti i tipi, infatti in passato ci hanno contestato di scegliere anche i centri commerciali, ad esempio… Ad oggi molti artisti di “fine art” espongono in centri commerciali, sono le nuove piazze, quindi noi non abbiamo un problema nell’esporre all’interno di spazi non deputati, classicamente, alle esposizioni artistiche. Noi esponiamo dove c’è un gruppo di persone, ben disposto o no, a recepire il messaggio artistico che vogliamo lasciare. Quindi può essere una piazza storica come un centro commerciale, un hotel, un qualsiasi punto di interesse storico o di affluenza di popolazione, nel quale questa nostra arte di rottura, arte cracking, possa essere fruita liberamente e gratuitamente.

K. Poi c’è questo concetto proprio perché non volevamo seguire lo schema classico del “se sei artista esponi in un museo”: l’idea della piazza, della strada era vista come quello. Dopo 20 anni di lavoro siamo finalmente riconosciuti come artisti, la gente riconosce questo oggetto come qualcosa che non è solo un oggetto e si crea un’empatia: gli viene riconosciuto un valore estetico e culturale, identitario, quindi lo si interpreta come arte. La gente ha interpretato come arte quello che facciamo pur mettendola in giro per strada.

P. Dai un valore emozionale, anche, che poi è la stessa sensazione che percepisci quando vedi questi animali sovradimensionati decontestualizzati o all’interno di un contesto artistico. Cosa ti danno? Gioia, quindi questa è la prima caratteristica che cerchiamo di comunicare, e ci riusciamo.

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Quasi l’arte nascesse da questo contrasto tra l’animale artificiale e la nuova agorà della gente che, d’improvviso, vi si trova innanzi…

P. Si una sorpresa, come diceva Pascoli, è una riscoperta del famoso fanciullino che c’è dentro di noi: il bambino che celiamo, negli anni messo da parte, che tutto d’un tratto girato l’angolo si ritrova innanzi a un animale gigante e quasi non accorgendotene si risveglia. E cosa fai? Ti fai un selfie con l’opera d’arte, ci salti sopra, ci giochi… Ti accorgi forse di non essere più un bambino, ma il messaggio di positività l’hai recepito e così riscopri quel qualcosa che tutti noi dovremmo essere in grado di risvegliare ogni giorno: le nostre reminiscenze di fanciullezza.

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Un gruppo di gasteropodi invade Napoli

Un gruppo di gasteropodi invade Napoli

A parer vostro cosa differenzia l’arte dal design, e perchè le vostre opere, che hanno intrinsecamente ad esse un carattere di possibilità serializzazione, appartengono alla “sfera arte” piuttosto che alla “sfera design”?

P. Per me la differenza tra arte e design è che il design gratifica gli occhi, l’arte gratifica sia il cuore e gli occhi, ti dona un’emozione che non è solo visiva, ma anche di concetto, di sentimento.

K. Io vengo dal mondo del design, dell’arredamento ecco: i miei genitori avevano un centro di design, dunque so che per parlare di design si parte da un concetto di utilizzo, di serialità, ma votata ad un uso specifico. L’intento nostro non è un utilizzo, ma creare un’emozione. Il nostro lavoro è nato come un preciso intento artistico, non abbiamo mai brandizzato l’opera o messo in moto delle strategie di mercato per chi fa design… E’ una procedura totalmente diversa…
Con il design abbiamo in comune che questo è qualcosa su cui si lavora in gruppo, ed è il nostro stesso modus operandi. Poi certo prendiamo in prestito delle tecniche del design, dell’industrial design che mettiamo nell’arte…

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In quella che è la vostra filiera artistico-produttiva, chi è l’artista?

K. L’artista è il gruppo. Siamo in sei più Paolo, e la cosa bella è proprio che anche nell’ ideazione delle opere c’è anche il suo contributo, anche se è un manager.

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In Cracking-Art ha potere decisionale anche il committente?

P. Parzialmente: il committente può commissionarci determinati lavori seguendo uno stile specifico che è quello Cracking e su quello non possiamo discutere. Ti faccio un esempio: ci è stato commissionato un elefante e tanti spingevano perché questo elefante avesse la proboscide alzata per mille motivi… Segno di virilità, di fortuna e quant’altro… Naturalmente analizzando questa richiesta dal punto di vista commerciale sarebbe stato opportuno farlo con la proboscide alzata. Però da un punto di vista meramente culturale e di forma dell’elefante, dato che è innaturale la proboscide alzata, alla fine si è deciso di fare la proboscide bassa: è venuto fuori un elefante che sta sostenendo, sta caricando la memoria storica. E su questo non c’è discussione.

K. Si diciamo che in effetti è così… Ci sono persone che ci chiedono “perché non mi fate un cappello gigante?” e noi rispondiamo “Il cappello gigante non è il nostro lavoro né i nostri valori”. Se invece ci chiedono qualcosa come l’elefante il discorso è diverso: dato che parliamo di petrolio, memoria storica del pianeta, ovviamente quello che lo rappresenta meglio è l’elefante… E’ una richiesta dunque che si sposa perfettamente con quello che è il nostro messaggio.

P. Può essere fatto nel momento in cui ha un significato vicino a Cracking, ha un significato storico.

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Ho notato che ormai moltissimi conoscono bene le vostre opere, ma molti meno conoscono il vostro nome e quella che è la vostra azienda. Qual è il rapporto fra quello che è il vostro marchio, il brand, e le opere d’arte?

P. Conosci il nome di Banksy?

Si

P. No, non “Banksy”, il suo nome proprio..

No, in effetti no.

P. Ecco, tu non conosci il suo nome lo conosci come nickname. Quindi conosci le sue opere, conosci il suo nickname, ma non conosci il suo nome. Di Cracking Art quasi tutti conoscono le opere, pochi conoscono effettivamente il brand.

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Ma voi, come azienda oltre che collettivo artistico, avete interesse che il brand sia conosciuto?

P.Onestamente se mi parli di interesse commerciale si, chiaro che è importante legare un brand al prodotto, parlando di puro business… Da un punto di vista artistico invece non lo trovo rilevante, cioè è un nome qualsiasi… E’ importante che le persone ci riconoscano per le nostre opere e non per il nome. Se tu prendi un murales di Banksy è quasi sempre riconoscibile, ma pochi conoscono il suo nome reale o il suo viso. Magari questo è un gioco di marketing più o meno voluto…

K. Adesso ad esempio la street art funziona molto, però gli street artist brandizzano, fanno la loro firma. Noi non l’abbiamo mai fatto perché il nostro interesse non è mai stato finire nella brandizzazione e nell’autopromozione. Ormai, lavorando da tempo, succede il contrario per: quando vedono un animale in giro lo ricollegano a no!

P. A me arrivano foto di amici di conigli che non sono nostri dicendomi “Ah Cracking Art: è vostro!”: vedono un animale gigante in giro e lo identificano come Cracking. Quindi è un vantaggio/svantaggio.

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E per tutelare il diritto d’autore?

P. C’è un diritto connesso al marchio registrato. Ad esempio una nota catena d’abbigliamento ha usato una chiocciola, una lumaca come la nostra per fare una campagna pubblicitaria per i loro negozi. Noi abbiamo scritto al loro ufficio legale ed è stata immediatamente rimossa perché di fatto copiava la chiocciola di Cracking Art. C’è dunque una tutela legata al diritto d’autore.

 

Tra gli ideali che muovono la vostra produzione e la vostra mission vi sono ecologismo e beneficienza. Quanto, a parer vostro, è importante nel mondo dell’arte l’impegno in dimensioni terze rispetto a quella puramente estetico culturale e perché?

K. Dall’inizio lavorando con la plastica ci siamo posti immediatamente questa domanda… Basta pensare che 23 anni fa è nato il consorzio per la plastica in Italia, quindi è una sensibilità che è venuta fuori negli ultimi anni e per noi è stata una scelta abbastanza ovvia. Anche la scelta degli animali, d’altronde, è proprio legata a questo concetto. Seguiamo del progetti charity, adesso il nostro focus sono raccolte fondi per restauro di monumenti antichi o borse di studio… Però, dal mio punto di vista, non è necessario che un’artista faccia un’opera per un fine etico, sociale, filantropico: Tu fai un’opera, poi se vuoi dargli anche una connotazione del genere ben venga… Ma un’opera d’arte non deve per forza essere guidata dal fatto che deve salvare il mondo. Se vuoi salvarlo provaci, ma non è un dovere.

P. Una decisione nostra è di aiutare l’Italia a recuperare l’arte antica e rigenerarsi, sempre in un percorso Cracking, perché come mi insegna Chicco la bava della lumaca è rigenerante… Concetto da cui è partito poi tutto il percorso Cracking Art. Quindi dove passiamo, oltre a rigenerare l’anima, dando gioia a chi osserva le nostre opere, vogliamo dare anche una mano concreta nel rivalorizzare monumenti di arte antica che necessitano di restauro. A tal proposito, spesso, ci aiutano anche le sovraintendenze nel reperire fondi per quest’ultimo scopo.

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Warhol disse: “La Business Art è il gradino subito dopo l’arte. Io ho cominciato come artista commerciale e voglio finire come artista del business. Voglio essere un business man dell’arte o un’artista del business. Esser bravi negli affari è la forma d’arte più affascinante. Far soldi è un’arte, lavorare è un’arte. Fare buoni affari è la migliore tra le forme di arte.”  Il legame tra business ed arte c’è sempre stato, è inutile negarlo. Mi chiedevo, a tal proposito, quale fosse il rapporto tra Cracking Art e il sistema del mercato e business dell’Arte.

P. Anche in questo caso è cracking: noi non seguiamo le regole del passato in cui un’artista, o un gruppo di artisti, si affidava ad un gallerista per poi essere posizionato nelle case dei benestanti. Anche qui noi siamo diversi, agiamo direttamente sui nostri collezionisti: abbiamo pochi galleristi che seguono Cracking Art, per nostra scelta, che ci supportano in iniziative come quelle che noi chiamiamo “invasioni di pubbliche piazze” e credono in noi. Quindi più che galleristi in senso stretto sono partner, sono amici che credono in questo progetto. Non partecipiamo alle aste, solo indirettamente tramite alcuni nostri collezionisti che ci mettono all’asta, quindi non seguiamo il percorso standard per valorizzare un’opera. Quello che noi facciamo è noleggiare le installazioni di Cracking, o regalarle nel momento in cui lo riteniamo opportuno, e vendere le opere ai nostri collezionisti. Questi normalmente non le comprano per specularci, per farci un mark up, ma perché li divertono e danno loro piacere. Anche per questo siamo differenti da un quadro di Fontana o dalla Fine Art: diamo un messaggio diverso e abbiamo attività artistiche totalmente differenti.

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