Testo di – DANIELE CAPUZZI

 

Fidelio
Il 7 dicembre alle ore 20 le luci del Piermarini si spegneranno per lasciare spazio alla serata che darà il la a una delle più intense stagioni che il Teatro alla Scala abbia mai dovuto affrontare. Expo2015 è infatti un’occasione che il sovrintendente uscente, Stéphane Lissner, di concerto con il neo arrivato Alexander Pereira, non si è lasciato sfuggire. In cartellone si contano addirittura diciassette titoli di opera. Ciò che anima maggiormente la discussione, però, è certamente la scelta direttore artistico Daniel Barenboim di aprire la stagione con il Fidelio di Beethoven. Ai più potrebbe apparire uno spettacolo inadatto a essere rappresentato nella serata inaugurale, soprattutto visto il ritardo con cui esso è approdato sul palco scaligero (1949), ma è d’uopo ricordare che già altre due volte ha ricoperto questo importante ruolo: nel 1974 e nel 1999.
Fidelio è l’unica opera scritta dal compositore di Bonn e vive tutt’oggi una storia molto travagliata, già a partire dall’ouverture. Ne sono state scritte quattro su un arco temporale di circa dieci anni, corrispondenti a quattro rivisitazioni, più o meno importanti, della struttura operistica. La prima, oggi conosciuta come Leonore n.2 (op. 72), apriva un lavoro in tre atti e diede vita alla successiva Leonore n.3 (op. 72a) che fungeva da preambolo a un rivisitato singspiel di due atti dal titolo Leonore, oder der Triumph der ehelichen Liebe [Leonora, ossia il trionfo dell’amor coniugale]. Queste prime due sono avevano il “difetto” di essere eccessivamente sinfoniche sia per la loro durata, che per l’anticipazione dei temi dell’intera partitura, tant’è che riscuotono ancora oggi grande successo come pezzi orchestrali a sé stanti. Una terza fu scritta nel 1808, ma venne rapidamente sostituita dalla più delicata versione attuale del 1814.
Il Maestro Barenboim, durante la conferenza dedicata alla spiegazione dell’opera tenutasi presso l’Università Cattolica di Milano il 25 novembre, ha spiegato di aver preferito la versione definitiva del singspiel, ma con un’attenzione anche alle precedenti; infatti sarà Leonore n. 2 a fare da preludio al Fidelio scaligero, perché in essa “ci sono ancora espressioni di certi dubbi, al contrario della Leonora n.3, che contiene già tutta l’opera”.

Beethoven, al pari del suo illustre maestro Joseph Haydn, è riconosciuto come uno dei primi grandi compositori ad abbracciare gli ideali illuministi, come dimostra anche la dedica del concerto per pianoforte e orchestra n. 5 op. 73, meglio conosciuto come Imperatore, per riconoscere l’impegno di colui che fu inizialmente scambiato come il liberatore dei popoli europei oppressi: Napoleone Bonaparte. Non è difficile notare che questa composizione riporta il numero di opus successivo al Fidelio. Ciò porta molti a credere che il singspiel beethoveniano tratti in primis di questioni politiche e di libertà, che si addicono ancora perfettamente all’attuale panorama internazionale assetato di democrazia. Si può ben intendere lo spirito illuministico nella prima aria (Atto II, scena I) del protagonista, Florestan, il quale canta:

In des Lebens Frühlingstagen
ist das Glück von mir geflohn;
Wahrheit wagt ich kühn zu sagen,
und die Ketten sind mein Lohn.
[Nella primavera della vita
la felicità è volata via da me;
osai dire la verità con coraggio
e le catene son la mia ricompensa.]

Si tende però spesso a offuscare la trave portante dell’intera trama: l’amore di Leonora per Florestan. Quest’ultimo imprigionato nelle segrete del carcere di stato della pittoresca Siviglia settecentesca dal potente governatore don Pizarro, vive al freddo con razioni di cibo sempre più ridotte. La sua tenace moglie Leonore, che si cela nei panni di un personaggio fittizio, Fidelio, riesce tramite abili stratagemmi ad accompagnare Rocco, il guardiano dei prigioni, a scavare la fossa in cui il marito sarà sepolto prima dell’imminente arrivo del ministro don Fernando, onde nascondere le tracce della tirannia con cui viene amministrato il luogo di detenzione.
La grandiosa passione della protagonista per il compagno di vita, la portano a sfidare i potenti, a indagare segretamente e sotto mentite spoglie, a mettere a rischio la propria vita pur di veder salvo l’amato. È impossibile quindi non cogliere l’ardente sentimento di Leonore, che non ha niente da invidiare alle vicende dei migliori e più passionali melodrammi ottocenteschi.

 

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