Testo di – Davide Parlato

“Freaks was a thing I photographed a lot. It was one of the first things I photographed and it had a terrific kind of excitement for me. I just used to adore them. I still do adore some of them. I don’t quite mean they’re my best friends but they made me feel a mixture of shame and awe. There’s a quality of legend about freaks. Like a person in a fairy tale who stops you and demands that you answer a riddle. Most people go through life dreading they’ll have a traumatic experience. Freaks were born with their trauma. They’ve already passed their test in life. They’re aristocrats.”

Diane Arbus

Facciamo un piccolo giro di presentazioni: questo è Freaks, 1932, diretto da Tod Browning. Inizio della caduta del regista statunitense, in quanto fomentatore di una valanga di critiche: spettatori disgustati, conati di vomito in sala, pubblico scandalizzato, una lettera di denuncia alla MGM da parte di una donna che attribuiva alla visione del film la causa del suo aborto spontaneo. Non si può proprio dire un film spensierato insomma. Nonostante l’insuccesso plateale ai botteghini, corroborato dalle più feroci critiche, il film ad oggi, rivalutato negli anni 60 dalla controcultura del tempo, risulta annoverato nella prestigiosa National Film Registry, considerato, dalla cultura popolare, come uno dei più grandi cult movie di sempre.

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E voi come vi presentate? Siete individui suscettibili? Siete uomini morali? Reggete sulle vostre spalle una morale ferrea, ebraica, lineare, matematica? Siete più per la sospensione del giudizio? Siete civili, incivili, ligi al dovere? Vi considerate “normali”? Ecco: Mr. Browning ne ha una per ognuno di voi, soprattutto se vi ritrovate nell’ultima definizione.

Molto brevemente il film racconta le vicende all’interno di un circo di fenomeni da baraccone dei più disparati tipi: microcefali, menomati, la donna barbuta, l’uomo lombrico, acondroplasici, gemelle siamesi. Tutti filmati dal regista senza censure per la sensibilità e in situazioni di vita “normale” e sociale, creando una forte dissonanza che rende il film un ibrido (considerata l’epoca in cui uscì) fra la commedia circense e il genere horror, benché non facesse altro che portare in scena il fenomeno di larga fama del “freak show”.

Il fenomeno del “freak show” è un qualcosa che ha una lunga storia. Da sempre (come il pannello iniziale spiega con dovizia), gli individui “anormali”, menomati, ritardati, orrendi, anomali (anche solo i mancini), in generale diversi sono sempre stati considerati un cattivo presagio, un qualcosa di negativo, una punizione della divinità o semplicemente individui abbietti e viziosi, alleati del diavolo in persona o di qualche demonio. La società normale ha diligentemente ovviato a tale questione di pessimo gusto in modi diversi, a seconda delle varie epoche (e, mi permetterei, a seconda del modello di società civile tipico della cultura in esame, a sua volta in biunivoca dipendenza dal modello morale offerto dalla religione di riferimento): dalla rupe Tarpea alle workhouses inglesi e francesi (si veda al proposito “Storia della follia nell’età classica” di M. Foucault) le varie forme di società normativa hanno sempre fatto in modo di eliminare il problema della diversità, adducendo le più disparate motivazioni. Tuttavia, l’anormale ha da sempre suscitato un fascino ambiguo, quasi una curiosità morbosa verso l’abiezione, il disgustoso. Tale sentimento raggiunse l’apice moderno con il fenomeno anglosassone dei “freaks” (“scherzi della natura”) sviluppatosi nell’Inghilterra vittoriana di fine Ottocento. Da qui in poi il diverso, dapprima protagonista in alcuni casi degli spettacoli circensi, assurge ad uno strano tipo di status quo morboso per cui diventa di per se stesso attrazione pubblica. Nasce il fenomeno dei “freak show”, congiuntura particolare del tema della follia in cui la folla normale assiste con disgusto, divertimento, pena alo spettacolo offerto dall’abnorme.

Non può non venire in mente il patetico Joseph Merrick portato sullo schermo con occhio pietoso da David Lynch nel capolavoro The elephant man: la storia di un uomo (o qualcosa che dall’esterno solo vagamente vi rassomiglia) che riscopre la sua umanità (che i continui maltrattamenti quasi gli avevano fatto scordare) grazie alle cure offerte da un medico londinese e alle paradossali e ipocrite attenzioni della società vittoriana (che forse riscopre la sua umanità molto di più di quanto non lo avesse già fatto il dolce Merrick).

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Ciò che succede in Freaks è però diverso: molto più disturbante del viaggio lynchano, non tanto in quanto a visione estetica (Lynch ne è un campione imbattuto) quanto nell’esperimento psicologico cui Browning sottopone lo spettatore. Nella coercizione volontaria dell’assistere filmico, il regista trova una splendida e di sicuro effetto modalità per sbattere in faccia allo spettatore la coscienza della diversità, e con essa il senso di colpa che ne deriva. Il doppio gioco di browning è quello di creare un antagonismo fra la normalità e l’anormalità senza lasciare però al pubblico delle coordinate morali usuali nelle favole morali (un po’ come in quella di Merrick). Ricorderanno coloro che hanno visto The elephant man lo sfogo finale di Merrick assalito dalla folla cieca nella stazione ferroviaria: “I’m not an animal, i’m a human being!”. A tale commovente (e compatita dallo sguardo cinematografico) affermazione, Browning sostituisce il coro che i freaks del circo intonano alla nuova arrivata “normale” per celebrare il suo ingresso nel gruppo: “Gooble Gobble One of Us We Accept Her!”. La dimensione del freak è esplorata nella sua caratteristica comunitaria e quasi settaria: la società emargina i fenomeni da baraccone dall’alto della sua presunta autorità morale e questi, di risposta, umana ancora di più della remissività di Merrick, si chiudono in un gruppo estremamente protettivo, dove la vita di uno vale per tutti. Questo sentimento di appartenenza dei freaks al loro gruppo si scontrerà nella pellicola con il sentimento di appartenenza dei normali alla loggia della normalità, conducendo la linearità della trama ad una conclusione particolarmente drammatica: così drammatica e terrificante da rientrare nelle parti della pellicola soggette ai drastici tagli che portarono l’opera ad una lunghezza di 60 minuti dagli originali 90.

Allora l’esplorazione del “freak” diventa una vera e propria esplorazione della natura umana, delle radici recondite della morale umana e dell’accezione di “diverso” e “normale” (effettivamente, si chiede il regista con l’opera: esiste un discrimine fra la normalità e la diversità?). Spartiacque di questi due mondi sono la bella Venere e il pagliaccio Froso (non a caso un pagliaccio), due normali nel gruppo dei mostri.

Un pagliaccio è un umano speciale: un normale che si comporta da scemo. Indipendentemente dalla sua personalità, la sua natura è impressa sul suo volto sottoforma di una maschera: una persona, vera e propria.

Diane Arbus in questo è stata parecchio pagliaccesca: affascinata dal film analizzato e dal mondo dei freaks newyorkesi, tentò, nella sua opera, di avvicinarsi a questo mondo paradossalmente così lontano da noi. L’anormalità è studiata con attenzione, con perspicacia, con tensione estetica, ma, soprattutto, con l’empatia offerta dalla 35 millimetri e dal contatto umano che instaurava con questi individui.

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Immortalati nella fotografia, Miss Stormé de Larverie, la donna che si veste da uomo, Moondog, il nano messicano Cha cha cha, i protagonisti dell’Hubert’s Museum, il baraccone delle meraviglie nella 42ma: un mondo in qualche modo perduto e ritrovato dall’incontro con il medium perfetto in grado di comunicare fra i due universi: l’artista, colui che varca il convenzionale per riportare nell’al di qua cosa ha visto dello sconosciuto disperdersi del senso dall’altra parte del confine.

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