Testo di – GIULIA BEROZZI

 

E’ stata inaugurata lunedì 22 settembre a Palazzo Reale, Milano, la mostra temporanea “Freedom Fighters – I Kennedy e la battaglia per i diritti civili”, creata e promossa dal Comune di Milano, Palazzo Reale e l’organizzazione internazionale Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights Europe.

Poche le sale in cui si articola la mostra, ma grandissimo l’impatto che essa provoca, nonostante l’estrema semplicità. Fotografie in bianco e nero narrano la lunga e difficoltosa battaglia per i civil rights negli Stati Uniti d’America. Scatti iconici del periodo ed altri meno noti si susseguono raccontando una storia che ha per protagonisti i sogni di tre grandi figure, tre Uomini che sono stati in grado di trasformarli in diritti: John F. Kennedy, il fratello Robert F. Kennedy e Martin Luther King, definiti dal sindaco di Milano Giuliano Pisapia “tre volti della libertà contemporanea”.

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Quello proposto è un percorso rigorosamente cronologico, in cui viene coinvolto un periodo che va dagli anni ’50 alla fine degli anni ’70 circa, in cui sono ripercorsi gli episodi fondamentali di questa vera e propria lotta che si è consumata nelle strade, nelle scuole, nei luoghi pubblici e nelle case degli States.

Emblematiche le foto riguardanti la consegna del Premio Nobel per la Pace a Martin Luther King, nel 1964; la Marcia su Washington in cui, un anno prima, l’attivista pronunciò il discorso storico I Have a Dream presso il Lincoln Memorial; la segregazione razziale negli anni Cinquanta; i comizi pubblici dei fratelli Kennedy ed altre scene della loro attività politica; alcuni discorsi dell’attivista Malcom X, a favore degli afroamericani e dei diritti umani in genere.

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La fotografia diventa il linguaggio per raccontare (…) una lotta che non è mai terminata né terminerà, negli Stati Uniti come dovunque, perché esisterà sempre un diverso, uno straniero, una minoranza da difendere e proteggere dall’arroganza degli ‘altri’ e dei più forti.” – dice l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno riguardo alla mostra.

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Sui pannelli a parete della temporanea non troviamo soltanto i volti noti di questa lotta sociale, ma essi vengono affiancati da ritratti di uomini, donne e bambini, persone di cui non sappiamo il nome ma che hanno preso parte e creato la storia che oggi noi conosciamo.

Presenti nelle istantanee della mostra anche i Freedom Riders, attivisti per i diritti civili, conosciuti grazie alla loro protesta nei confronti degli Stati americani del Sud in cui vennero ignorate le sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti (Irene Morgan v. Commonwealth of Virginia 1946 e Boynton v. Virginia del 1960) che stabilirono l’incostituzionalità degli autobus pubblici separati.

Nel 1961 e negli anni successivi i Freedom Riders viaggiarono su autobus interstatali lungo gli Stati che si opposero alle decisioni, in un sud “segregato” dalle convinzioni razziali. Un gesto che voleva colpire nel segno, anche contro quel governo federale che non si mobilitò per far rispettare le due sentenze.

Le Freedom Rides erano atte a sfidare lo status quo, le leggi locali e le consuetudini, comportamenti in cui la maggior parte della gente credeva fermamente, o a cui si adeguava per paura.

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Autobus composti da gruppi razziali misti, un fenomeno che provocò reazioni violente ma che, dall’altro lato della medaglia, rafforzò la credibilità dell’American Civil Rights Movement. Una maniera senz’altro singolare che riuscì a richiamare l’attenzione nazionale, denunciando il disprezzo per la legge federale e la violenza locale utilizzate per imporre la prigionia a chi, ancora, non aveva il diritto di comportarsi come tutti gli altri solamente per una “questione di colore della pelle”.

Una divisione presente non solo sui mezzi pubblici, ma anche nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei ristoranti.

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Ciò che conquistarono i Freedom Riders si lega profondamente alla vicenda di una professoressa statunitense, Erin Gruwell, ed i suoi studenti, oggi autori de “The Freedom Writers Diary: How a Teacher and 150 Teens Used Writing to Change Themselves and the World Around Them”.

Insegnante, nel 1999, presso la Wilson High School di Long Beach, California, Gruwell si trovò di fronte ad una classe definita dai colleghi “a rischio, demotivata, non portata all’apprendimento”. Fu solo nel momento in cui intercettò una caricatura razzista, fatta da uno degli studenti nei confronti di un altro, che nacque qualcosa di grande.

Spiegò con rabbia come gesti del genere fossero strettamente legati al tipo di ideologia che portò alla tragedia dell’Olocausto.

Leggendo in aula libri come “Diario” di Anna Frank e “Zlata’s Diary: vita di una bambina a Sarajevo” di Zlata Filipović, intrapresero un percorso istruttivo contro l’intolleranza e l’incomprensione, grazie a cui identificarono le analogie tra i testi e le loro vite, sebbene si trattasse di realtà diverse, registrando i loro pensieri e sentimenti in diari. Culture messe a confronto, episodi di vita dura, sparatorie, furti, problemi famigliari, gang giovanili. Le pagine narrano senza un filtro ciò che videro i loro occhi.

 

I Freedom Writers, nome nato appunto per omaggiare gli attivisti per i diritti civili, cambiarono la piccola realtà di quella scuola americana in cui, fino a quel momento, i cinesi dovevano stare con i cinesi, i bianchi con i bianchi, i neri si sedevano al tavolo della mensa soltanto con altri neri e chi era in disaccordo veniva emarginato.

Catene questa volta non imposte dalla legge, ma dalla convinzione che mischiarsi non fosse giusto bensì contro natura ed un affronto alla propria cultura, perché ognuno doveva difendere la propria diversità senza alcun tipo di confronto, ma con la violenza, evitando di comunicare.

L’esperienza servì molto anche a Gruwell, che riuscì a dimostrare come fosse sbagliato precludere un vero insegnamento e le possibilità date al resto della scuola ad una classe perché considerata difficile. Si trattava di un’ulteriore discriminazione non necessaria e che altro non fece se non aggravare il sentimento di incomprensione provato dai ragazzi.

I 150 studenti che presero parte all’iniziativa hanno conseguito il diploma e molti di loro si sono iscritti all’università.

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“Gli studenti dell’aula 203 insieme ad Erin Gruwell e Hilary Swank, che l’ha interpretata nel film “Freedom Writers””

Ad oggi è presente la FREEDOM WRITERS FOUNDATION la cui missione è potenziare educatori e studenti ad influenzare positivamente la propria vita e il mondo che li circonda.


“Dall’omonimo film del 2007”



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