Testo di – DARIA PICCOTTI

 

Una buona parte del mio lavoro si basa sul fare domande riguardo alla verità…cerco sempre di trovare modi per scoprire cose nuove riguardo alle persone, e così in questo processo scopro di più riguardo a me stessa”. (G. Wearing)

 Ritratti di sconosciuti, volti anonimi tra l’incessante fluire del traffico cittadino. Chi sono le decine di persone che distrattamente sfioriamo con lo sguardo ogni giorno? Andiamo a lavoro, a un appuntamento, a fare la spesa, facciamo una passeggiata e nel nostro cammino incrociamo una moltitudine di uomini e donne senza nome. Ognuno di loro custodisce gelosamente la propria individualità appena sotto la scorza dell’identità pubblica. Ci chiediamo quali pensieri, emozioni, paure pulsino ogni istante oltre quella sottile superficie? Gillian Wearing lo ha fatto. Si è chiesta che cosa – o meglio chi – ci sia al di là di quegli occhi fuggevoli, quelle mani affaccendate, quei piedi sempre in corsa verso qualcosa.

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Everything is connected in life the point is to know it and to unerstand it

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 Nata a Birmingham nel 1963 e affiliata agli Young British Artists (o YBAs) – il gruppo di artisti inglesi accomunati dallo stesso percorso formativo presso il Goldsmiths College e la St. Martin’s School – si dedica a una ricerca artistica orientata alla compenetrazione di media diversi e incentrata sul superamento degli stereotipi. Apprezzata dal pubblico e dalla critica (ha vinto il Turner Prize nel 1997), si è affermata sulla scena artistica con l’opera Signs that say what you want them to say and not signs that say what someone else wants you to say (Segni che dicono ciò che volete che dicano e non segni che dicono ciò che altri vogliono che voi diciate), una seria fotografica realizzata nel 1992, che rappresenta l’esito di un’operazione artistica che si configura anche come indagine sociale.

 Con la macchina fotografica al collo e un plico di fogli bianchi sotto al braccio, Gillian si è inoltrata per le strade di Londra, memore delle passeggiate senza meta dei situazionisti francesi, e ha iniziato ad osservare i passanti con uno sguardo nuovo, quello della ricerca.

Un poliziotto, un uomo d’affari, una coppia di innamorati, una senzatetto, uno studente.

Solo alcuni dei più di 50 sconosciuti che Gillian Wearing ha scelto per la sua anti-catalogazione dell’umano: una sinergia di performance, fotografia e arte per scardinare l’identificazione degli individui secondo etichette sociali e convenzioni.

L’artista segue un metodo preciso: sceglie una zona trafficata di Londra, osserva i passanti, ne ferma alcuni scegliendoli casualmente, chiede loro di scrivere qualcosa su un foglio bianco e li fotografa. La richiesta dell’artista, senza precise aspettative sulle risposte, porta a un interessante risultato: ciascuno degli intervistati scrive qualcosa riguardante se stesso. L’estemporaneità dell’esito fa riflettere l’artista, e noi, sul mondo interiore che pulsa sotto l’epidermide sociale.

 La fotografia è il risultato finale di un’opera che si configura come un’indagine sociologica, in cui l’elemento relazionale tra l’artista e i suoi soggetti riveste notevole importanza. Il corpus fotografico risultante, esposto per la prima volta nel 1993 alla galleria City-Racing di Londra, è formato da più di 50 immagini che, nel loro complesso, costituiscono un interessante quadro sociale e psicologico da cui emerge una riflessione sulla relazione tra immagine pubblica e identità privata, tema molto caro all’artista. Il titolo del progetto è infatti indicativo dell’orientamento dell’operazione, volta a far emergere la verità di ciascuno, quello che siamo e non ciò che gli altri vorrebbero che fossimo.

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Me

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 Le immagini risultano uniformi nella struttura visiva (sono tutti ritratti frontali a mezzo busto o a figura intera, ambientati nelle strade di Londra), ma molto variegate per quanto riguarda i pensieri esternati dai ritrattati. In molti casi la forza dell’immagine deriva dal contrasto tra l’aspetto esteriore del protagonista e la frase che ha scelto per rappresentarsi. Ad esempio ritrae un poliziotto, figura emblematica della sicurezza, che nel messaggio presentato chiede aiuto (Help), letteralmente un muto grido d’aiuto, oppure un giovane uomo d’affari che comunica la propria disperazione (I’m disperate), o ancora una ragazza sorridente che in realtà sta perdendo il controllo della sua vita (My grip on life is rather loose). Questi ritratti portano alla luce la dialettica tra identità privata e pubblica, tra “nucleo autentico” e maschera sociale, invitandoci a riflettere sull’incessante alternarsi di ciò che mostriamo e ciò che siamo. Le fotografie della Wearing parlano a ognuno di noi, facendoci riflettere sull’inevitabile equilibrismo tra le mille forme che siamo con gli altri e quella, o quelle, che siamo con noi stessi. Un’interessante eccezione è Me, affermazione apparentemente tautologica con cui il ritrattato vuole comunicare che non c’è altro da sapere riguardo a se stesso se non che è proprio lui, così come lo vediamo. Molte persone scelgono invece di rappresentarsi attraverso un messaggio sociale, come la coppia che esorta all’impegno comune per la pacificazione del mondo (Work towards world peace), o la ragazza che propone l’assegnazione delle molte case vuote a chi non ne possiede una (Give people houses, there is plenty of empty one’s. Ok!).

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My grip on life is rather loose!

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La struttura portante del progetto è il circuito che si viene a creare tra artista, soggetto e fruitore: Signs… si inserisce nel filone dell’arte relazionale, affermatasi proprio negli anni ’90 come nuova dimensione dell’arte, non più da osservare nei musei ma da vivere nelle strade.

 L’opera complessiva è quindi frutto dell’unione del momento esperienziale e performativo dell’artista che si muove per le strade di Londra osservando i passanti, l’elemento relazionale che coinvolge lei e le persone che ferma e a cui chiede di scrivere la frase, la partecipazione attiva dei soggetti dell’opera – che ne sono al contempo anche fruitori e creatori -, l’atto fotografico vero e proprio e il prodotto finale, ovvero il corpus di immagini, uniforme nell’impostazione e nella struttura di base ma variegato nei contenuti: si potrebbe definire un reportage antropologico.

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