Testo di – MARTA DULLIA

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Si sa, l’Italia può vantare di tantissime eccellenze: messaggeri, che, grazie alla loro arte, esprimono se stessi, riuscendo a trovare il giusto equilibrio tra ciò che l’audience apprezza e la loro ricerca, la loro rivelazione ultima.

 Uno di questi grandi artisti è Gabriele Salvatores, dapprima regista teatrale e poi cinematografico, fautore di film coinvolgenti, freschi, forti. Impossibile non inorridire davanti alla violenza e, allo stesso tempo, dalla tenerezza da “Io non ho paura”, o affezionarsi alla simpatia dei protagonisti del film “Mediterraneo”, o apprezzare la caotica Milano, resa incantevole dalle riprese “a volo d’aquila” e dalle melodie al pianoforte, nel film “Happy family”.

 Salvatores mise la firma su prodotti cinematografici di un livello alto, facendosi conoscere, in ambito internazionale, per la sua continua ricerca di nuovi stimoli creativi, da trasmettere al suo pubblico.

 Oggi, davanti a una bottiglietta di acqua frizzante, il regista napoletano si svela, si racconta e descrive il suo mestiere, cercando di trasmettere tutta la passione, che infonde nelle sue opere.

 

Parliamo del modo in cui Lei si relaziona con i vari attori che compongono il mondo dello spettacolo. In particolare, Lei si sente limitato dai vari stakeholders? E come?

C’è da dire il cinema è un lavoro molto collettivo, quindi non si può proprio fare da soli ed è normale che tu, in qualche modo, ti relazioni con altre persone. Secondo me è anche il bello di questo lavoro.

Per quanto riguarda, i produttori in particolare, fino a quest’ultimo film, che ho girato e prodotto con Cattleya, ho sempre avuto una casa di produzione mia, proprio per cercare di riuscire ad avere un rapporto completo con la produzione.

In realtà ho poca esperienza di lavoro con produttori esterni: sto cominciando adesso e, in questo caso, mi sono trovato molto bene. Ad essere sincero, io ho avuto la fortuna di poter già fare parecchi film: in realtà, quando mi relaziono con un produttore, non ho limiti particolari, scelgo anche coloro che capiscono le cose che voglio fare.

 

Sappiamo che il suo primo debutto avvenne nel mondo del teatro, che venne definito dalla critica “Teatro all’Avanguardia”. Dopo di che si dedicò al cinema e produsse film come “Mediterraneo”, con il quale vinse il Premio Oscar, film impegnati, come “Io non ho paura” e anche commedie, come “Happy Family”. Ci racconti dunque del Suo processo evolutivo come regista.

Il teatro è stata un’esperienza molto particolare: ho iniziato a 20 anni e gli spettacoli erano molto particolari e appunto di ricerca. Piano piano abbiamo capito che si potevano comunicare cose più importanti a un pubblico vasto, se si riusciva a trovare un equilibro tra qualcosa di nuovo, tra la ricerca e la comunicazione a un pubblico ampio. Nel senso, la difficoltà non è fare un film commerciale o molto per te, la difficoltà è fare qualcosa che contenga elementi di ricerca, diretto a un pubblico ampio. Perché il cinema per definizione, non è un quadro, tu compri dei colori e una tela e il budget è limitato a quello. Il film costa tanto, coinvolge tante persone, tutt’un’industria che si mette in piedi per quel periodo di tempo, e quindi mi sembra corretto che, da parte dal regista, non bisogna rinunciare alle proprie idee, alla propria forza d’espressione e stare sempre un passo davanti al proprio pubblico. Però prevedere che si prepari una cena, prima o poi qualcuno verrà a mangiare e sei contento se qualcuno apprezza ciò che hai preparato.

 

Parliamo invece del rapporto che Lei ha con gli attori. Abbiamo visto che nei film precedenti Lei si è occupato di attori italiani. Perché nel film “Educazione siberiana” ha deciso di usare attori stranieri?

Questo è un film di “prime volte”, anche il primo film che faccio fuori dal guscio protettivo, sia a livello produttivo sia come compagni di lavoro. In genere ho cercato sempre di creare una piccola famiglia, almeno una tribù, proprio per sentirsi al calduccio. Però come dice il mio analista, prima o poi bisogna decidersi a crescere e anche il tentativo di fare qualcosa fuori dal guscio protettivo di questa tribù, che mi ero, in qualche modo, costruito. (…)

Ma questo perché in Italia c’è meno disponibilità? Un problema nei gusti dei più?

Beh sicuramente in Italia c’è un problema economico, di budget e anche a livello di storie. C’è una crisi economica forte che tocca anche il nostro settore. Oggi un film rispetto a due anni fa viene finanziato al 50%, perde il 50% di attrazione e di denaro in Italia e quindi succede che  con dei budget ridotti sei costretto a raccontare un certo tipo di storia, solamente. Diventa un pochino più stretto. Se si vuole trovare una storia un po’ più ampia, allora si può provare a pensare a delle co-produzioni, almeno a livello europeo. Si parla di Europa a tutti i livelli possiamo parlarne anche in termini cinematografici. Allora i tentativi che i registi italiani come Tornatore, Sorrentino e anche io, è quello di provare a vedere se così si riescono a trovare i fondi per dei film, delle storie un pochino più ampie che non riguardano solo l’Italia, ma anche storie più universali, non solo del nostro paese. Questo non vuol dire vendersi l’anima o vendersi e perdere le proprie radici. Puoi raccontare una storia universale con un occhio, uno sguardo italiano e questo è quello che stiamo cercando di fare.

 

E invece che consigli si sente di dare a un giovane, anche sulla base della sua esperienza personale, che si vuole affacciare al mondo del cinema? Quali sono gli ingredienti?

 Questa qui è la domanda più difficile di tutto perché il consiglio che direi è… (momento di esitazione) Perché è difficile dare dei consigli? Per due motivazioni: uno, per problemi di budget. E poi perché il cinema sta cambiando. Ma cambiando tanto: sta cambiando il modo di ripresa, il modo di vederlo, di concepirlo, di distribuirlo. Quindi il primo consiglio che direi è di essere il più possibile autarchici: oggi anche con un telefonino si può fare un film, quindi provare a fare le cose senza aspettare che qualcuno ti dia da fuori, perché senno puoi aspettare tutta la vita (ridendo). Provare a farlo, mettendo assieme un gruppo di amici che hanno la stessa passione e provare a non ripetere schemi già fatti. Non solo a livello produttivo ma anche a livello narrativo. Un giovane che inizia a fare il cinema ha il dovere e il diritto di provare dei territori nuovi e delle strade nuove. Quindi scordarsi le scuole, la tecnica, la critica e provare a esprimere qualcosa con un mezzo che registra delle immagini. Poi pian piano se c’è veramente del talento questa cosa verrà fuori.

 

 

 

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