Testo di – VITO PUGLIESE

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Periodo di cambiamento: in questi anni critici si sta assistendo ad un mutamento dei codici estetici. Un periodo come questo, in cui sembra che ci si stia risollevando dai periodi bui, eppure misticamente d’inspirazione, della crisi economica e in cui ormai alcuni stravolgimenti ormai si affermano con il vigore di nuove certezze, i creativi si sono interrogati su cosa possa essere l’haute couture oggi e su cosa possa significare produrre un vestito che costa migliaia di euro per un mercato che (è chiaro!) funziona sul pret-à-porter.

Sicuramente a far parlare di sé sono stati Domenico Dolce e Stefano Gabbana, che hanno portato la moda probabilmente dove non è mai arrivata: nei vicoli dei Quartieri Spagnoli di Napoli, tanto folcloristici quanto tristemente celebri per una fama che Napoli si è guadagnata immeritatamente. I due creativi siciliani hanno abbandonato il mito della Sicilia bizantina e opulenta e si sono dedicati alla celebrazione della napoletanità, un tema cui senza dubbio il loro gusto barocco più si confà. Una Napoli viva e vibrante è quella celebrata da Dolce e Gabbana, che sottolineano gli aspetti più caratteristici di una tra le città più belle del mondo: l’amore per il calcio, la religiosità estrema e la teatralità. La sfilata è un tripudio di colori, fiori, tiare, cuori di Gesù, bluse a quadri con scolli enormi, rouches arricciate, gonne rigide e rotonde come cappelle e palloni da calcio. Tutte novelle Filumena Marturano le modelle, che omaggiano le leggende della cultura partenopea: Sophia Loren e Maradona.

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Indubbiamente d’impatto come esperimento e, d’altronde, avendo dato un’occhiata alla campagna pubblicitaria precedentemente scattata tra i vicoli di Napoli, non ci si poteva non aspettare che la sfilata più significativa e più rappresentativa sarebbe stata ambientata in una location differente. Uno spettacolo che omaggia l’Italia in perfetto stile Dolce e Gabbana e che prende atto nel cuore della città, in quel grande teatro naturale che è il centro storico di Napoli, con la sua vita intensa, istrionica, melodrammatica, esagerata.

Altro omaggio ad un Italia dimenticata dagli italiani e presa d’assalto solo dai flash di turisti irrequieti è stata la sfilata di Fendi, che, per la presentazione faraonica della sua collezione, ha scelto di montare una passerella trasparente all’ interno della fontana di Trevi e far camminare le modelle direttamente sull’ acqua, come dee onnipotenti. Lagerfeld questa volta indulge (forse troppo spesso) ad un romanticismo floreale e smielato, che è stato funzionale a celebrare i novant’anni della maison simbolo del gusto italiano nel mondo, ma che forse non appartiene in toto a quel registro stilistico pulito, leggermente brutalista e così romanamente posh, che è nel dna di Fendi. Gli abiti sono una festa per gli occhi: ricami preziosi, intarsi, pellicce lavorate divinamente, stivaletti bon ton in toni accesi ma non volgari ed eccessivi. Ovviamente con un parterre di eccezione, come di consuetudine, l’evento non contava più di 200 invitati, tra cui il top management di LVMH, la quale ha acquisito Fendi dal 2001. I marmi della Fontana di Trevi, per la cui ristrutturazione la casa di moda romana ha donato un generoso contributo, hanno fatto divinamente da sfondo ad un coacervo di immagini iconiche che, come ha poi riferito Lagerfeld nel backstage, sono state ispirate dalla sua infanzia e dai racconti e dalle favole delle terre nordiche in cui è cresciuto. Sono abiti fiabeschi, in cui la sartorialità è formidabilmente precisa, che più che adatti ad una dolce vita in stile felliniano, sono adatti ad eventi principeschi in palazzi nobiliari.

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Terza ed ultima sfilata degna di nota, perché fotografia di un momento finale nella storia della moda è la presentazione parigina di Valentino del 6 Luglio. Con ben 61 uscite, questa sfilata immortala l’ultimo prodotto della collaborazione di un duetto eccezionale, quello Piccioli-Chiuri. Coppia scoppiata da quando Dior nomina come direttore creativo Maria Grazia Chiuri, che sostituirà il compianto Raf Simons, alla guida di una maison che non conosce direttori creativi donna da quando è nata. L’ultima collezione di Valentino è stata un’ode colossale e magniloquente del costume elisabettiano, rivisitato in chiave moderna e con il taglio prettamente tipico della casa di moda romana, cioè con un’attenzione al corpo femminile e a tutte le sue movenze, che non incontra pari. L’abito diventa austero e sexy, colli alti e gonne in taffeta da una parte, veli, pelle nuda e gambe in bella vista dall’altro. Un gusto post-rinascimentale e complesso, che trova la sua compiutezza in rimembranze seicentesche. Un portamento clericale, quello delle modelle, che, impassibili, incarnano la dea firmata Valentino, che procede rigida, ma non severa, distaccata, ma non fredda, autorevole, ma non autoritaria. Chissà che sarà del futuro del marchio di piazza Mignanelli ora che Piccioli è solo alla guida dell’ impero e chissà se Chiuri riuscirà a mantenere alto il profilo di una delle case di moda più importanti, che negli ultimi anni ha dimostrato di essere irrequieta e di necessitare di un continuo ricambio creativo. Prima Slimane, poi Simons: tutti nomi di un certo spessore in un’industria che ha il cambiamento come unica valvola di funzionamento.

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Insomma un periodo alquanto turbolento per la moda, un mondo in cui l’evoluzione, l’andare avanti, lo spingersi oltre sono e resteranno sempre le uniche regole fisse.

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