Testo di – GIULIA MAINO

 

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Il cinema è un’invenzione senza futuro.”

Così sentenziavano i fratelli Lumière qualche decennio fa. Carax è d’accordo?

Dopo tredici anni di silenzio, il cineasta francese torna alla MdP per un lungometraggio che ha affascinato Cannes, non abbastanza però da vincere alcun premio. Giuria poco attenta? Intenzioni registiche poco chiare? Trama poco convincente? Una cosa è certa: Carax non ambisce a piacere a tutti i costi, ma a trasmettere un messaggio forte e disturbante, che può avere due (o più) linee di interpretazione.

La cornice narrativa è molto semplice:  Monsieur Oscar, interpretato dal camaleontico e grandioso Denis Lavant, è un personaggio di cui non conosciamo l’identità, ma solo le nove maschere che dovrà indossare durante la sua giornata di lavoro. L’uomo attraversa la ville Lumière all’interno di una limousine, guidata dalla biondissima e imperturbabile Edith Scob,  compiendo un viaggio fortemente Cronenberghiano di mutazione, morte e resuscitazione del corpo.

Il richiamo a Cronenberg lo si nota inoltre per l’utilizzo della limousine, che in Cosmopolis immergeva Eric Parker nel traffico infernale e apocalittico di una New York fatta di numeri, sesso, denaro e autodistruzione, proteggendo e imprigionando l’uomo in un ventre materno asettico e alienante. In Holy Motors, la “macchina” ha un intervento semi divino, trasportando i personaggi di Lavant verso il loro destino, pronto a compiersi in dialoghi e situazioni già scritte; un triste e ossessivo copione che non ci appartiene mai davvero. Chi siamo, dove stiamo andando? Questo sembra chiedersi Carax.  Ogni parte interpretata dal protagonista è una parte di noi, del mondo in cui viviamo. E’ la gelida ipocrisia dell’uomo d’affari, la triste rassegnazione della mendicante, la follia cieca e sensuale di un pazzo che mangia i fiori, rapisce la bellezza e la nasconde agli occhi del mondo, mortificandola e sporcandola di disagio (la magnifica sequenza al cimitero, dove il regista recupera “Monsieur Merde”, già protagonista in “Tokio!”, è la summa della spietata logica del voyeurismo più estremo, asservita alla logica del mercato e della pubblicità. Uno shooting in un cimitero pieno di lapidi con su scritto “visiter mon site”, dove il folle si fa beffe dell’arte fasulla, sporcandola del  suo sangue e della sua indecenza). E’ il motion capture, la morte del corpo e del contatto umano, che si trasforma in una fusione plastica e indefinita di sensi sintetici; l’amore stesso, a cui si dedica sempre meno tempo, è spettacolarizzato e fasullo, rappresentato come un musical di Broadway.

Goffman e Pirandello si incontrano nella pellicola in un abbraccio indissolubile e disperato fra realtà e finzione, psiche e cinema. Ogni maschera penetra nel corpo e nel sentire dell’attore, esattamente come gli status e i ruoli che ci impone la società si fondono con la nostra percezione.

Oltre ad essere un profondo, delirante e esaustivo ritratto della condizione umana odierna, Holy Motors, con il suo grido disperato scuote gli spettatori del cinema moderno. Lo stesso Carax, che compare nella sequenza iniziale del film, scopre una platea di manichini, morti nella loro immobilità, che assistono alla proiezione di un film. Il regista prende atto delle cattive abitudini degli spettatori odierni, abbacinati dai miracoli della tecnologia e degli effetti speciali, abituati ad un cinema “tutto fumo e niente arrosto”,  e attraversa (rendendogli omaggio) diversi generi cinematografici, passando dal già sopracitato musical al melò sussurrato, per poi sfiorare il noir e la computer grafica. Carax riesce e gestire questi omaggi purificando il girato da ogni “masturbazione registica”, optando per una regia lineare, pulita e fluida.

Il regista, tuttavia, non demonizza la tecnologia: è palesemente affascinato dalle nuove frontiere degli effetti speciali, ma auspica allo stesso tempo al ritorno alle origini dello spettatore. Uno sguardo pronto ad emozionarsi, a stupirsi, a riscoprirsi “animale” di fronte alle emozioni primordiali che solo lo schermo può suscitare.

Un’opera labirintica, oscena, pop, di illuminante e disturbante bellezza, che si sedimenta nella coscienza umana e cinematografica come un serpente addormentato, ma sempre pronto a mordere.

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