Testo di – DAVIDE PARLATO

 

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In un articolo precedente abbiamo presentato un parallelo dal punto di vista economico-gestionale fra lo storico e ormai leggendario Woodstock festival del 69 e l’attuale imponente Sziget festival che, ricordiamo, è certamente annoverabile  fra i festival più importanti su scala mondiale, sia per vastità di pubblico (370.000 paganti per l’edizione passata), sia per importanza dei nomi che animano i palchi: grandi artisti provenienti da tutto il mondo e afferenti a diversi generi musicali. Il tutto a garantire una fruizione musicale a trecentosessanta gradi, senz’altro favorita dalla suggestività della location (l’isola di Obuda sul bel Danubio blu, per intenderci).

Se è vero che le differenze dal punto di vista di gestione fra Woodstock e Sziget sono colossali, tanto da poter tranquillamente definire la seconda iniziativa di gran lunga meglio riuscita e operante rispetto alla prima, bisogna ricordare la grande importanza dell’eredità che il festival ungherese ha saputo cogliere dal suo antenato americano. Un’eredità ammessa dagli stessi organizzatori (che palesano l’intenzione di rifarsi alla “madre di tutti i festival” – che fra le altre cose quest’anno festeggia il quarantacinquesimo anniversario) e che consta fondamentalmente nell’idea che la musica possa rappresentare, in tutte le sue sfumature ma soprattutto nella sua più alta accezione di prodotto artistico senza limiti spaziotemporali, un collante, uno stimolo, un contesto inestimabile per vivere insieme – per vivere la collettività.

Woodstock non sarà ricordato solo per le performance epiche dei mostri sacri della musica degli anni sessanta, non sarà ricordato solo come l’evento più importante della storia del rock propriamente inteso, ma soprattutto sarà per sempre ricordato come uno dei più immensi assembramenti umani della storia: ragazzi e ragazze, adulti e bambini uniti in una immensa collettività che riuscì ad eliminare ogni differenza sotto l’alcova protettrice e liberatrice della musica. Il tutto ovviamente al tempo corroborato dalla ventata di ideali hippie di pace, amore e libertà: ideali che in un’ accezione di fruizione del tutto popolare si può dire appartengano alla musica più che a qualunque altro prodotto artistico-culturale. Questo forse per la natura stessa della musica: una natura affascinante e al contempo così misteriosa, la creazione umana più toccante e più trascendente il gusto individuale, tanto da essere sempre stata oggetto di speculazione privilegiato (nel bene e nel male) fra i vari oggetti artistici per tutto la filosofia e il pensiero occidentale (si pensi al cammino che la musica ha compiuto concettualmente dal Platone più ostile ai musici fino allo spiritista Hegel, che considerò proprio la musica come l’oggetto artistico più diretto all’animo umano).

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Tornando a noi, Sziget festival eredita questo manifesto woodstockiano di creazione comunitaria e lo adegua sapientemente al nostro tempo, fornendo da un lato un’esperienza musicale la più vasta e differenziata possibile (non solo in termini di generi ma anche di fama degli artisti), dall’altro offrendo un contest e una serie di eventi collaterali che rendono il festival prima di tutto un’occasione per conoscere, divertirsi e vivere una sorta di fraternità hippie/psichedelica sapientemente rideclinata nel nostro contesto socioculturale. L’iniziativa, che potrà sembrare sconclusionata o banale, è in realtà basata su un ideale molto forte, così forte da andare contro alla nostra attuale cultura sempre più individualistica e narcisistica: l’ideale di un ritrovato spirito comunitario internazionale (se vogliamo anche europeo) riscopribile nel contesto senza barriere della fruizione artistica. Il che aprirebbe un’interessante riflessione su come possa fare di più un festival culturale per creare spirito di fraternità e condivisione rispetto ad una serie di politiche europeiste (in realtà parecchio medievaliste) piovute dal cielo – ma non è questo il contesto.

Perché tutto ciò sia possibile, Sziget festival, ancora una volta tornando con lo sguardo al suo predecessore sessantottino, propone una serie di iniziative ed eventi di natura non esclusivamente musicali. Ad esempio la Sziget beach, un suggestivo lido rivolto sul Danubio dove è possibile godersi bagni rigeneranti, abbronzature e in cui è presente un’attrezzata area per campeggi: il tutto, ovviamente, sempre in compagnia. Sono poi presenti attrazioni giostresche come lo Sziget eye (una variopinta ruota panoramica) o il Luminarium (un’esperienza cromatica labirintica – in vero stile psichedelico). Oltre a vari parties a tema costantemente organizzati, per l’intrattenimento più sfrenato e cazzaro, l’organizzazione propone anche dei tour per i caratteristici Ruin pubs della città di Budapest. Per chi non lo sapesse, un Ruin pub nasce dalla presa in gestione di vecchi condomini ottocenteschi in disuso, i cui spazi sono originalmente riarredati e adibiti al pubblico: come in un comune pub si può bere, ma è possibile anche suonare strumenti musicali o assistere a proiezioni di film – insomma un’alternativa (alternative, per l’appunto) per il divertimento serale e per addentrarsi meglio per la capitale ungherese. Saranno poi presenti stage adibiti a jam sessions (improvvisazioni) per chiunque voglia suonare. Infine un’ultima iniziativa collaterale merita di essere menzionata: quest’anno cade il venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e, per ricordare questo storico “atto di libertà” e impresa collettiva giovanile, sarà allestito lungo lo Sziget community garden un muro di 100 metri, costruito in collaborazione con artisti berlinesi e che sarà possibile decorare da street artists e da tutti i vari partecipanti al festival.

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Tutto è creato e allestito per offrire insomma un’esperienza di comunità completa, dal divertimento più goliardico fino a quello maggiormente rilassato o artistico. Il tutto sotto la comune stella della musica. Scelta vincente quella dello Sziget: valorizzare in un sol luogo arte, cultura, comunità – valori che dovrebbero viaggiare a braccetto ma che al di fuori dell’hortus (ahimè) coclusus del festival vanno sempre più disperdendosi nei miasmi dell’individualismo più contemporaneo.

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