Testo di – GIULIA BERTA

 

Inizio del Novecento: il condominio, prima appannaggio solo delle fasce più basse della popolazione, esplode come modello di abitazione standard della maggior parte delle famiglie. Oggi il condominio domina non solo le grandi città, dove era la norma già da tempo, ma anche le realtà più piccole e provinciali. Ciò ha portato a grossi vantaggi in termini di espansione urbana e ottimizzazione dello spazio edificabile, ma ha anche fatto entrare nella nostra vita una figura ambigua e dai tratti sfumati: il vicino. Chi è il vicino? Cosa fa? Dove lavora? Non lo conosciamo, a stento sappiamo che faccia ha, ma divide con noi il nostro pianerottolo, cammina lungo i nostri stessi passi fino alla nostra porta, condivide con noi una parte di ciò che di più privato abbiamo: la nostra casa. Che segreti custodisce il nostro vicino? Che segreto, che non vogliamo che lui scopra, custodiamo noi?  Il paradosso di queste figure, insieme conosciute e sconosciute, viene esaminato nella pièce I Vicini, di Fausto Paravidino, portato in scena al teatro Gobetti di Torino.

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In una scenografia estremamente curata (opera della bravissima Laura Benzi), che riproduce un salotto di una normale casa medio-borghese, si consuma il rapporto di due giovani coppie di vicini, dalla paura alla confidenza fino alla guerra. La luce che filtra da un’ampia finestra e crea sui muri giochi di chiaroscuro che rimandano alle atmosfere dei quadri di Hopper illumina un Lui (Fausto Paravidino stesso) ridotto a personaggio stereotipico e senza nome, pauroso e inetto, dipendente dall’energica compagna Greta, terrorizzato dai nuovi vicini. Dal canto suo la donna (Iris Fusetti) non ha paura di loro, bensì della vecchia compagna di pianerottolo, una signora anziana deceduta da qualche anno e che sembra essere tornata sotto forma di fantasma a perseguitarla proprio in concomitanza con l’arrivo dei nuovi inquilini. La paura dell’ignoto di Lui si intreccia così alla paura del noto di Greta, e la porta chiusa che per Lui è una sicurezza per lei è una prigione; il timore si sposta dall’esterno all’interno e grazie ai dialoghi serrati e sempre sospesi pervade tutto lo spettacolo con una sottile tensione che sa di horror. La minaccia non è solo fuori, è anche in casa, ma entrambi ne colgono solo una. Le due metà non si completano e la realtà emerge dolorosa, quasi come una storia a sé: ad una coppia così rodata, e forse per questo così fragile, basta l’arrivo di una nuova coppia di vicini per scoprire la propria fondamentale incomunicabilità.

E non è un caso che la tensione sessuale, che abbonda sul palco, non sia per nulla nella coppia ufficiale, ma tutta nell’interazione con i vicini (Sara Putignano e Davide Lorino), in un paradossale clima di immediata confidenza emotiva e fisica. Nel salotto volano baci, abbracci, confidenze. La porta di casa, che dà non a caso su un pianerottolo illuminato di rosso, rosso sangue ma anche rosso passione, rosso dell’Inferno e rosso del celebre De Wallen di Amsterdam, diventa il varco di accesso ad un’intimità al contempo desiderata e temuta. Ma la situazione non può durare molto a lungo e basta una cena a base di pesce per scatenare la guerra, una guerra che chiude le porte e distrugge l’amicizia, una guerra che porta via i mariti e rende i figli orfani. L’intimo e banale conflitto tra due famiglie che in comune hanno solo un pianerottolo e una manciata di scale, un evento banale e ben conosciuto a chiunque abbia vissuto la realtà del condominio, viene trasformato dalle parole della vecchia vicina nella devastazione della Seconda Guerra Mondiale, una guerra che affondava le sue radici in motivazioni oscure alla gente comune, ma che proprio sulla gente comune ha scaricato il peso maggiore. Da presenza inquietante la vecchietta diventa così spirito sofferente e pieno di autocommiserazione, e a lei tocca tirare le fila di questa vicenda assurda e sconcertante, dal finale apparentemente positivo ma in realtà decisamente precario.

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Con I Vicini Paravidino confeziona uno spettacolo originale, una commedia noir con venature horror e ammiccamenti al mondo del cinema nell’uso della musica e nella divisione in scene brevi intervallate dal buio in sala, dotato di molteplici livelli di interpretazione, che riesce a stemperare un tema di fondo molto complesso in una serie di battute divertenti e brillanti, senza annoiare nemmeno un attimo lo spettatore. Si esce dal teatro dopo aver pensato, riso e provato tensione e, aprendo la porta del nostro appartamento, scappa un’occhiata furtiva a quella del nostro vicino…

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