Testo e intervista di – GIUSEPPE ORIGO

 

onepiece_dragon_ball_jump_a94

 

“Tutti i bambini sono degli artisti nati, il difficile sta poi nel restarlo anche da grandi”
[Pablo Picasso]

 

Ho sempre vissuto una vita familiare tranquilla.
Le uniche feroci lotte della mia infanzia sono state combattute sul tema “Cartoni Animati”: io volevo guardarmi l’ Uomo Tigre o Ken Il Guerriero e mio padre si incazzava e skippava su Giochi Senza Frontiere o sul polveroso Hanna e Barbera di turno.

Li odiavo gli Hanna e Barbera, proprio non mi andavano giù: era un umorismo datato, un prodottino facile al pan di zenzero di storielle autoconcludentesi dalla morale troppo esplicita e dal disegno antidinamico e sempre uguale… i colori pastellati… Proprio non mi andavano giù (eccezion fatta per il capolavoro di Tom & Jerry, anch’esso però capace di rendersi stucchevole se consumato in dosi eccessive), non reggevano il prodotto con le lotte cazzute della concorrenza giapponese, coi flash e i colori epilettici, le storie “da grandi”, le passioni e la morte (grandi TABOO dei prodotti USA e Europei).

“Non sono educativi, poi cresci male” e io, appena solo in casa, me li guardavo lo stesso, di nascosto…. Tiè!

20 anni di crescere male dopo, avendo televisivamente consumato solo “Cartoni Animati Giapponesi” (il resto non lo guardo tranne qualche solitario Telegiornale però spesso abbandonato a metà in favore del Sayan di turno) l’occasione che aspettavo fin dai primi pistolotti paterni: la possibilità di intervistare Dio, il “TizioCheCantaLeCanzoniDeiCartoniAnimatiGiapponesi”, e farmi spiegare, finalmente, “il dogma”, la verità dietro tanti “son violenti”/”fanno sesso”/”poi diventi scemo”/”son disegnati male”/”han gli occhi troppo grandi”/”hanno i nasi troppo piccoli”/”ecco, stai diventando scemo”.

Giorgio Vanni è The Voice: pensa a un qualunque cartone giapponese, ha una sigla? Si? la canta un uomo? BENE, quell’ uomo è sicuramente l’uomo in questione, monopolista dell’ animazione canora e idolo personale.

ORIGO. Buongiorno Giorgio, vorrei sfruttare quest’ intervista con te per indagare su come sia cambiato il sistema valoriale del cartone animato col passaggio al prodotto giapponese.
Esce un nuovo cartone e immagino inizi l’iter per trovare un tema, musica, parole e sorge anche il problema di sintetizzare un’intera serie in una sigla. Come funziona il tuo mestiere? Come fai in circa un minuto e mezzo a raccontare tutta la trama di un cartone animato?

VANNI. Intanto anche per me è un piacere parlare con voi. Allora vorrei precisare che è solo da qualche anno che le sigle durano un minuto/un minuto e mezzo perché fino a due, tre anni fa duravano il doppio. Alessandra Valeri Manera, capo della fascia ragazzi di Mediaset, voleva che la sigla durasse quasi come una canzone per meglio identificare con la musica e le parole che lei stessa ha sempre scritto, il cartone animato. È riuscita a mantenere questa idea per molto tempo, ma purtroppo con gli anni la sigla è stata ridotta.
Io e Max Longhi, il mio socio da ormai molti anni, riceviamo in studio una sinossi, un riassunto scritto e un file, ora tramite internet prima su cassetta o dvd, contenente il cartone animato: lo vediamo, leggiamo il riassunto e cerchiamo di individuare la giusta dinamica e il giusto genere per costruire e produrre la sigla per il cartone.

Abbiamo prodotto tantissime sigle di cartoni molto dinamici: Pokemon, Dragon Ball, One Piece, Conan e anche sigle per Cristina d’Avena (Rossana, Magica Sabrina e moltissime altre).

Ci siamo subito buttati sul genere che noi chiamiamo “tunz tunz”, un pop-dance melodico che ci contraddistingue e che costituisce, possiamo dire, il nostro marchio di fabbrica. Per una sigla potevano esserci anche due o tre proposte: venivano analizzati suono e parole delle varie alternative e quando era approvata da tutto il nostro “dream team” si poteva procedere.
Senza presunzione posso dire che il nostro è proprio un “dream team”, perché siamo riusciti a realizzare sempre cose che ci facessero divertire, che hanno fatto e fanno tutt’ora divertire i ragazzi, avvicinandoli e facendoli affezionare ai cartoni.
Sapere che intere generazioni di spettatori son cresciuti con le nostre sigle, affezionandosi tanto ad esse quanto ai cartoni animati è per noi motivo di grandissimo orgoglio personale.

O. Il cartone animato svolge, soprattutto nella nostra cultura, un ruolo importante dal punto di vista pedagogico: è tra le prime voci a comunicare continuativamente con il bambino nella pre-adolescenza, nell’età dello sviluppo. Prima degli anni ‘70 la produzione era quasi esclusivamente americana o europea, con filosofie di fondo molto simili. Dopo irrompe la produzione orientale e giapponese arrivando, ai giorni nostri, quasi al monopolio. Ci sono però delle filosofie diverse sottese alle saghe: elevata competizione, individualismo schietto, i personaggi sono spesso orfani… È mutato il sistema di valori?

V.C’è molta drammaticità nel cartone di produzione giapponese.
Sicuramente c’è un grosso cambiamento a livello di messaggio e di concetto pedagogico.
Quello Giapponese è un modo diverso da quello Occidentale, certo cerca di avvicinarsi ad esso ma è diverso. è un modo diverso di vedere le cose, anche se si sono molto avvicinati al gusto occidentale, un po’ per volontà e un po’ per necessità di mercato… Continuano ad essere ad ogni modo un affascinante mondo a sé stante.

Poi c’è anche da dire che nel paese d’origine sono spesso prodotti che nascono per rivolgersi a una fascia post-adolescenziale e adulta, quindi penso che la scelta del messaggio pedagogico non sia troppo pensata ma che sia presa più in considerazione la storia in se stessa, quello che racconta il cartone.
E’ un prodotto pensato per uno spettatore più adulto.
Mi sembra che, da quella che è la mia esperienza, in oriente gli autori pensano meno al fine pedagogico e più alla storia, probabilmente è così nella cultura giapponese: il Cartone Animato è un prodotto pensato più per intrattenere che per educare. Poi è l’emittente che decide dove e come indirizzare il prodotto, censurando i contenuti non adeguati al pubblico di destinazione scelto, anche col rischio, spesso, di alterare il prodotto originario.

O. Prima di creare e cantare una sigla guardi il cartone animato?

V. Si. Guardiamo le puntate che sono già state montate in Italia; noi dobbiamo aggiungere solo la sigla. 
Spesso ci arriva un pilota già montato accompagnato dalla già citata sinossi ma, se riusciamo ad avere una panoramica d’insieme della storia e del Cartone è senza dubbio meglio, per capire anche come impostare ritmo e dinamica del nostro prodotto finale.

 

O. Tra le sigle che hai cantato ci sono quelle di alcuni masterpiece dell’animazione giapponese come Dragon Ball di Akira Toriyama e One Piece di Eiichiro Oda, due prodotti strabilianti dal punto di vista della completezza narrativa, della ricerca maniacale delle caratteristiche dei singoli personaggi e della stesura di una rete di relazioni tra essi, della ricerca di valori e dei messaggi. Spesso però la critica nostrana si rifiuta di considerare queste forme d’arte come tali. Trovandosi di fronte a delle opere del genere tu pensi si possa parlare di una sorta di “epica moderna”?

V. Assolutamente sì, di un’epica moderna molto più popolare, con un profilo culturale più semplice ma non meno importante: più semplice perché rivolta a un numero molto più grande di spettatori. Si può parlare anche di Arte, di una forma d’arte ben precisa nel disegno, non solo nel contenuto dei racconti. Adoro i disegni di One Piece, la ricerca spasmodica e quasi maniacale del particolare che salta subito all’occhio e ha un risultato fenomenale. Anche la storia di DragonBall è incredibile: molto complicata e difficile da seguire ma nel contempo di facile e piacevole fruizione. Poi il personaggio è così ben riuscito, Goku e il Sayan, che risulta un successo annunciato.. Un po’ come Il Signore degli Anelli!

Ovviamente io e Max all’inizio non eravamo appassionati di anime giapponesi: li abbiamo conosciuti dopo e ci siamo stupiti: in men che non si dica siamo diventati dei veri e propri appassionati guardando non solo gli anime ma anche i fumetti da cui questi prendono vita.

 

O. Perché la critica nostrana ed europea in genere, quando si parla di prodotti proveniente dal sol levante, tende a storcere un po’ il naso rispetto al prodotto di casa? Si parla tanto di globalizzazione ma a volte risulta difficile andare oltre la schiettezza di certi canoni e accettare nuove forme d’arte.

V. Magari è l’invidia!

Giorgio_Vanni_-_Lucca_Comics_&_Games_2011

1 risposta

  1. davide

    Sei il migliore giorgio. In tutto.. e si.. il manga con un buon lettore prende vita. . Anche riusciure a seguire un anime tradotto nn è facile.. grazie x le sigle giorgio (: e grazie a tutta la tua ciurma

    Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata