Testo di – DAVIDE PARLATO

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In questi ultimi giorni la stabilità internazionale è pericolosamente minacciata dall’escalation conflittuale che si sta verificando nell’est Europa: il conflitto fra la Russia di Vladimir Putin e l’Ucraina sembra trasformarsi sempre di più da una minaccia ad una preoccupante possibilità. Dopo le recenti abrogazioni legislative messe duramente in discussione dalla comunità internazionale, il presidente russo in carica sembra “tirare troppo la corda” a spese della confinate nazione con minacce, accuse di debiti e azioni militari di occupazione e mobilitazioni strategiche, mettendo in crisi una nazione ancora destabilizzata dai recenti conflitti interni di rivolta contro la presidenza Yanukovich. Ciò che sta avvenendo è un accadimento di importanza cruciale nella storia europea e mondiale degli anni zero.

Vi chiederete voi: ma cosa c’entra la cronaca con la cultura? Qualsiasi avvenimento lascia un segno nel pensiero, e il pensiero, lasciando alle spalle le ferite sanguinanti dell’azione, scrive la cultura e allo stesso tempo si inscrive nella stessa. I recenti avvenimenti, di ovvio interesse cronistico, sembrano lasciare come un pesante strascico una sorta di epifanica presa di coscienza dei mutamenti che la nostra società, il nostro modo di pensare (e di agire) stanno attraversando sull’onda della più drastica rivoluzione del nostro secolo, ciò che possiamo tranquillamente definire la “cornice di significati” del nostro momento storico: la rivoluzione mediatica.

Facciamo un passo indietro.

20 febbraio, l’infermiera 21enne Olesya Zhukovskaya viene ferita in uno scontro a fuoco a piazza Maidan a Kiev, durante gli episodi insurrezionistici avvenuti in Ucraina poche settimane fa. La stessa, ferita da un bossolo vicino alla gola e sanguinante, pubblica su Twitter una foto di se stessa commentando “Muoio”. L’agghiacciante foto dell’infermiera, nel tentativo di tamponare la ferita, dalla quale già si riversa rosso sangue a imbrattare vividamente il giaccone bianco, fa ovviamente il giro del web, suscitando le attenzioni della comunità del social e dell’internet, e suscitando le attenzioni delle alte sfere: la foto, pur nella sua apparente semplicità, sembra, a posteriori, che si possa considerare come la proverbiale “ultima goccia” (almeno dal punto di vista dell’opinione pubblica) del conflitto, terminatosi di lì a poco.

Olesya Zhukovskaya credo non avesse ben chiaro a cosa avrebbe portato il suo atto. Ma la lucidità, il coraggio (in una situazione in cui l’individuo lotta con tutte le sue forze di fronte all’agguato della morte) che le hanno permesso di compiere questo atto, in tensione fra la forza dell’abitudine e la forza dell’ideale, le hanno permesso di realizzare qualcosa di unico.

Non si può di fronte ad un tale evento non ritornare con il pensiero ad episodi della nostra recente storia che filmati e reperti fotografici hanno fatto sopravvivere all’oblio fisiologico del divenire storico: tanto per fare un esempio, il ragazzo che, immobile, statuario, sfida il carro armato nel celebre filmato di piazza Tien-An-Men. Tuttavia qui è successo qualcosa di diverso, qualcosa che si è potuto concretizzare solo nella sua dinamica fra l’immediatezza del web e lo spirito, la volontà guerriera di una patriota. Olesya Zhukovskaya non è una donna filmata in un atto eroico, come il ragazzo che lotta contro il blindato cinese: Olesya Zhukovskaya è un atto eroico, trasformatasi essa stessa, per sua stessa iniziativa, in una cosa rivoluzionaria, guadagnandosi i soliti “15 minuti di fama” in una situazione ben poco solita e soprattutto ben poco frivola o spensierata. In pochi secondi e con un tweet la nostra infermiera ucraina ha inscritto qualcosa di portentosamente rivoluzionario nel circolo semantico dell’immediatezza della rete. Ha compiuto un atto non nuovo, ma rinnovato.

Vi sono infatti delle rivoluzioni che non si fanno sulla strada o con le armi, che spesso non si fanno neanche con la consapevolezza del momento: come se fossero in differita. Così il nostro agire sembra risultare in differita a sua volta rispetto a ciò che accade sotto, quasi senza che ce ne possiamo accorgere nell’immediatezza. In effetti l’immediato è sempre un attimo dopo il presente e ciò che accade è già passato. La rivoluzione mediatica è una rivoluzione di cui giorno per giorno non abbiamo un’esperienza diretta, soprattutto non riusciamo a renderci conto della sua portata immensa: immersi come siamo in essa non abbiamo la possibilità di esperire quantitativamente i suoi caratteri, ma sono i suoi caratteri che “esperiscono”, prendono vita nelle nostre mani. Utilizzare le piattaforme social quotidianamente è ormai una prassi cui difficilmente si riesce a rinunciare, per l’ovvia ragione che il manifestarsi della nostra cultura passa inevitabilmente dalla rete e tramite la rete e con gli artefatti culturali tipici della mediaticità, caratterizzati dalla velocità, dall’immediatezza sistematica e dalla superficialità appresa (quest’ultima in accezione tecnica, per nulla moralista). Tanto che a volte neanche ci rendiamo conto della incredibile novità che ha portato Twitter, ad esempio, nel mondo della politica: promesse, aggiornamenti, piani, programmi e comizi passano ormai in competizione sul social (fino ai casi limite ma paradigmatici, come in Italia la fastidiosa storia del M5S).

Olesya Zhukovskaya ha compiuto qualcosa di veloce, immediato, superficiale: in questi caratteri mobili vi ha iscritto una atto di potenza incredibile connotato da coraggio, patriottismo e attivismo. Ha compendiato in una frazione di istante, nell’incrociarsi di strade dell’attimo, il sentimento e il paradigma sottile della modernità. In questo attimo il mondo si è svelato (sembra quasi una scena del Faust goethiano), rivelando l’ambivalenza del gesto nella sua emersione dalla struttura, dalla trama di significati che permea il nostro trascorrere la possibilità. (Il sostare ci permette di arrivare al comprendere, nel gioco dello specchio e per mezzo della scepsi, l’impercettibile gioco dialettico che è l’incedere del Tempo.)

Riagganciandoci infine al discorso iniziale, i recenti avvenimenti di cronaca non si impongono con forza solo per la loro indubbia importanza storica, ma anche e vividamente per il loro farci scoprire quanto anche i termini del conflitto e della politica, della rivoluzione e della forza abbiano assunto i caratteri dettatici dalla rivoluzione culturale che attivamente viviamo ogni giorno. Un aeroporto è occupato da 300 militari e subito il mondo lo sa e la politica estera risponde; l’Ucraina prepara le proprie forze all’avanzata dei russi  e il presidente ad interim lo posta sul social; leader europei si riuniscono per decidere il da farsi e la community ne è resa partecipe: tutto questo è senza dubbio uno dei ritratti più forti (e in parte inquietanti) della democrazia della massa (attenzione, non delle masse) nella quale viviamo  e con la quale ci confrontiamo nell’immediatezza di un click.

Internet si manifesta sempre di più nella sua dualità: come mezzo di partecipazione e come schermo della passività. La coscienza di ciò non può essere per noi che una grande opportunità per provare a pensare a noi stessi e alla nostra realtà non più in un’idealizzata fantasia neoromantica ma tramite i caratteri propri del nostro tempo. Puntare gli occhi sul mondo, sul conflitto, sulla politica potrebbe essere un momento di esercizio di questa nostra “metacognizione” di ultima generazione.

Comprendere la realtà in questi termini potrebbe essere una reale possibilità di agire concretamente sulla nostra esperienza.

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