Testo di – PILAR  PEDRINELLI

 

 

Doisneau

“Ricordo la Parigi dei berretti e delle bombette, la Parigi che si ribella, la Parigi umiliata, la Parigi bigotto-borghese, la Parigi delle puttane, ma segreta, la Parigi delle barricate e la Parigi ebbra di gioia ed ancora la Parigi delle automobili, la Parigi degli intrallazzi, la Parigi del jogging”. È così che il grande fotografo di Gentilly, periferia sud di Parigi, ricorda il teatro della sua Rolleiflex. Incarnando perfettamente la “fête mobile” di Hemingway, la capitale francese diventa mostra itinerante e dopo essersi fatta conoscere in casa propria all’Hotel de Ville e aver viaggiato in Giappone al Mitsukoshi di Tokyo e all’Isetan Museum di Kyoto finalmente giunge in Italia, prima a Roma al Palazzo delleEsposizioni e ora allo Spazio Oberdan a Milano.

Ciò che si era prefissato di perseguire in vita, a Doisneau riesce anche a quasi vent’anni dalla sua morte: l’artista tira per la manica l’uomo frettoloso e con lo sguardo perso nel vuoto per mostrargli uno spettacolo gratuito e permanente della vita quotidiana. Si tratta di una meravigliosa passeggiata tra istantanee di vita oltre il Monte Bianco. Ci si trova catapultati nei meravigliosi anni ’30, tra ballerine, Vogue, baci rubati, persone comuni, sguardi incuriositi da un mondo che sta cambiando per poi perdersi tra i mercati di Les Halles di qualche anno più tardi, in un susseguirsi di espressioni che sembrano dire “sì, il mondo è cambiato ma non come ce lo aspettavamo”. Si tratta di scatti mai invasivi, in cui c’è sempre la partecipazione attiva del soggetto fotografato. In questa mostra si ride, ci si commuove, ci s’interroga, ci si meraviglia. Sempre insieme, però, in questo triangolo Doisneau-soggetto-visitatore che rimane sempre stabile nonostante lo scorrere inesorabile del tempo.

Gran parte del merito di questo rifugio dal caos milanese va a “Fratelli Alinari”, azienda da sempre operante nel mondo della fotografia, che, assieme ad altre istituzioni ed al Comune di Milano, ha creduto nel progetto. A tal proposito ho avuto la fortuna di confrontarmi con il direttore scientifico della Fondazione Alinari, Monica Maffioli, cui ho posto alcune domande per conoscere più da vicino il meraviglioso mondo della fotografia.

 

 

Come siete giunti al progetto “Paris en libertè”, la Parigi vista attraverso gli obiettivi di Doisneau, e in che cosa consiste?

Si tratta di un progetto che la Fondazione ha avviato con la Ville de Paris da diverso tempo per presentare in Italia i grandi maestri della fotografia francese del XX secolo. Per avviare questo percorso fotografico, del quale il primo step è stato appunto la Parigi di Doisneau, sono state necessarie diverse partnership affinché vi fossero appoggi economici e finanziari per sostenere un progetto di un valore considerevole; tra le partnership svetta l’Associazione Civita, associazione con lo scopo di promuovere la cultura in Italia. Queste collaborazioni insieme ad altre congiunture favorevoli hanno fatto si che il progetto fosse promuovibile, e che si sviluppasse a crescita costante. Si spera, infatti, vi siano ulteriori sedi pronte ad ospitare la mostra dopo Milano nel corso del 2013.

La mostra è stata ideata a Parigi, come mi ha anticipato. Che cosa vuol dire allestire una mostra che è stata progettata altrove? Quali sono le difficoltà e, se vi sono, le barriere culturali che bisogna abbattere affinché il contenuto continui a essere percepito indipendentemente dal contesto in cui viene posto?

La mostra è stata ideata dall’Atelier Doisneau, con la partecipazione delle figlie del fotografo, le quali si occupano direttamente di tutto il progetto. In questo caso non vi sono state barriere culturali da superare, è la
fotografia stessa che si è incaricata di tale compito. Gli scatti di Doisneau, infatti, sono internazionali, trascendono i confini culturali. La fotografia ha in sé la capacità di essere un linguaggio universale carico di umanità comprensibile allo stesso modo da tutti, senza distinzioni geografiche o etnografiche (“you don’t need to speak the same language to understand a photo”, ndr). L’unica difficoltà è stata quella di rappresentare la mostra nelle varie sedi rimanendo fedele alla principale, pertanto la scenografia è diretta sempre dalla stessa scenografa che la accompagna in tutti gli spazi dove è presentata.

In questo periodo ci ritroviamo in una situazione instabile, con continui tagli alla cultura. Perché investire sulla fotografia in questo momento, perché crederci?

Promuovere la fotografia è la missione principale dell’azienda Alinari. Il compito si è fatto sempre più difficile e tutti coloro che operano nella cultura in Europa lo sanno. Tuttavia, continuare a promuovere la cultura è un aspetto importante non solo perché vi è sicuramente un beneficio di tipo educativo piuttosto che formativo, di scambio di culture e d’informazioni, ma anche perché, nonostante le premesse, vi è un forte ritorno economico.

I primi momenti della mostra sono stati accompagnati da una rassegna cinematografica di film ambientati nella Ville Lumière. Come mai questa scelta e da cosa nasce “Paris au cinema”?

L’iniziativa è innanzitutto merito della Fondazione Cineteca italiana di Milano che lavora con lo spazio Oberdan da molto tempo. La rassegna cinematografica è un ulteriore contributo a far rivivere e ad ambientare l’immaginario di una Parigi espressa attraverso artisti impegnati in ambito fotografico e anche cinematografico, ambiti complementari e di pari passo.

Nella mostra è presente anche “il bacio dell’Hotel de Ville”, una delle foto più famose e controverse di Doisneau. Fu realizzata per un servizio sugli innamorati a Parigi della rivista “Life” nel 1950 ma divenne famosa solo
nel 1980 grazie ad una riproduzione esasperata tra cartoline, poster e vari gadget ma soprattutto, forse, grazie alle cause giudiziarie che la videro protagonista e di cui il fotografo non vide mai l’epilogo. Il diritto alla privacy ha cambiato il modo di fotografare, costringendo gli artisti a ingaggiare attori per riprodurre scene che avrebbero voluto rubare alla realtà, ma che non potevano più fare. Questa “finzione” quanto ha inciso sulla nostra percezione? vediamo gli attori o continuiamo a sentire l’emozione?

Tutto questo viene superato dalla fotografia quando essa riesce ad andare al di là della messa in scena, costruita o meno. Solo allora non si vede più la finzione ma semplicemente il messaggio emotivo che l’immagine dà. È questo il motivo per cui essa diviene icona, molto spesso indipendentemente dalla volontà stessa di chi la fa. Per Doisneau, per esempio, quel bacio era uno dei tanti scatti, né il più rappresentativo, né il meno, semplicemente uno dei tanti tentativi di fermare il tempo. Alcune foto, al di là della loro primaria origine, si caricano di nuovi significati, talvolta più potenti, attribuiti da molteplici fattori. Sta allo spettatore soppesare determinati aspetti piuttosto che altri.

Come si può oggi stimolare l’interesse delle persone per l’arte e la fotografia in generale e come si può convincere gli artisti (fotografi e non) a continuare a trasmettere le proprie emozioni nonostante gli ostacoli che si trovano ad affrontare?

Un artista, secondo me, non può essere convinto. Il termine convincere non è applicabile con facilità al mondo della soggettività della volontà artistica. Muoversi oggi e in questo momento è un atto di fede e di propria determinazione, anche con l’auspicio di poter trovare riconoscimenti. Le istituzioni devono contribuire, al massimo delle loro possibilità, a creare degli spazi e delle sinergie che attivino e diano maggiore ossigeno a questo movimento, ma ciò che è necessario è che tale movimento sia trainante rispetto alle problematiche di tutti i giorni, anche per dare nuovi suggerimenti e nuove idee rispetto al mondo che ci circonda.

Una volta Doisneau alla domanda di Proust “Dove le piacerebbe vivere?” aveva risposto “In qualunque posto, purché non troppo lontano da quanti ridono delle stesse cose di cui rido io”, un mondo che il fotografo si è costruito. “Cercavo di mostrare un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere”.Questo mondo ora si trova allo Spazio Oberdan, non perdetevelo.

 

 

2 Risposte

  1. Pilar Pedrinelli

    COSE DA SAPERE E CONSIGLI:
    Dove: Spazio Oberdan. Viale Vittorio Veneto, 2 Milano.
    Orari: Fino al 5 maggio 2013 ogni martedì e giovedì h 10–22;
mercoledì, venerdì, sabato, domenica h 10–19.30; lunedì è giorno di chiusura.
    Biglietti: €9,00 intero; €7,50 ridotto (per minori da 6 a 18 anni e maggiori di 65 anni,
studenti fino a 25 anni, gruppi di almeno 15 persone,
titolari di apposite convenzioni e coupon); €3,50 ridotto speciale per scuole;
gratuito per i minori di 6 anni, portatori di handicap e accompagnatori, giornalisti e guide turistiche, un accompagnatore per gruppo,
due insegnanti accompagnatori per classe; € 4,50 ridotto speciale per
dipendenti e abbonati annuali ATM.
    -Audioguida della mostra, gratuita per tutti i visitatori (è veramente ben fatta, prendetela)

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  2. Bart

    Actually when someone doesn’t understand after that its up to other people that they will assist, so here it occurs.

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