Testo di – ALICE DOMINICI

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Sicuramente una mostra dal contenuto poco conosciuto, così com’è poco conosciuta dal resto della penisola l’essenza profonda della cultura napoletana, fulcro e sorgente del culto di San Gennaro e del Tesoro a lui dedicato. Sicuramente importante e in un certo senso innovativa, se non altro perché è la prima volta che i pezzi in esposizione lasciano Napoli. La sicurezza del grande potenziale della mostra, chiaramente e giustamente espressa dalla campagna di promozione che ha invaso la capitale negli ultimi mesi, fatica però ad avvolgere, oltre al contenuto, organizzazione e attenzione nei confronti del visitatore, che si ritrova troppo presto e senza un pannello di conclusione nell’area merchandising, davanti l’uscita di Palazzo Sciarra.

Quella che si prospetta essere una mostra sul culto del Santo e sull’identità napoletana si riduce, ad eccezione della mitra e della collana di San Gennaro,- i pezzi forti indubbiamente unici nel loro genere-, ad una carrellata di opere di altissima oreficeria difficilmente comprensibili nella loro importanza e valenza artistica per i visitatori meno esperti.
La mostra si apre infatti con una sala introduttiva estremamente ricca e ben organizzata: una veduta di Napoli del XVIII° secolo, la copia del busto da processione di San Gennaro, la portantina e il voto della città di Napoli al Santo rendono infatti l’importanza dello strettissimo legame tra i napoletani e San Gennaro.

Legame che si cerca di sottolineare nuovamente ma con successo decisamente più scarso nella sezione seguente: all’interno di teche troppo simili tra loro sono esposti candelabri ed oggetti votivi di incredibile manifattura, non abbastanza valorizzata a causa della totale assenza di pannelli esplicativi sulle tecniche di lavorazione, sostituiti da gigantografie in bianco e nero che rappresentano artigiani al lavoro. La peculiarità dell’artigianato e dell’oreficeria che abbiamo davanti agli occhi si può dunque solo intuire, e l’arricchimento personale che si avverte nella prima metà dell’esposizione è legato esclusivamente all’evidente bellezza delle opere esposte, peraltro così vicine l’una all’altra che non ci si rende conto della quantità di lavoro e di perizia necessari alla loro realizzazione. Un tentativo scarsamente riuscito di dare spazio all’arte orefice: il visitatore poco esperto non apprende e non comprende la magnitudine della manifattura e allo stesso tempo dimentica la prima sala e la fondamentale introduzione sull’identità del popolo napoletano.

Seconda metà. Napoli torna più imponente che mai con i pezzi forti dell’esposizione, proposti in due sale adiacenti: la prima ospita la mitra del busto da processione, che tempestata di rubini, diamanti e smeraldi è così bella da offuscare i due candelabri retrostanti – alti fino al soffitto e nascosti accanto alla parete di fondo-,e la seconda sala, ove troneggia invece la collana di San Gennaro, simbolo della mostra e incredibile collezione di gemme di ogni tipo e taglio. Disposti attorno alla teca, 7 busti – tra cui una particolarissima S.Maria egiziaca con i capelli sciolti che le coprono il seno nudo- sono usati a mo’ di cornice per la collana, pur superando in bellezza ed imponenza tutta la prima metà dell’esposizione.

Seguono poi i doni alla collezione del Tesoro da parte di monarchi italiani e stranieri, dalla dinastia dei Borboni fino ad arrivare a Umberto II di Savoia, a tentare di sottolineare come, nel corso dei secoli, la devozione a San Gennaro sia stata sinonimo di riconoscimento all’intero popolo partenopeo, riprendendo così il discorso lasciato in sospeso nella prima sala espositiva e ricordato fugacemente da un filmato proiettato lateralmente rispetto al percorso dell’esposizione (e quindi poco evidente).

Ma prima di arrivare inaspettatamente e così presto al negozio dei souvenir, c’è un ultimo aspetto fondamentale del Tesoro e della cultura religiosa napoletana da rammentare al visitatore che non avrà modo di riscontrarlo se non in un brevissimo accenno all’inizio dell’esposizione: il culto delle reliquie. Reliquie mai abbandonate a Napoli, com’è evidente dall’ancora attualissimo rito della fluidificazione del sangue del Santo, al termine della processione lungo Spaccanapoli, ogni anno, e come risulta dalla natura fortemente legata a tale culto della gran parte degli oggetti esposti: busti di santi contenenti il cuore mummificato, e lo stesso busto di San Gennaro, assieme alla mitra che lo adorna, altro non è che il contenitore del cranio del Santo.

Un enorme potenziale per un’enorme quantità di elementi nascosti: forse per questi ultimi vale comunque la pena di vedere la mostra e di cercare di cogliere, attraverso gli elementi del Tesoro, la particolarità della cultura del popolo napoletano, ricchissimo e straordinario nella sua unicità, ma troppe volte sottovalutato.

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net: http://www.mostrasangennaroroma.it/

dove? Roma, a Palazzo Sciarra

quando? fino al 16 febbraio

Biglietti:
Intero € 10
Ridotto € 8
Ridotto gruppi € 8
Scuole € 5 (ad alunno)
Famiglia € 20 (2 adulti + max 3 minori di 18 anni)

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