Testo di – GIULIA MAINO

 

Il Settembre torinese, ricco di sfumature culturali, si arricchisce quest’anno delle suggestioni macabre e sognanti  di Varvara, festival che punta tutto sulle atmosfere gotiche e disturbanti dell’ambiente artistico underground.

La fascinazione del pubblico inizia proprio dal nome di questa kermesse, ispirato ad una statua inserita nel cimitero monumentale San Pietro in Vincoli, che ospitava fino al 1700 cadaveri nobili e, poco fuori dalle mura, i dimenticati da Dio e dalla società. Questo monumento funerario, intitolato “La Velata”, raffigura una figura di donna avvolta da un lungo velo, suggerendo la sua natura di spirito. Fu dedicata alla principessa russa Barbara Belosel’skij, morta prematuramente a ventotto anni . Leggenda vuole che il suo fantasma si aggiri ancora fra le mura del cimitero ormai dismesso, portando con sé i suoi sfortunati amanti.

Gli spiritisti del tempo denominarono la principessa “Varvara”, creando un alone di mistero e spaventoso fascino attorno alla sua storia; quale soggetto migliore per un Festival che attinge a piene mani dall’immaginario esoterico e ben lontano dalle sfere celesti?

“Varvara” è nato inoltre soddisfacendo un’esigenza di sound design, in quanto gli organizzatori necessitavano un tipo di sonorità adatta alla location, ovvero il cimitero stesso. Da quest’anno, il Festival è ospitato dal CAP10100, spazio magari meno suggestivo ma ugualmente adatto ad accogliere un evento di tale portata.

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Varvara non è solo musica; quest’anno il folto gruppo di musicisti è accompagnato da un altro sguardo, che arricchisce le note di immagini seducenti, dal gusto ironicamente grotesque, virando su un’eroticità violenta ad un’esplorazione dei sensi profonda e ammaliante.

Nasce quindi “Imago”, una mostra composta di illustrazioni e fotografie che penetrano nell’inconscio e nella carne restituendo una visione distorta e drammaticamente affascinante della natura umana perfettamente in accordo con il mood di “Varvara”.

La mostra, curata da Irene Gittarelli (giovane artista torinese formatasi all’Accademia Albertina) e Fabio Ranieri, ospita numerosi artisti, principalmente d’origine sabauda.

Ci accompagnano in questo percorso di perdizione Plinio Martelli, artista complesso e controverso, attivissimo nel clima culturale italiano negli anni ’70 (espone nel ’78 alla Biennale di Venezia). Ad “Imago” Martelli regala quattro fotografie rielaborate in 3D, raffiguranti bambole e donne vere alle prese con feticismo e bondage, sfidando chi guarda a distinguere fra carne e plastica. Colpiscono l’occhio e le viscere le fotografie di Alex Gallo, in arte “Revoltmasked”, che ritraggono corpi femminili con un’esplosiva potenza erotico/distruttiva, volta a delineare una visione simbolica e intrauterina dell’esperienza umana, racchiuse da cornici artigianali che accentuano la prepotente fisicità dei suoi lavori.

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Ciò che ha più colpito chi scrive è stata la manifesta intenzione della curatrice di dedicare l’intera esposizione ad una smaccata sensibilità femminile. Sguardi e corpi di donna osservano gli spettatori dalle loro cornici, comunicando sentimenti in gabbia, dolce perdizione e una splendida libertà di giocare e disporre della propria fisicità, della quale rivendicano l’assoluta e insindacabile proprietà. L’ammiccante e delicato autoerotismo di Bianca Asmara Curti, le eteree e affascinanti dame velate di Alessia Cannova e la continua costruzione/decostruzione del corpo nelle opere delle artiste visuali e performative Sabrina Casiroli ed Ekate Inpace, trascinano chi guarda in un universo femminile ricco di sfumature ed emozioni, che non lascia scampo nemmeno all’osservatore più distratto.

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L’opera che idealmente conclude il percorso è una fotografia in bianco e  nero di una calla, che con la sua forma fragile e sinuosa evoca il candore e la virtù, suggerendo la purificazione dell’anima in seguito ad un percorso oscuro ed alienante. Il fiore, nella sua bianca semplicità, riesce a far tirare un sospiro di sollievo allo spettatore; tuttavia, il conforto non può durare a lungo. Le sensazioni disturbanti delle opere precedenti tornano a galla, tramutando i petali fotografati in un crudele scherzo ad opera degli spiriti evocati, che si prendono gioco di noi con spietata leggerezza e con un’ineffabile e deliziosa cattiveria.

La mostra sarà visitabile fino a Domenica 20, in concomitanza con i concerti del Festival. Consigliato a chi non ama prendersi sul serio e adora sconvolgersi, affascinato dai significati nascosti e pericolosi dell’esperienza umana.

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