Testo di – Pietro Scarpa

 

 

Ho letto questo libro negli ultimi tre mesi, e posso dire, senza ombra di dubbio, che è la principale esperienza di lettura della mia vita. E forse la più impegnativa: 1400 pagine, di cui circa 200 di note, riempite dall’inventiva straordinaria e intensa di David Foster Wallace di sempre nuove immagini, solo apparentemente sconnesse le une dalle altre.

Descrivere la trama di Infinite Jest è molto arduo e non gli renderebbe giustizia. Questo libro è infatti una composizione di scene e personaggi diversi, con storie diverse la cui linea di incrocio è solo accennata. L’ambientazione è Boston, Massachusset. Una Boston di un futuro alternativo, partorito dalla fantasia di Wallace nel 1996, in cui l’intrattenimento è regola, gli Stati Uniti cedono i propri territori al Canada e il problema dei rifiuti è fuori controllo. Terrorismo, spionaggio, gravi malformazioni, dipendenza da droghe, patologie mentali, depressione, rapporti famigliari insani, alcolismo, sport agonistico: questo è il catalogo di tematiche che DFW utilizza nel suo libro.

 

Il centro gravitazione del microcosmo di Infinite Jest è la collina dell’Enfield Tennis Accademy, l’ETA, l’Accademia di Tennis della famiglia Incadenza: Hal, Orin e Mario sono i tre fratelli, figli della Mami, Avril, e della Cicogna pazza, Dott. James Orin Incadenza, genio dell’oculistica, intraprendente fondatore dell’accademia e, in ultimo, regista d’avant-garde.
Ai piedi della collina si trova la Ennet House, centro di recupero per tossicodipendenti. Qui, attraverso la storia di Don Gately, ex-tossico di ansiolitici, ora divenuto dipendete del centro, DFW parla di tossicodipendenza, di alcolismo, cocainomani e della lunga via del rehab, la riabilitazione, un percorso in cui il drogato si muove cieco, trascinato dalla disperazione.

 

Il titolo del libro, Infinite Jest, è anche il titolo del film creato e diretto da James Orin Incadenza, Lui in persona, padre dei tre fratelli Incadenza, e morto suicida infilando la testa nel microonde. Hal, poco più di bambino, sarà il primo a trovare il padre, o quel che ne rimaneva. È proprio Hal il personaggio principale del romanzo, o meglio, quello attorno a cui si svolgono la maggior parte delle “scene”. Hal ha 17 anni, è un campioncino di tennis, iscritto all’accademia di famiglia, appena esploso a livello sportivo, gioca in modo molto cerebrale, da alcuni esperti del settore definito geniale. Anche lui, come il padre alcolista, Don Gately, e tanti suoi compagni, è dipendente da sostanze. Nel suo caso dalla marijuana, che è solito fumare da solo, nella sala pompe dell’Accademia. A un certo punto dovrà smettere per l’antidoping e sarà disastroso. Paradossale è che il suo tracollo avvenga nella prima scena del libro, un flash-forward di tutto quello che avverrà dopo.

 

La creazione di James Incadenza, l’Infinite Jest, lo scherzo infinito, è un video in grado di trasmettere a chiunque lo veda una forma di letale dipendenza: la scomparsa di qualsiasi bisogno naturale, come sonno e fame, che vengono sostituiti da una necessità smodata di visionare all’infinito la cassetta, fino appunto alla morte. La cassetta madre, il Master, l’unica copia riproducibile, è ciò che lega tutti i personaggi, compreso Marathe, l’agente corrotto degli Afr, les Assassins des Fauteuils Rollents, gli assassini in carrozzina, un gruppo di spietati terroristi nel nome del separatismo del Québec.

 

Tutto ciò sembra non avere senso, ed è questo quello che ci si chiede più volte durante la lettura di Infinite Jest: tutto questo ha senso? Soprattutto arrivati all’ennesimo rimando a una nota inutile (le note sono spesso necessarie, ma alcune sono talmente inutili da far pensare che siano scritte apposta per far perdere la pazienza), ci si chiede se l’autore non ci prenda in giro in modo spudorato. E, in un certo senso, forse lo fa. Il vero intrattenimento è il libro stesso, senza capo né coda, potenzialmente infinito, come il prodotto di J. O. Incadenza, e senza un vero scopo e un motivo di esistere, se non per le immagini vibranti, le riflessioni acute che colpiscono, pagine intense e sofferte, l’immaginazione fervida dell’autore che genera un gettito continuo di immagini: scene, appunto.

 

Infinite Jest non ha un senso, infatti. È solo puramente bello e crea dipendenza. Per leggerlo, per arrivare alla fine, per apprezzarlo davvero, servono costanza e determinazione, perché tante volte capita di volerlo lanciare dalla finestra e liberarsi per sempre da questo peso. Non fatelo però. Arrivate all’ultima riga dell’ultima pagina. Lo poserete per un attimo, qualche minuto, e vi passeranno attraverso la mente tante immagini. La vostra esperienza nel grande intrattenimento di Wallace è finita. Ma non vi sentirete liberi. Perché lo scherzo è infinito. Allora riaprirete il libro dalla prima pagina. E leggerete. E ci sarà qualcosa di nuovo in ogni scena, e non vi basterà mai.

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