Testo di – Stefano Y. Grassini

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E’ tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.

 

La bellezza accecante di Roma, mistico panorama di eccessi, raffinata e corrosa. Barocca e minimalista, vuota. La città eterna, il molle incedere del Tevere è paradigma della vita romana, le sue anime, religiosa, politica, intellettuale, criminale, si incontrano e scontrano da millenni in questa città d’apparenza.

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La città di θάνατος, fusione di mors, anagramma di amor. La protagonista indiscussa, il leit motiv del nuovo film di Sorrentino, è lei, la capitale dell’Impero, città santa, emblema indiscusso di un popolo afflitto dalla febbre della dolce vita. I mille frammenti de “La Grande Bellezza” sono specchio di una città malata, la lebbra consuma chiunque accarezzi le sue mollezze, donna dalle curve prorompenti, malata di Aids. I personaggi di Sorrentino sono archetipi, caricature plautine. Come non leggere negli occhi di Jep Gambardella, il solito, insostituibile, Toni Servillo, la stessa melanconia, la stessa insoddisfazione, la  medesima consapevolezza di un  Petronio Arbitro? Avvolto nella vita chiassosa e inconsistente della Roma altolocata, è l’unico che può innalzarsi su di essa, giudicarla, ripudiarla, per poi rigettarsi nelle sue fangosità, lasciarsi trascinare nei bassifondi della Cloaca senza sporcarsi. Invitato d’eccellenza, maestro di stile, da quarant’anni prepara la sua uscita dalle scene, ma continua a crogiolarsi in un mondo artefatto e inquinato, che lo ha incoronato imperatore indiscusso. Petronio prolunga la sua permanenza nel mondo dei vivi tagliandosi le vene, avvolgendole e svolgendole in bende che rallentino il fluire del sangue. Così la sua uscita di scena, obbligata, avviene lentamente, è indolore. Jep si allontana impercettibilmente per tutta la durata del film da quella che è stata la sua vita per quarant’anni: “Quando sono arrivato a Roma, a ventisei anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che si potrebbe definire “il vortice della mondanità”. Ma io non volevo essere semplicemente mondano, volevo diventare il Re dei mondani, io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”. Incontri, episodi involuti, tutto nel film è funzionale a preparare l’addio alle scene del protagonista, una lungo travaglio che darà la luce al suo secondo romanzo, La Grande Bellezza, appunto.

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Il demiurgo Sorrentino forse si immedesima in quest’uomo il cui destino è stato segnato da un profondo senso di umanità, per troppo tempo, troppo a lungo, nascosto, intossicato, violentato da un’ambizione al ribasso. Sullo sfondo, la società romana, la corte neroniana, un susseguirsi di cortigiani, automi, monadi denaturate, la fiamma vitale in loro è nata spenta, entrano già sconfitti sulla scena, disperdono volutamente lo spettatore, sovrappongono prospettive. Sorrentino traccia un saturo affresco d’ambiente, conduce sapientemente il suo pubblico sulla strada dell’estetica dell’accecamento: Henri Matisse, nel 1910, sconvolse i parigini e il collezionista Ščukin con un quadro ora conservato all’Hermitage di San Pietroburgo, La Musica. Una tela di dieci metri quadrati, raffigura cinque musici, rivolti verso lo spettatore, le cui figure rosso aragosta si stagliano bidimensionalmente su uno sfondo verde e blu, semplice e irritante. La visione d’insieme è impedita a chi la osserva, le figure dei musici catturano lo sguardo con il loro colore sgargiante, il loro stagliarsi ieratico, e d’altro canto, non si lasciano osservare singolarmente, tanto è forte il richiamo dello sfondo. Dunque figure e sfondo si annullano l’un l’altro” (Y. Bois, Arte dal 1900). Forse che Sorrentino non abbia compiuto la medesima operazione? Una visione d’insieme in effetti è impossibile, i singoli episodi sono troppo potenti, benché spesso involuti. Allo stesso modo, è inutile il tentativo di cogliere il film analizzandone i diversi frammenti, è come se, una volta ricomposti i cocci, il vaso continuasse a fare acqua. Il regista così, tra Petronio e Tacito, tra Fellini (s’intenda il Fellini de La dolce vita, il Fellini Satyricon compare in pochi squarci onirici) e Visconti, avanza dicotomicamente tra il cafonal e l’aulico, tra ricevimenti e funerali, si fa strada attraverso l’onanismo di una casta degradante, avvelenata, passando da una Serena Grandi cocainomane a suore dedite alla chirurgia estetica, a cardinali amanti della buona tavola.

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A intermittenza, quasi soffocata, appare la bellezza. In un chiostro, in una spogliarellista, in una giraffa. La bellezza della fuga, la bellezza del ricordo, la bellezza di un pazzo. L’apparente mancanza di un fil rouge all’interno del film è sinonimo di vita, quante volte annichilente nella sua insensatezza. Che la regia abbia voluto avanzare una metafora esistenzialista? Il nostro Jep non è che un altro Antoine Ronquetin? La scalata più ardua è quella che dona il sorriso, quello che si staglia là dove la bellezza è la più faticosa da raggiungere.

2 Risposte

  1. caterina

    Sono molto felice di aver trovato questo sito. Voglio ringraziarvi per il tempo che spendete, è una lettura meravigliosa! Io sicuramente mi sto godendo ogni post e ho gia’ salvato il sito tra i segnalibri per non perdermi nulla!

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  2. silvia

    Beh, che dire, ho appena lasciato un commento sul mio Blog con link a questo post… anche per ringranziare pubblicamente i visitatori del blog… grazie ragazzi!

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