Testo di – Camilla Abbruzzese

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Nella piattaforma virtuale più cliccata al mondo spopolano un gran numero di pagine di scrittori emergenti, che condividono i propri scritti con chiunque abbia la premura di cliccare un banalissimo tasto recante la scritta “Mi piace”. Si può trattare di brevi frasi, di interi scritti o di capitoli di un libro da seguire online, frutto di autori autentici che spremono le proprie meningi dietro allo schermo di un computer, diversamente da quelle pagine che propinano asetticamente le citazioni dei personaggi più disparati, barcamenandosi tra perle di saggezza di Confucio o Vin Diesel o spesso accostandoli brutalmente.

I riflettori, in questo articolo, sono puntati su chi ha il desiderio di far leggere, a tutti i visitatori di Facebook, ciò che scrive, nonostante i possibili commenti con frecciatine e critiche ingiustificate, scritti da qualcuno che è dall’altra parte del mondo e che ha deciso di sfogare in quel momento la propria frustrazione e nonostante, inoltre, il frequentissimo copia-incolla da parte di qualunquisti che non avvertono l’esigenza di citare l’autore.

D’altronde, la scrittura social è così: puoi scrivere qualcosa degno di essere notato dalle migliori case editrici e non sapere in quali mani potrebbe finire, perché potenzialmente chiunque con la semplice iscrizione al suddetto social network potrebbe utilizzarlo a tue spese, data la mancanza di copyright, soprattutto dal momento che è Facebook in primis a nascere per divulgare in diretta mondiale post e notizie.

 

Ma allora, fino a che punto si può parlare di letteratura da social network? Quali e quanti tipi di riconoscimenti si possono dare a questi scrittori virtuali?

Come in ogni cosa, la verità è dialetticamente nella sintesi tra due lati opposti ma interdipendenti, tra tesi e antitesi.

Se consideriamo la parte luccicante e splendente della medaglia, Facebook offre la possibilità a giovani (la maggior parte delle volte esordienti o dilettanti), pieni di sogni e di parole da offrire, di mostrare il proprio talento, tastando l’approvazione mediatica che possano ricevere. Perché – diciamocelo – non tutti hanno la presunzione o il super-ego di inviare un manoscritto ad una casa editrice. E dove nasce la paura di non essere abbastanza, lì si coltiva la speranza di costruirsi un gruppo di fedeli lettori in un modo immediato e quanto più sociale possibile.

Ma quanto c’è di puramente culturale in un fenomeno del genere?

Osservando la parte marcia della mela, si può notare come, in questo modo, si finisca per “socializzare” la letteratura, nell’accezione più spregevole che si possa dare a tale verbo: socializzare nel senso di ridurre scritti degni di nota ad un piano paritario a quello di qualsiasi altro post recante una frase mediocre e ordinaria. Facebook non è il luogo adatto per creare le dovute distinzioni qualitative tra quella che, potenzialmente, sganciandosi dal contesto virtuale e calandosi nel mondo reale, potrebbe definirsi letteratura, e quella che invece costituisce un insieme di frasi prive di dignità letteraria, così come è tipico dei social network.

Alla base, vi è un grande limite nell’utilizzare un tale “strumento postmoderno” per fare scrittura: si tratta pur sempre di un mondo virtuale e soprattutto di un mezzo di comunicazione di massa. E sappiamo bene come, nel momento in cui la cultura incappi nella massificazione, si abbiano risultati da “industria culturale”, da intendere nell’accezione opportunamente teorizzata da Adorno ed Horkheimer nella “Dialettica dell’Illuminismo”.

Interpretando questo concetto, potremmo dire che la cosiddetta “scrittura social” fa spiacevolmente in modo che un’eventuale letteratura di alto livello finisca in un contesto caratterizzato dalla serialità e dalla banalizzazione. Ma ancor più potremmo ricondurci all’accezione che ne dà Walter Benjamin, il quale, nella sua opera “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, individuò nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa, la “perdita dell’aura”, ovvero dell’unicità e autenticità dell’opera d’arte.

L’aura, intesa come “una sorta di sensazione, di carattere mistico o religioso in senso lato”, applicando la teoria di Benjamin al nostro caso concreto, si perde ogniqualvolta un possibile testo di un autore viene feticizzato nella democratizzazione della cultura operata da una piattaforma virtuale, che, come ben sappiamo, è per la maggior parte produttrice di cultura-spazzatura.

 

 “Le circostanze in mezzo alle quali il prodotto della riproduzione tecnica può venirsi a trovare possono lasciare intatta la consistenza intrinseca dell’opera d’arte – ma in ogni modo determinano la svalutazione del suo hic et nunc.”
(“L’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica”, Walter Benjamin, 1936)

 

Dunque sono questi i limiti che bisogna porre quando si parla di questo fenomeno attualissimo e senza precedenti. Nonostante avere successo nei social network comporti una buona presa di coscienza del proprio talento e crei in ogni modo progresso utile, trattandosi pur sempre di una forma d’arte, non bisogna dimenticare che è sempre giusto discernere e distinguere modi e tempi della sua fruizione, per non osare con parallelismi esagerati e per non confondere Dante con chi non merita questo epiteto.

 

 

 

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