Testo di – POOR YORICK

 

La libertà come curioso atto di tolleranza zero[1]

yorick

Dio non esiste e il cinema statunitense del XXI secolo fa tutto schifo[2].

Per quanto le due affermazioni siano entrambe incontrovertibilmente vere, chi sta leggendo quest’articolo sicuramente sarà a causa della seconda delle due che si schiferà o si sentirà offeso – o entrambe le cose nel caso il lettore sia un tarantiniano[3] o, come piace a me definire certe sette, un testimone di Geova del cinema.

E il punto è questo: Dio davvero non esiste, ma questa è una professione di fede al pari dell’affermare che Dio davvero esiste[4], visto e considerato che di Dio[5], così come di uno studente di filosofia con cui valga la pena parlare, non si ha esperienza.

Ma allora, se questo è il punto, perché quest’articolo si trova nella sezione cinema di Revolart? Be’, fondamentalmente perché il multiplex è una chiesa e, come in una chiesa, capisci di ritrovarti di fronte a dei coglioni[6] che non hanno la più pallida idea del motivo per cui si trovano lì. L’incoscienza, nel senso più proprio del termine, è ciò che spinge i mangia-particole ad conglomerarsi in chiesa la domenica ed è ciò che rende affollati i multiplex[7] nel weekend, ma soprattutto è l’elemento che accomoda genti con menti anestetizzate[8].

Cos’è la religione? È l’oppio dei popoli. Cos’è il cinema? È l’oppio dei popoli. Non la cocaina, perché la cocaina rinvigorisce come un film di Lav Diaz, mentre l’oppio oblia come un cartone della Pixar[9]. E il punto è questo: abbiamo bisogno di sentirci bene, la domenica, ma non perché la domenica sia un giorno di festa bensì perché soffriamo tutto il resto della settimana. Dobbiamo sentirci appagati, accomodati. Siamo dementi e deficienti. Dobbiamo sentirci appagati, accomodati.

Il cinema americano, così come la chiesa, offre un intrattenimento (guardate un po’ in che sezione è rilegato il cinema, qui su Revolart), una speranza concreta da rinnovare periodicamente, ma è una speranza idiota – demente e deficiente perché rivolta a noi dementi e deficienti. Ed ecco gli applausi, o preghiere che dir si voglia. Preghiere per un altro Hugo Cabret, preghiere per l’ennesimo Fast and furious, e questa è la prova che Dio non esiste e che il cinema statunitense del XXI secolo fa tutto schifo. Ma noi siamo dementi e deficienti, per cui ci piace affermare che il cinema statunitense del XXI secolo non faccia tutto schifo e che, anzi, ci siano degli autori davvero talentuosi, qualcuno dice addirittura rivoluzionari[10].

Lynch, Payne, Tarantino, Anderson… L’oppio dei popoli. Non la cocaina, perché la cocaina non ha un effetto rilassante, mentre l’oppio rilassa: il cinema statunitense del XXI secolo – non solo quello postmoderno, Jullier – è fun (guardate un po’ in che sezione è rilegato il cinema, qui su Revolart) e come tale accomoda, rilassa, droga. Intrattiene (guardate un po’ in che sezione è rilegato il cinema, qui su Revolart). Dalle varie saghe all’ultima pellicola della Bigelow, il cinema statunitense sembra avere quest’unica funzione e, di più, sembra essere apprezzato per quest’unica funzione, che drammaticamente esplica nel migliore dei modi, tal volta fingendo d’essere permeato di una qualche pellicola d’autorialità o, peggio, anche quando parla di catastrofi. Catastrofi che accomodano, è mai possibile che l’opulenza statunitense sia così cosciente della propria genesi satanica[11] da bramare l’autodistruzione? Affatto, perché il cinema non distrugge nulla ma diverte distruggendo, e ciò che va distrutto è finto.

In effetti, il cinema statunitense non è una macchina, non produce realtà (come invece sta facendo il cinema filippino e ha fatto quello ungherese) ma riproduce realtà che finge nel momento della loro riproduzione. È la finzione, il realismo tra virgolette di nabokoviana memoria. Non abbiamo timore, non ci sconquassa quello che accade sullo schermo perché quello che accade sullo schermo è la finzione di questa realtà qui, insomma una finta, uno scherzo, una presa in giro.

Come Dio.

E Dio, si badi, non ha niente di artistico, avrebbe potuto avere qualche capacità poietica nel caso fosse esistito, ma tra la poiesi e l’arte c’è una bella differenza, perché chi mai potrebbe ammettere che c’è qualcosa d’artistico in un mondo dove la fame è all’ordine del giorno, le guerre non cessano ed Enzo Miccio è ancora vivo? Così, nemmeno il cinema statunitense del XXI secolo riesce a farsi artistico, e anzi dal XXI secolo esso comincia a essere sempre più vicino allo schermo televisivo, il cui contraltare è uno spazio insaturo, saturato cioè da uno spettatore silente e passivo, assente e acritico, perché pagare per guardare un film di Michale Bay ha lo stesso valore etico di gettare l’auto nello stagno mentre i propri figli ci stanno dormendo dentro.

Del resto, chi sostiene che il cinema statunitense del XXI secolo possieda un che d’artistico ha la stessa credibilità della cassiera del negozio biologico che ho sotto casa, la quale si sbatte tutte la settimana per sensibilizzare la gente a un’alimentazione sana e poi la trovi il sabato sera a farsi sbattere dagli eroinomani nei cessi del Muretto. Perché Dio non esiste e il cinema statunitense del XXI secolo fa tutto schifo: Dio non esiste perché il cinema statunitense del XXI secolo fa tutto schifo… no, non è vero. Il cinema statunitense del XXI secolo non fa tutto schifo, e questo lo provano capolavori del calibro di Spring breakers, Stemple Pass, General orders no. 9. Al contrario e fuor di provocazione, il cinema statunitense del XXI secolo ha solamente imboccato una cattiva strada[12], quella dell’intrattenimento, smorzando così il divenire-rivoluzionario che lo ha caricato negli anni Sessanta e Settanta e di cui oggi si sente un così gran bisogno, come testimoniano cinematografie nazionali di ben altra caratura.

Cos’è successo? Necessitiamo davvero di paradisi artificiali che per un’ora e mezza ci estranino da quella realtà sempre più ingrata e frustrante? Vien da credere che, così come il cinema statunitense del XXI secolo ha perso realtà noi stessi vogliamo perdere realtà – questa realtà – e in qualche modo dissolverci nel solluchero estetico dell’ultimo film di Tarantino. No, nient’affatto. Siamo soltanto stanchi, anzi sfiancati, e il cinema statunitense del XXI secolo veicola questa stanchezza in seno alle major, ma ciò non significa che il cinema statunitense del XXI secolo faccia tutto schifo o che tutto sia perduto, perché qualcuno ancora si salva, è andato controcorrente e si è salvato (Korine, Benning, Persons…), e in fondo i mostri sacri (Tarantino, Lynch, Scorsese – giusto per fare dei nomi) non sono ancora tutti morti e vien da credere che la loro morte, la loro ultima opera, potrebbe sfavillare come poche altre, dati i fasti degli esordi: il fungo velenoso[13] della speranza…


[1]Perché non esiste il socialismo negli USA?

[2]Perché non esiste il socialismo negli USA?

[3]Perché non esiste il socialismo negli USA?

[4]Perché non esiste il socialismo negli USA?

[5]Perché non esiste il socialismo negli USA?

[6]Perché non esiste il socialismo negli USA?

[7]Perché non esiste il socialismo negli USA?

[8]Perché non esiste il socialismo negli USA?

[9]Perché non esiste il socialismo negli USA?

[10]Perché non esiste il socialismo negli USA?

[11]Perché non esiste il socialismo negli USA?

[12]Perché non esiste il socialismo negli USA?

[13]Perché non esiste il socialismo negli USA?

 

5 Risposte

  1. Amalassunta

    Bell’articolo. L’analisi del nostro bisogno di virtualità è giusta e già ampiamente condivisa, e sfido chiunque a confutare l’idea di arte come regime di rivoluzione permanente. Tuttavia saprai bene dell’ambiguità che è connaturata alla Forma, la quale possiede anche il potere di velare, giustificare, naturalizzare qualsiasi contenuto, e per questo ha in sé un potenziale pazzesco di conservazione. Ritengo la cosa più complessa: in tante epoche storiche l’arte ha assecondato e veicolato il potere, combattendo in sordina la propria battaglia formale contro il cancro della stilizzazione. Forse è questa l’unica rivoluzione che si può chiedere all’arte: intima, silenziosa, incompresa.

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    • poor Yorick

      Concordo, e come te non penso che sia solo un problema di forma. La forma in-forma il contenuto, questo è palese, e anch’io ritengo la questione molto più complessa. Non credo esista l’arte per l’arte, e non serve tirare fuori Gramsci per sostenere che la letteratura, così come il cinema, la scultura, la pittura, la fotografia etc., non nasca da un processo di partenogenesi ma sia in qualche modo emendata dalla situazione storica in cui nasce a tal punto da diventare emendazione di quella particolare situazione storica, dalla quale l’opera d’arte, quand’è davvero grande, svincola per appartenere a più epoche (mi viene in mente Hugo, “I miserabili”, un testo che appartiene a una precisa situazione storica ma che ancora oggi appare freschissimo e originale. Viceversa “I promessi sposi”, ad esempio). Se l’arte ha quindi in sé una certa dose storicità, o è reazionaria, e in tal caso accomoda il fruitore, o è rivoluzionaria, ma per essere rivoluzionaria l’arte non credo debba limitarsi a riprodurre la realtà, penso anzi che essa debba crearne una nuova (e in questo senso il cinema contemplativo ha dato più volte prova, vedi l’albero di Reygadas o i minutaggi di Lav Diaz), perché è davvero facile, oltre che triste e davvero privo di speranza, criticare senza proporre un’alternativa alla quale guardare. Il cinema più di qualsiasi altra forma artistica ha questa potenzialità, perché la percezione di realismo che insidia nello spettatore è ineguale a quella della letteratura, della pittura e via dicendo. La forma, quindi, vale forse più del contenuto stesso, perché il contenuto può ottemperare a una certa sensibilità o a una certa considerazione politica del regista che non non è la mia e che insomma potrebbe farmi svalutare la pellicola. Per cui sì, spesso la battaglia dell’arte è stata combattuta contro il cancro della stilizzazione, che nel caso del cinema può benissimo essere rappresentato dai film statunitensi contemporanei, però non credo che questo faccia della sua rivoluzione un che di silenzioso, di intimo e di incompreso (il primo esempio che mi salta in mente è “Il cavallo di Torino” di Tarr, che è uscito in DVD senza passare per i multisala, cosa forse che è anche da leggersi come un’appropriazione di un certo pubblico – quello dei blog, di FuoriOrario etc. – che è tutto fuorché silenzioso e che tutto non comprende eccetto la rivoluzione formale insita nel capolavoro ungherese). Al contrario, credo proprio che sia qualcosa di tuonante, perché, secondo me, la forma è davvero importante ed è, forse, l’unico piano sul quale una rivoluzione artistica, culturale e infine politica può essere attuata.

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  2. Amalassunta

    Sì, mi convinci sul punto della rivoluzione formale “tonante”. Credo che il cinema, nella sua peculiare vividezza e accessibilità, schiuda possibilità di emancipazione sconosciute in passato (non per sua grazia ma come prodotto positivo della società), e che più in generale la cultura sia l’unica speranza per qualcosa di concretamente migliore. Le contraddizioni odierne provengono probabilmente anche da questa concezione di arte (e di politica) che si cala dall’alto ad una platea inerte.

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    • poor Yorick

      Precisamente, anzi di più, perché «questa concezione di arte (e di politica) che si cala dall’alto ad una platea inerte» è insita nella coscienza culturale dell’Occidente. Ogni forma di emancipazione deriva dall’alto, e basta prendere il mito della caverna platonica, pietra angolare di ogni teoria sull’emancipazione che seguirà, per notarlo: «Non sarebbe egli [il filosofo che, dopo aver contemplato il Sole, ridicente nella caverna per liberare i compagni] allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?». C’è sempre qualcuno che si cala dall’alto, l’emancipatore è sempre trascendente tranne che in alcune eccezioni (per certi versi anche Marx rischiava di ricadere in quest’accezione, promettendo l’emancipazione ma alle sue condizioni, mentre invece, con le teorie sulla coscienza di classe etc., ha dimostrato che è il popolo a emanciparsi, che l’emancipazione proviene dunque dal basso), e secondo certo cinema fa davvero eccezione (ripeto: Béla Tarr e Lav Diaz, ma anche Lisandro Alonso, Carlos Reygadas etc.), perché il loro è un cinema che libera lo spettatore e lo fa diventare uno spettar(t)ore, un che d’attivo, cosciente, critico, al contrario del classico film statunitense.

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