Testo e Foto di – GIUSEPPE ORIGO

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english version here: http://revolart.it/into-the-other-africa-johannesburg/

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Ho sempre avuto una personale ma chiara visione del mondo umano e della società in generale basata su ideali e idee genericamente egalitari e antirazziali derivati, come in fondo ogni pensiero umano, dal mix di esperienze, istruzione e ambiente terzo nel quale mi sono formato.

La parola “razza” mi ha sempre lasciato indifferente nella sua accezione di mero significante, facendomi invece per lo più rabbrividire quando utilizzata come pretesto per creare ogni qual si voglia tipologia di gerarchizzazione umana.

Ho avuto modo di visitare il “continente nero” più volte nel corso della mia vita, tenendomi genericamente nelle più turistiche zone costiere e nelle più povere zone del centro, trovando in esse bene o male sempre quanto mi aspettassi: una situazione di povertà e arretratezza economico/sociale spesso e volentieri cavalcata e incentivata dall’opera di sfruttatori terzi economicamente interessati.

Una terra che ad ogni modo ho amato, infinitamente. Diversa ma semplice, genuina e ingenua in un ottica generale.

Spinto dal desiderio di rimpolpare il curriculum vitae e di tornare in un continente che sempre è stato capace di affascinarmi se non in certi casi rapirmi il cuore ho colto all’occasione un occasione datami da una contingenza di eventi che mi ha portato, in definitiva, a candidarmi e ad ottenere la possibilità di uno stage lavorativo a Johannesburg, in Sudafrica.

Terra nuova per me sulla quale, superbamente, fino all’ultimo ho pensato di essere in grado di avere idee e aspettative fondate, seppur vaghe, in parte sulle esperienze africane pregresse e in parte sulla celebre storia recente della nazione.

Un’ alternanza di colonizzazioni Europee dal passaggio di Buona Speranza targato Dias e De Gama in poi, un’intermittenza olandese/inglese fino alla sofferta co-dominazione dai primi del ‘900 con l’istituzionalizzazione di olandese e inglese come lingue ufficiali dell’ Unione Sudafricana.  Nel 14 nasce il boero e radicale National Party che in breve prenderà il potere del Sudafrica andando, progressivamente, a gonfiare l’importanza socio/economica/politica degli Afrikaner bianchi fino all’ufficiale investitura a guida del Governo e alla conseguente istituzionalizzazione dell’apatheid. Fino a Mandela (fuori e dentro al carcere) soprusi e indicibili violenze ai danni della popolazione nera e poi democrazia e prosperità.

No, decisamente non è andata così, perlomeno non per quanto concerne “democrazia” e “prosperità”, termini che troppo in fretta mi sono accorto esser stati scioccamente e avventatamente utilizzati dalla lontana borghesia intellettuale nostrana per etichettare un post-Mandela troppo distante e celato per esser anche solo immaginato.

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La mal gestita eredità mandeliana: un fosco FarWest socio-politico

A Johannesburg, capitale della regione del Gauteng e città più popolosa del Sudafrica (4 milioni e mezzo di abitanti), nella cittadina di Bedford vivrò e lavorerò in questi mesi.

Come molte delle frazioni borghesi della metropoli, o meglio che a intermittenza punteggiano le sterminate e poverissime baraccopoli locali concorrendo a formare il nucleo cittadino, Bedford si concretizza in un piccolo conglomerato di villette private e uffici feudalmente arroccate attorno ad un mall, unica forma possibile di Agorà qui a Jozi.

Marmi e stucchi dorati, ornamenti votati a trasmettere il più totale senso di opulenza, fasciano la totalità di queste locali prigioni per borghesi e bianchi: non i numeri sulle porte delle celle ma altisonanti scritte “Cartier”, “Louis Vuitton”, “Prada” e una marea di nomi storpiatamente “italiofoni” di ristoranti spesso di altissimo livello. Vero è che al primo impatto è cuccagna, ma poco tempo passa prima che chiunque la viva si renda conto dell’effettività del recinto che costantemente lo chiude, lo stringe, lo separa: lo isola.

Ogni abitazione, ogni ufficio, sono circondati da recinzioni elettrificate: “sono state le compagnie di assicurazioni a dirci che se non le avessimo installate non avrebbero potuto assicurarci, e hanno ragione! Qui la gente non ha nulla da perdere e i furti e le infrazioni sono all’ordine del giorno. Fidati che poi quando ti trovi un disperato armato di kalashnikov in giardino il fatto che possa rubarti qualcosa è il minore dei mani possibili…” mi spiega il mio padrone di casa.

Johannesburg  è un atollo di piccoli conglomerati di centri residenziali borghesi e uffici sparsi in una vastissima hinterland attorno al centro dei grattacieli e di downtown, quello, per intenderci, protagonista di ogni foto su google immagini alla voce “Johannesburg”. Questo cuore metropolitano in linea con quello che è lo skyline delle principali città del mondo è però solo in gran parte ormai una vuota scenografia e niente più: con la fine dell’ apartheid, infatti, i neri finalmente liberi dalle township in cui erano segregati hanno letteralmente invaso il centro della città, allora uno dei poli urbani in maggiore crescita economica del mondo, sede di banche, grosse compagnie di telecomunicazioni e assicurazioni e quant’altro.
C´erano banche, negozi eleganti, ristoranti e grandi hotel come il Sun o il Carlton nel Carlton Centre che, con i suoi cinquanta piani, è stato a lungo il più alto grattacielo africano: dall´ultimo piano, la vista spazia ancora fino alle colline artificiali fuori città, “cresciute” con gli scarti delle miniere d´oro. Nel 1986 però la Inner-city, un reticolo ortogonale di strade e grattacieli come a New York, venne dichiarata “zona grigia”, cioè legalmente abitabile sia dai bianchi che dai neri. La paura dell´arrivo dei neri fece crollare i prezzi e iniziò la fuga verso la periferia. Chiusero uffici, negozi, banche. Molti edifici, abbandonati, assunsero un aspetto spettrale.

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La city si è letteralmente svuotata, in un esodo verso le periferie, lasciando dietro di se quello che oggi è letteralmente uno scenario post-apocalittico: i palazzoni un tempo cuori pulsanti della city economica sono scheletri ultrapopolosi, adibiti ad ospitare mastodontiche case popolari, panni stesi fuori dalle finestre dal primo al 50esimo piano e nelle strade sottostanti il brulicare incessante di un colossale formicaio di popolazione nera al totale sbando, nella più totale e devastante povertà economica, organizzativa e sociale.

Sui marciapiedi fuochi di fortuna per scaldarsi o tentare di illuminare le strade, altrimenti inghiottite dalla più totale tenebra, accesi un po’ ovunque tra le pile di rifiuti.

“se passi per il centro non scendere mai dall’automobile, nemmeno se ti si mettono in mezzo alla strada, ed evitalo assolutamente durante la notte perchè la mossa più frequente è quella di buttarti una grossa pietra sotto il veicolo per rompere il motore, poi sfondarti il finestrino e poi…” è solo uno dei molti consigli datimi da amici e colleghi appena arrivato qui.

Esistono zone in città poi a cui mi è stato ulteriormente caldeggiato di non avvicinarmi neanche in auto, come la famigerata Alexandra: gigantesca township non distante dal centro e tristemente nota per il suo elevatissimo tasso di criminalità, organizzata e occasionale.

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“Se a Johannesburg devi stare bene attento alle persone che incontri per strada la minaccia più rilevante per te sarà la Polizia, pensa che i ragazzi che erano qui l’anno scorso sono stati fermati per strada da una pattuglia che, fatti loro scendere dalla macchina e bloccandoli con le mani sul cofano di questa, gli ha sfilato bellamente i portafogli dalle tasche”: un po’ a causa dell’ altissimo tasso di corruzione giudiziario/governativa qui imperante e un po’ perchè i non autoctoni sono i migliori polli da spennare, quelle che dovrebbero essere le locali forze “dell’ordine” sono oggi per l’appunto la maggiore delle minacce per i bianchi qui a Jozi ed è buona norma portare sempre con sé 200 rand in pezzi da piccolo taglio da avere pronti come “mazzetta” in caso di posti di blocco onde evitarsi spiacevoli nottate in gattabuia.

è una forma di corruzione e abuso di potere ormai assodata e alla luce del sole quaggiù: “pensa che poco tempo fa un tedesco ha filmato con una microcamera un poliziotto che, fermatolo, gli ha chiesto una mazzetta minacciando il carcere e ha poi dato il tutto ai giornali facendo scoppiare un gran casino. La cosa però si è tradotta in breve tempo in un aumento della cattiveria da parte dei poliziotti che, intimoriti dalla possibilità di essere ripresi, hanno iniziato a portare i turisti, fermati per strada con le scuse più arrangiate, direttamente in carcere con la scusa della misura cautelare. Dopo tutto quando tanto il governo, quanto i media, quanto il potere giudiziario e le forze dell’ordine sono nelle mani dell’ANP da 20 anni cosa puoi aspettarti che succeda?” mi ha spiegato un italiano qui impiegato in un’azienda locale.

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La deriva della tutela etnica: il BEE

Una delle cause scatenanti gran parte del generico vizio economico-sociale locale è stata la china scivolosa lungo la quale è inesorabilmente precipitato il BEE dalla sua introduzione ad oggi.

Il Black Economic Empowerment (o, per l’appunto, BEE) è un programma lanciato nel 2003 dal governo sudafricano per rimediare alle ingiustizie dell’apartheid conferendo a quei gruppi (africani, coloured e indiani) che erano discriminati durante il regime una serie di privilegi economici, tra cui la preferenza data ai candidati che rientrano in queste categorie nell’assegnazione di posti di lavoro a parità di formazione accademica e anni di esperienza.

Sebbene in seguito a numerosissime critiche basate sull’illegittimità del tutto sia stato modificato nel 2007 nel Broad-Based Black Economic Empowerment (BBBEE) (limitantesi in pratica a regolamentare la partecipazione al capitale nell’ambito delle imprese e attenuante la sorta di “apartheid economico inverso” scaturito dalla legge del 2003), i meccanismi del BEE sono ancora più o meno palesemente presenti con un notevole peso specifico nel sistema economico e d’impresa del paese.

Ciò che negli anni è conseguito a tali piani di tutela è stato un coatto anteporre l’etnia alle effettive competenze in sede di selezione dei candidati a qualsivoglia posizione all’interno delle aziende di ogni dimensione e tipologia che qualora non adempienti al dictat del BEE si troverebbero sostanzialmente la via sbarrata in sede di appalti e finanziamenti pubblici.

Da ciò tutte le grandi aziende del territorio si son trovate negli anni costrette ad assumere lavoratori di colore per ricoprire posizioni strategiche sebbene il tasso di istruzione (e financo di alfabetizzazione) di questi sia ancora, qui, molto basso.

Ulteriore conseguenza derivata, com’è facilmente immaginabile, è stato il crescere di flussi migratori di popolazione nera istruita dagli stati confinanti al Sudafrica: molti sono i diplomati e i laureati che nei paesi vicini hanno difficoltà a trovare un inserimento stabile nel mondo del lavoro, mentre qui le aziende sono alla costante ricerca di lavoratori di colore che sappiano per lo meno leggere e scrivere… aggiungendo le diverse prospettive politico-sociali (comunque di gran lunga migliori che negli stati confinanti) l’ immigrazione è naturale conseguenza. Da questa poi un ultimo fenomeno: l’intestino neoapartheid sociale violento esploso tra i neri autoctoni nei confronti dei neri immigrati e “usurpatori” (una sorta di leghismo esasperato, per intenderci).

A questo fattore è da sommarsi poi, perchè sarebbe sciocco ricondurre a una sola deriva del BEE la maggior parte dei molti problemi socio-economici dell’ attuale Sudafrica, la grossa faida tribale che ancora oggi, talvolta sommessamente talvolta palesemente, sussiste fra le varie etnie nere: il sentimento di appartenenza all’ uno o all’altro ceppo è molto sentito, così come spesso l’ostilità nei confronti dei terzi ad esso.

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Recentemente, di preciso dal Marzo scorso, moltissimi sono stati gli episodi violenti di stampo xenofobo perpetuati dal proletariato e sottoproletariato nero sudafricano contro gli immigrati africani provenienti da Congo, Malawi, Nigeria, Zambia e Zimbabwe. Decine di morti, centinaia di feriti, ingenti perdite di proprietà private e commerciali…

Spiega Sitinga Kachpande, blogger sudafricana e ricercatrice di studi di sociologia africana:

“L’aggressione agli immigrati africani è una classica guerra tra poveri scaturita dalla maggioranza nera emarginata e incoraggiata dai poteri forti. Il proletariato e il sottoproletariato sudafricano sono vittime dell’incapacità di individuare i reali responsabili delle loro misere vite. Individuando come rei gli immigrati africani viene distolta l’attenzione dal governo dell’African National Congress, dalla borghesia nera a esso collegato e sopratutto dalle multinazionali boere bianche. I veri responsabili delle enormi diseguaglianze sociali e dei conflitti nel paese. Vere e proprie bombe a orologeria che rischiano di far implodere il Sudafrica. L’ondata di xenofobia e violenze è la diretta conseguenza della decisione del ANC di applicare le teorie neo liberali per governare il Paese e rafforzare lo sviluppo economico.
L’origine del problema risiede nel nuovo ordine mondiale creato dall’agenda neo liberalistica che privilegia l’individualismo, i profitti e le multinazionali rispetto allo sviluppo collettivo e sociale. Vent’anni dopo l’Apartheid la nuova classe politica sudafricana continua a riprodurre gli stessi meccanismi e strutture di oppressione che sono stati i motivi principali della sua lotta di liberazione”.

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Qualcosa però si muove

Se c’è una cosa che però, a discapito di tutto, ho imparato qui in queste settimane, e che spero possa essere motto animane la mia vita qui nei prossimi mesi, è che è fondamentale non lasciare che i racconti e le fobie, sebbene queste siano dopo tutto giustificabili, inducano alla clausura cautelare.

I rischi e i potenziali pericoli ci sono, è innegabile, ma con alcuni semplici accorgimenti è facile evitarli e avere modo di godere di una città che, specie nella sua parte giovane e cosmopolita, ha deciso di non piegarsi a corruzione, miseria morale, mafia e violenza.

Grazie anche alla presenza di importanti istituzioni accademiche internazionali presenti nell’ area metropolitana (una su tutte la Wits University, terza università più antica del Sudafrica, con 28mila studenti e 3.200 membri di facoltà) Johannesburg è una città con una discreta presenza giovane, ed è questa che, come spesso accade, si sta facendo veicolo di un sostenuto tentativo di rinascita urbana.

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Molti sono i nuovi centri d’aggregazione culturale, i club, le sale da concerti, gli appuntamenti artistici periodici, i mercati che si possono oggi visitare in giro per la capitale del Gauteng senza correre rischi differenti da quelli possibili in ogni altra metropoli del mondo: la metropoli SudAfricana, per anni una delle metropoli capitali mondiali del crimine, sta oggi cercando di cambiare volto, di risorgere per sua stessa volontà e diventare un’effettiva capitale cosmopolita del mondo del terzo millennio.

Johannesburg è a parer mio una città affascinante che vale la pena avere il coraggio di scoprire a discapito dei timori, capace di regalare emozioni molto forti e nel contempo uniche, che solo in questo contesto avrei mai potuto provare.

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Nel corso del tempo che trascorrerò qui cercherò di esplorare la capitale del Gauteng alla ricerca di posti unici al mondo e di raccoglierli qui tra le pagine di Revolart.

2 Risposte

  1. valentina

    Bellissimo Articolo! Ho abitato 4 anni in Joburg proprio a Bedford e questo Articolo lo descrive esattamente!! Bravo e buona Fortuna!

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  2. Asia

    Complimenti all’ autore, uno dei migliori articoli letti qui sul vostro blog e nel complesso uno dei migliori reportage trovati su Joburg. Bravissimi e grazie mille!

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