Testo di – Carlotta Belviso

Ricordo un’intervista al regista e video maker Bill Viola, che, interrogato sulle sue visionarie installazioni, finiva per confessare di voler fare della sua arte un lascito per quanti verranno. C’è un qualcosa di oscuro, di primordiale forse, nel nostro ostinarci a voler lasciare su questa terra una traccia, un segno, che parli di noi oltre il tempo. Poco importa se a preoccuparsene siano scrittori o scienziati, politici o commedianti, padri o madri, la ricerca dell’eredità ci tocca ancora nel profondo, ieri come oggi. C’è chi insegue l’eternità nell’imperitura gloria del poeta (come direbbe Ovidio), chi nel potere, chi nella famiglia: l’importante è lasciare il segno.

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Il maestro del cinema giapponese Yasujiro Ozu fece incidere un segno sulla sua lapide, un antico ideogramma cinese: Mu, il vuoto, il nulla. Lo racconta Wim Wenders, nel suo documentario-capolavoro Tokio-Ga, un’illuminante testimonianza sul lascito di Ozu alla sua terra. Nel suo viaggio Wenders dubitava di ritrovare nella caotica modernità della Tokio degli anni ottanta, la purezza della verità sacra e ordinata che Ozu, con la sua opera, aveva difeso.

È davvero impossibile, si chiedeva Wenders, trovare immagini reali in questo Giappone (e noi potremmo aggiunger in questo mondo)? E’ vero, potremmo noi domandarci, che questa modernità è così liquida da aver affogato l’autenticità? Magari è davvero così e stiamo solo recitando una farsa. O magari così è sempre stato e quel che deve interessarci, più della decadenza dei tempi moderni, è se questa finzione ha da insegnarci qualcosa sulla realtà. In fondo, si sa, l’una non esiste senza l’altra.

È in fin dei conti la lezione di Roland Barthes: il Giappone, non solo affascinante terra della rappresentazione ma Impero dei Segni, luogo in cui ogni cosa rimanda a qualcos’altro in un gioco infinito, ma è al contempo ridotta alla più scarna e semplice forma. Uno strano processo di estetizzazione che, di fatto, rende la copia più perfetta dell’originale. Così nella Tokio di Wenders si gioca a golf senza campo, perché non è tanto la meta, quanto il movimento ciò che importa; il cibo è commistione, assimilazione e non dilaniamento, appare come un mosaico che, reale o fittizio che sia, va riprodotto con la medesima attenzione. Ancora, per svagarsi in qualche bar, più che a flipper si gioca a Pachinko, dove il corso della pallina può esser deviato una sola volta dalla mossa iniziale, poiché anche il più impercettibile particolare ha la dignità dell’intero. Tokio sembra come lo specchio secondo il maestro del Tao, “nulla afferrare e nulla rigettare” ma restituire un’immagine così stilizzata e perfetta da ricordarci una verità più intima e segreta: il vuoto, MU.

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Nulla pare spaventarci di più di quest’oblio, di questo non-senso. Ci sentiamo, al sol pensarci, come il protagonista di “Nel Segno della Pecora” di Haruki Murakami, costretti a uscire dalla nostra monotona mediocrità per cercare una pecora che non esiste. Insomma perché tentare se l’impresa è impossibile? Perché, forse, sappiamo anche noi come gli stessi protagonisti di Murakami che la bellezza di questa vita, il suo senso, il motivo per cui l’amiamo è intorno a noi: nel mare, come nei prati, nelle orecchie di una ragazza e, persino, nella schiuma da barba. Sembra che questo horror vacui e la nostra tanto anelata eternità qualcosa ce la stanno negando, ci stanno privando della gioia dell’adesso.

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Alla fine viene in mente “Le vent se lève”, l’ultima opera di un altro maestro del cinema giapponese, Hayao Miyazaki, con cui il regista ha dichiarato di voler abbandonare il grande schermo. Un film sui sogni e le utopie, un romanzo di formazione che, come una melodia, incanta e commuove, prendendo spunto dalla biografia dell’ingegnere Jiro Horikoshi, progettista degli Zero, i terribili aerei dei Kamikaze, e intrecciandola al romanzo di Tatsuo Hori (1936) “Si alza il vento”, già riadattato da Miyazaki nel manga “Kaze Tachinu”. Jiro ha un sogno, come l’abbiamo, o l’abbiamo avuto, tutti: vuole volare. E non può. Affetto da miopia, senza poter diventar pilota, dedica la sua intera vita allo studio per realizzare un giorno il suo aeroplano, quell’oggetto bellissimo e mostruoso con cui l’uomo, dai tempi di Icaro, sfida il dio. Per Jiro è questo l’aeroplano: l’aspirazione, il senso, la sua eredità, il segno del suo passaggio. Ma, lo Zero, la sua creatura, sarà ricordato dalla Storia non per aver donato all’uomo il cielo, ma per aver distrutto la terra. È quest’incontrollabile libertà persino dal creatore, ed è quest’ambizione logorante, il prezzo da pagare per la più grande abilità dell’uomo, la possibilità di creare, di lasciare qualcosa che, da noi generato, da noi si separa, resistendo oltre il tempo.

Miyazaki con questo lascito, che ci parla in realtà del lascito stesso, svela come l’eredità, da noi tanto anelata, sia al contempo la più nobile delle aspirazioni e la più bassa delle ambizioni. Jiro perde tutto, amore, affetto, giovinezza e di quel sogno, nato dalla paura del vuoto, forse non resta che il MU, un nulla ancora più grande. Così, per un istante, anche a noi sembra che tutto ciò che sia rimasto della nostra grande opera sia solo un vuoto incolmabile.

“S’alza il vento, bisogna tentare di vivere” è il verso di Paul Valéry da cui prende spunto il titolo dell’opera di Miyazaki. Il vento muta, si ribella, trascina con sé ogni cosa, persino il nostro tempo, e in fondo non possiamo in nessun modo fermarlo. Tutto ciò che possiamo fare è lasciarci andare e volare con lui, solo così potremo scoprire che, più che in un’impronta su questa terra, il nostro ricordo vive nel soffio del vento e aspetta, paziente, che qualcuno lo ascolti. Del resto, come Bob Dylan suonava, “the Answer is Blowing in the Wind”.

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