Testo di – GIULIA CUCARI

 

Decima opera della scrittrice giapponese, “Honeymoon” sembra essere una semplice storia breve (il libro supera di poco le 100 pagine) su una giovane coppia e le sue peripezie; ma grattando via la patina di apparenza, questo piccolo gioiello va a toccare molteplici temi ben più complessi, primo fra tutti il rapporto fra l’uomo e la natura: Manaka, la protagonista, ci dice fin dall’inizio quanto abbia sempre amato osservare i cambiamenti del mondo e lo scorrere del tempo nel suo giardino, all’ombra di una camelia o sdraiata sul prato. È lì che trascorre il suo tempo libero fin dall’infanzia e dove le sue riflessioni prendono vita, e, soprattutto, è il posto in cui comincia la sua vita con Hiroshi, il timido e taciturno bambino che vive di fianco casa sua. I due si conoscono da quando erano piccoli e stringono gradualmente un rapporto profondo, nonostante siano diametralmente opposti sotto ogni aspetto: la dualità che si crea grazie alla loro diversità è riscontrabile non solo sul mero piano caratteriale, ma anche nello stile delle loro case e in particolar modo nelle loro famiglie e nel rapporto che hanno con esse. A veicolare le vicende della storia è proprio quest’ultimo elemento:

Hiroshi, cupo e incline alle crisi di pianto, è cresciuto col nonno dopo che i suoi genitori lo hanno abbandonato per seguire una macabra setta religiosa negli Stati Uniti, non sembra nutrire alcun sentimento nei loro confronti e anzi evita il più possibile di averci anche solo lontanamente a che fare, al punto che alla notizia del suicidio del padre non versa una sola lacrima. È invece la morte del nonno a sconvolgere totalmente la sua esistenza, dal momento che egli ne rappresentava la stabilità, seppur precaria. Per tutto questo tempo, Hiroshi ha avuto al suo fianco la fidanzata Manaka, con la quale si è sposato a diciott’anni e vive una relazione pigra e monotona ma sulla quale nessuno dei due ha nulla da ridire. Manaka, al contrario di Hiroshi, vive in una moderna casa prefabbricata e conosce l’amore e il calore di una famiglia, nonostante la madre naturale si sia trasferita in Australia quando lei era ancora piccola e suo padre avesse già conosciuto la sua futura e attuale compagna.

Paradossalmente, le uniche situazioni che spazzano via l’apatia della coppia sono prettamente negative: la morte di Olive, la cagnolina con cui trascorrevano la maggior parte del loro tempo, la richiesta del padre di Hiroshi di raggiungerlo in California e la morte del nonno del ragazzo. È proprio in seguito a quest’ultimo avvenimento che i due, ripulendo la casa, si ritrovano ad affrontare il fantasma che da sempre tormenta Hiroshi: in una stanza, intonso, si trova l’altare che i suoi genitori avevano allestito per la loro setta. Nonostante questo venga smantellato, la vita di Hiroshi rimane ostinatamente segnata da qualcosa che Manaka ancora non riesce ad identificare; finchè, di punto in bianco, il ragazzo le propone di fare un viaggio insieme, lontano, una sorta di seconda luna di miele, e sotto consiglio decidono di raggiungere la madre naturale di Manaka a Brisbane. Qui, affacciati sul mare ed immersi in una realtà a loro sconosciuta, i due ragazzi vedono completamente ribaltata la loro visione della vita e, complici il paesaggio e l’atmosfera, riescono a liberarsi di un peso che ha gravato su di loro una vita intera.

In “Honeymoon”, Yoshimoto rende vere protagoniste la natura e le emozioni, più che gli esseri umani: al giardino di Manaka sono dedicate le parole più belle e poetiche, così come i paesaggi australiani e la meraviglia della coppia di fronte al mare tanto diverso da quello giapponese. Mentre la serenità di Manaka nel ritrovarsi nel suo angolo di paradiso casalingo viene descritta minuziosamente, raccontandoci quanto ami sentirsi un tutt’uno col prato mentre studia le nuvole e le forme che assumono, l’angoscia e il vuoto di Hiroshi vengono trattati nel modo più semplice ma migliore possibile: l’autrice si limita a dargli una voce, lasciandoci intendere in che condizione verta grazie a cosa dice e a come lo dice, invece di fargli una sorta di dettagliato profilo psicologico.

L’approccio di Hiroshi e Manaka alle situazioni in cui si trovano sono tipici dell’innocenza e dell’amore più puro, rimarcati, nell’ambito della loro relazione, dal fatto che la loro intimità oltre ad essere rara è solo vagamente accennata. Non vediamo passione in loro, ma solo la fatica nell’andare avanti e un affetto a dir poco poetico. Nonostante Hiroshi sembri il solo ad aver bisogno di aiuto e conforto, la storia d’amore con Manaka ci dimostra come entrambi si sorreggano l’un l’altra, ogni giorno, e come si siano sempre appartenuti fin dall’inizio.

La vita, il suicidio, la morte e la perdita delle persone a noi care sono i temi preferiti della Yoshimoto, che con questo libro ci culla fra nostalgia e poesia, tra paura e amore, affiancate dal leitmotiv della natura e della sua bellezza, eterna e ritrovabile sia negli ampi spazi australiani che nei piccoli dettagli di un prato e, meglio ancora, di una vita intera.

Infine, l’autrice sparge pillole di saggezza durante tutta la storia, offrendoci meravigliose riflessioni sulla vita, sul rapporto con essa, con la natura e con le persone che amiamo, le medesime riflessioni che i due protagonisti si ritrovano a elaborare e grazie alle quali, alla fine di tutto, troveranno il loro equilibrio e la loro pace.

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Honeymoon (Copertina)

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