Testo di – ALESSANDRO PANERAI

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Sta diventando un ritornello ormai fritto e rifritto: Italia e innovazione non vanno a braccetto – ci ripetono le istituzioni europee, il World Economic Forum (LINK1), le più quotate università internazionali (LINK2 ) – e il Paese sembra caduto in un limbo di progressiva decadenza, che ci vedrebbe condannati a diventare presto un paese del terzo mondo. L’ultimo “Innovation Union Scoreboard” della Commissione Europea (LINK3) non lascia scampo: in quanto ad innovazione l’Italia arranca nei confronti delle altre nazioni europee, é l’ultima nel G7 (sempre che questa sigla abbia ancora senso…), e solo Piemonte, Friuli ed Emilia sembrano reggere il passo. La classifica, che prende in considerazione gli indicatori più vari, dalle spese in R&D al numeri di studenti con dottorato, ci relega al rango di “modesti innovatori” – etichetta coerente con quanti ci descrivono come un Paese che non solo non riesce a svilupparsi, ma sta velocemente regredendo.

Eppure queste sentenze, agli occhi accorti di chi conosce bene l’Italia, non possono che strappare una risatina. L’innovazione, infatti, sempre che possa essere misurata con dei semplici indicatori, dovrebbe anche essere accompagnata da una certa dose di creatività, ed é qui che i nostri giovani, le nostre imprese, danno il meglio di loro[1]. Una creatività che spazia a 360°, e spesso si trasmette di settore in settore, lasciandoci tra gli ultimi in spese di R&D, ma, paradossalmente, tra i primi in eccellenza. Questo articolo si limiterà a fornire qualche esempio tratto dal mondo dell’architettura e del design. Altri articoli seguiranno, a voler dimostrare che nel degrado generale in Italia cova ancora un certo fermento.

[1]    Breve inciso: la creatività é uno dei fattori che non vengono presi in considerazione nel calcolo del PIL, e la sua ricerca e valorizzazione sono quindi disincentivati dall’attuale modello economico dominante (salvo nei casi in cui si possa già puntare ad un “consumo esperienziale”) : LINK5

Partiamo da Carlo Ratti, e dalla sua ultima trovata: il Local Warming. Ratti, per chi non lo sapesse, é il direttore del MIT Senseable City Lab (http://senseable.mit.edu/), ovvero, tanto per rimanere in tema, il più innovativo laboratorio della scuola più innovativa del mondo, quello cioé che si occupa di smart cities, uno dei temi più caldi del momento. Il CV (LINKCV) di Ratti é sconfinato, ma il Local Warming ne é certamente una delle punte di diamante. “ Put the heat where the people are”, questo l’obiettivo del progetto, motivato dal fatto che un’enorme quantità di energia finisce sprecata ogni giorno per riscaldare (o raffreddare) spazi lasciati vuoti, come gli uffici durante la notte, o le nostre case mentre siamo fuori. Ci verranno alla mente le stufe a gas della vecchia URSS, quando la gente apriva le finestre per raffreddare case rese invivibili dal riscaldamento sempre in funzione, ma ancora nel 2014 il 20% del consumo energetico negli Stati Uniti é legato agli edifici commerciali. Il Local Warming puo’ essere la soluzione: si tratta di un sistema di sensori di movimento che lavorano in modo del tutto autonomo, e “sparano” raggi infrarossi localizzati e ad alta intensità, che seguono le persone nei loro spostamenti all’interno di uno spazio, garantendo loro calore e evitando gli sprechi. Non per nulla lo stesso nome – “Local Warming” – si contrappone al ben più noto “Global”, e si colloca in posizione privilegiata nella galassia dell’ erogazione sostenibile di energia. Per chi volesse provarlo in prima persona, il Local Warming é “in mostra” fino al 23 Novembre nell’ambito della Biennale di Architettura, a Venezia.

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Il Local Warming. © Carlo Ratti & Associati; MIT Senseable City Lab

Voltando pagina, e spostandoci nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, il Progetto Zero, ultima fatica di BUILDaCHANGE, merita certamente una menzione. BUILDaCHANGE (BaC) [http://www.buildachange.org/it ], é un’organizzazione non lucrativa, nata come spinoff dello studio romano FAREstudio (http://www.farestudio.it/ ) (recentemente premiato con l’European Prize for Architecture), che si pone come obiettivo quello di promuovere il benessere sociale e lo sviluppo urbano dei paesi in via di sviluppo, tramite collaborazioni con le principali ONG e istituzioni internazionali. Il Progetto Zero, che partirà presto nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, nasce come risposta ad uno dei Millennium Development Goals, quello che si pone l’obiettivo di garantire un accesso sicuro e stabile alle strutture sanitarie per coloro che ad oggi ne sono sprovvisti. E, purtroppo, sono molte le persone di cui stiamo parlando, come ci rivela la seguente infografica (e come ho potuto sperimentare in prima persona in Libano. Ne ho scritto in questo reportage che trovate qui ) :

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© BUILDaCHANGE

Il Progetto Zero mira a rispondere a quest’esigenza tramite la creazione di una serie di moduli architettonici, che vanno a formare un’”improved sanitation hub”, che comprende non solo strutture sanitarie come bagni e doccie, ma anche serbatoi d’acqua, spazi pubblici di lettura e relax, un garage per le biciclette con tanto di caricabatterie per il telefono, un sistema di raccolta dei rifiuti e dei reflui, teso al riciclo e alla produzione di fertilizzanti organici…Il tutto completamente replicabile di luogo in luogo, e personalizzabile a seconda delle esigenze della comunità. Un progetto che prevede anche un percorso di training per i beneficiari, cosi’ da insegnare loro le dovute pratiche di manutenzione, monitoraggio, e sostenibilità, nonché come garantire un accesso sicuro alle facilities e, ancora più importante, come costruire autonomamente nuovi moduli, cosi’ da creare un network virtuoso ed esportabile ovunque. Il progetto, infatti, mira ad essere completamente open source, con esperti dei vari settori liberi di contribuire per renderi i moduli ancor più efficienti e meno costosi.

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Un’ Improved Sanitation Hub. © BUILDaCHANGE

Sempre in tema di eco-sostenibilità, di RhOME for denCity (http://www.rhomefordencity.it/SDE/) abbiamo sentito abbondantemente parlare di recente, in quanto questo progetto, ideato da una squadra di ragazzi dell’Università di Roma 3 capitanata da Chiara Tonelli, si é aggiudicato il Solar Decathlon 2014, le “Olimpiadi di architettura sostenibile”. Il problema alla base del progetto é l’aumento esponenziale della popolazione mondiale da qui al 2050 (raggiungeremo i 9 miliardi, secondo l’UNFPA, il 72% dei quali vivranno in citta.), per assicurare il wellbeing della quale si stanno elaborando una miriade di progetti legati appunto alle smart cities (sulla stessa falsariga si colloca anche EXPO), onde affrontare le sfide legate all’incremento della densità abitativa e dell’inurbazione.

Il team ha progettato una casa facilmente assemblabile (ci si puo’ portare dietro in treno), costruita in legno certificato a basso impatto ambientale, con spazi reversibili che si adattano alle condizioni climatiche, in cui ogni elemento di decoro é orientato al riuso. Tutte le componenti energetiche, dal riscaldamento all’illuminazione, vengono sapientemente dosate a seconda delle esigenze del momento, e tramite un complesso sistema di controllo centralizzato. La struttura, “leggermente pesante”, come la definiscono i componenti del team, é pensata per integrarsi efficacemente in qualunque contesto urbano, puo’ essere personalizzata a seconda delle esigenze dell’utenza, e puo’ tranquillamente essere utilizzata solo temporaneamente, e spostata altrove. In tal senso, lo slogan del progetto, “pensare globalmente, agire localmente”, si attaglia perfettamente alla casa di RhOME: originariamente pensato per Roma, il progetto si puo’ adattare ovunque senza rischi o ostacoli particolari.

Video:

https://www.youtube.com/watch?v=RLxjLZotcKw

Tornando indietro nel tempo (al 2012), e spostandoci in Etiopia, troviamo “Warka Water”, progetto dello studio “Architecture and Vision” (http://www.architectureandvision.com/ ) presentato alla 13esima Biennale di Architettura. Le piccole comunità montane etiopi sono spesso costrette a percorrere lunghi tragitti per raccogliere acqua (alla meglio) potabile, il cui approvvigionamento é spesso imprevedibile e soggetto a molti rischi. Lo studio ha ideato una struttura di bambu’ (per cui 100% green), capace di raccogliere acqua dall’atmosfera per condensazione, e di fungere da contenitore di acqua potabile. La torre puo’ raccogliere fino a 100 litri di acqua al giorno, é alta 12 metri, ma puo’ essere comodamente assemblata anche dalle comunità locali, e spostata all’occorrenza.

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Fonte: Architecture and Vision. Per approfondire qui trovate il sito.

Molti altri progetti ed iniziative potrebbero essere citati (ed anzi vi invito a segnalarmeli via mail, trovate l’indirizzo in fondo alla pagina), giusto per dimostrare che l’Italia é ancora un Paese vivo, dove sono i giovani, con la loro creatività, che la stanno facendo da padroni in ambito internazionale. Se da un lato ci si deve giustamente chiedere come potrebbe essere il nostro paese senza le evidenti, troppo numerose storture che lo caratterizzano (compresa una certa gerontocrazia, anche solo di pensiero), i giovani in prima persona hanno il dovere di domandarsi come fare per poter contribuire in prima persona alla ripresa. Essi hanno il talento, le possibilità, la spregiudicatezza per riuscire. Gli esempi sopra citati dovrebbero annche dimostrare che nessun ostacolo é veramente insormontabile, che l’eccellenza l’abbiamo nel sangue, che basta un po’ di voglia per fare grandi cose.

 

All’opera, allora!

 

Per contattare l’autore commentate qui sotto o potete scrivere a: paneraialessandro@hotmail.it

 

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