Testo di — FRANCESCA BERNASCHI

 

“L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery

 

I ricci di elegante non hanno assolutamente niente: al massimo possono essere considerati il genere di creatura terreste che pare essere stata creata per poter diventare un adorabile pupazzo di stoffa.

Sono piccoli e a prenderli in mano ci si fa anche male, un po’ come se volessero dire “guardare ma non toccare, grazie!”.

E se ben ci pensate, anche fra le vostre conoscenze, più o meno approfondite che siano c’è una persona-riccio, una che devi saper come prendere, altrimenti sono guai.

Per voi stessi in primis, ma soprattutto per loro.

Lo sanno bene Paloma e Renée, che abitano nello stesso palazzo, in piani differenti che sottolineano le loro differenze economiche e di vita ma che non sono abbastanza per distanziarle anche nei pensieri, nel modo di vedere cose e persone.

Non parliamo di rapportarcisi, con le persone. Per carità: davanti alle persone è sempre e solo un bene essere un riccio. Capace che girino alla larga e ti lascino in pace.

In pace, così da poter continuare ad osservarle e stupirsi della loro banalità e superficialità; cercando un modo per poterne ridere.

Ma Paloma finge di essere ciò che non è, si adegua allo stereotipo dell’adolescente che le case di moda e quelle discografiche, senza contare gli esperti delle TV nazionali, hanno pensato per lei. Reprime il suo genio, già soffocato da una famiglia ricca e potente poco incline a capirla- e anche solo a provarci.

Poi c’è Renée, una portinaia come ce ne sono tante: trascurata, marginale, praticamente invisibile…ma se solo gli altri sapessero davvero quale grande dolore nasconde.

Se solo le persone andassero oltre le apparenze, troverebbero una donna che ama Kant, i biscotti e ha sempre più riguardo per i suoi pochi affetti che per se stessa.

E poi un giorno, dal lontano oriente comparve Monsieur Ozu.

L’eroe- o forse no- di questa storia, arriva dal Giappone e, senza volerlo, senza saperlo, eppure con grande maestria, ha fatto cadere la maschera che Renée era riuscita a portare così bene per tanti anni, che ormai le si era adattata tanto bene.

Tutti nella vita, chi più e chi meno, aspettiamo un Monsieur Ozu che con un gesto ci faccia capire che per quanto stiamo male, il nostro dolore è funzionale alla nostra persona.

Il dolore, in un certo senso, ci forgia e tira fuori il vero meglio e il vero meglio di noi: dopo aver sofferto, sofferto davvero intendo, siamo nuovi. Usciamo cambiati e torniamo al mondo con occhi diversi e una sensibilità pronta ad essere modellata un’altra volta.

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