Testo di – Leandro Bonan

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Di norma sono contrario allo sfruttamento di ricorrenze e anniversari, riguardino essi la pubblicazione di libri, la nascita degli autori o la loro morte per giustificare la scelta di parlare di Cultura. Veicola il messaggio inquietante che serva una ragione per discutere di scrittori, poeti o artisti e che non sia un argomento bello a prescindere, che non necessiti di motivazione. Avrei potuto quindi dirvi che dedico un articolo a Francis Scott Fitzgerald perché proprio quest’anno cade il 118° anniversario della sua nascita, il 74° della sua scomparsa o l’89° compleanno del suo libro più noto, Il Grande Gatsby, ma non vi mentirò: scrivo di Fitzgerald perché ne ho voglia.

Scrivo di Fitzgerald perché ritengo che la sua profetica coscienza che la società degli anni Venti fosse profondamente guasta sia un buon modo di interpretare la crisi che stiamo faticosamente e lentamente attraversando e perché la sua vita, così piena e drammatica, sia interessante almeno quanto i suoi romanzi. Non per nulla numerosissimi sono i riferimenti autobiografici che compaiono, in modo più o meno palese, nei suoi lavori.

Ma procediamo con ordine: Francis Scott Fitzgerald viene catapultato improvvisamente nella cerchia degli autori ricchi e influenti già da giovanissimo, ad appena ventitré anni, dopo aver pubblicato Di qua del Paradiso, il suo debutto letterario, nel 1920. Con una maturità incredibile per la sua età e anticipando di quasi un decennio la tremenda Crisi del ’29, Fitzgerald dà voce al suo disagio nei confronti di una società fondamentalmente corrotta, in cui la ricerca della felicità espressa dai Padri Costituenti è stata via via sostituita dalla ricerca di potere e ricchezza. Egli sente il bisogno di dare voce non solo ai suoi turbamenti ma a quelli di un’intera generazione che, cresciuta tra i fasti della Fin de Siècle, si ritrova scaraventata in un mondo ostile e crudele ed è costretta a conoscere la Guerra Mondiale, perdendo le illusioni e gli ideali. La necessità di comunicare questo smarrimento collettivo è talmente impellente che lo stesso autore si chiede, scrivendo, quale sia il modo migliore per comunicarlo, senza trovarsi una risposta. Inizia allora con una prosa estremamente raffinata, quasi stucchevole, evolvendo man mano e sperimentando, giocando con i suoi sentimenti e cercando la forma migliore per esprimerli. Ricorre allora al copione teatrale per rendere i dialoghi con maggiore pathos, inserendo addirittura le indicazioni di palcoscenico; adotta l’approccio epistolare per le riflessioni del protagonista Amory Blaine; dà voce ai suoi sogni e ai suoi desideri sotto forma di canzoni e poesie, fino alla conclusione, in cui anticipa perfino il flusso di coscienza che James Joyce farà proprio due anni più tardi, con la pubblicazione dell’Ulisse. Non ci deve stupire, quindi, se un romanzo così intenso e vario viene accolto con un entusiasmo inimmaginabile dal pubblico: dall’essere un pubblicitario che si dilettava a scrivere racconti su periodici a bassa tiratura, Fitzgerald si trova a diventare ricchissimo e amatissimo dal pubblico e pochi giorni dopo la pubblicazione del romanzo ha già la disponibilità di denaro che gli consente di chiedere nuovamente la mano alla bella, ricca e tormentata Zelda, che nei due anni precedenti lo aveva costantemente respinto e deriso perché non abbastanza agiato da garantirle lo stile di vita che lei desiderava.

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Il desiderio di sfarzo di Zelda e l’improvvisa ricchezza lo trasformano ben presto nel personaggio ch’egli causticamente disprezzava nei suoi romanzi: le gloriose feste descritte ne Il Grande Gatsby (1925) sono notevolmente basate su quelle che la coppia dava con costanza e Fitzgerald affronterà costantemente questa dicotomia. Lui, cantore della corruzione dei Ruggenti Anni Venti, che ne è al contempo uno dei più acclamati esponenti. Egli arriva più volte ad odiare la propria situazione e la sua prosa ne è influenzata: la fine dei suoi personaggi, quasi sempre giovani uomini idealisti e diventati ricchi in modo improvviso ma inermi ad integrarsi con il mondo di cui fanno parte (vagamente autobiografico, vero?), è progressivamente sempre più tragica. Egli li rovina, li deturpa, arriva fino ad ucciderli, quasi ad espiare la contraddizione in cui vive.

La spinta disgregante a cui è sottoposto viene acuita dalla malattia della moglie, che nel 1930 subisce il primo crollo nervoso e che incolpa il marito della sua condizione in un furente romanzo autobiografico intitolato Lasciami l’Ultimo valzer. Il marito, innamoratissimo, le risponde a tono, pubblicando forse il libro migliore della sua intera produzione letteraria, Tenera è la notte (1934). La trama è, ancora una volta, e forse più che mai, intrisa di elementi autobiografici e narra del rapporto tra uno psichiatra e la sua paziente, di cui egli si innamora, ben sapendo di quanto fragile sia la sua condizione. Egli la cura, la protegge, le dedica ogni attimo del suo tempo, circondato da personaggi che rappresentano l’archetipo della società che tanto lo disgusta: lo scrittore in crisi d’ispirazione dopo un solo romanzo di successo, che vivacchia nel lusso della sua opera prima; l’arricchito borioso, ignorante e vuoto; la giovane attrice, bella e innocente, che ben presto vende la sua innocenza allo showbiz, per soddisfare le aspettative di una madre senza scrupoli che la vuole veder calcare i palcoscenici, in una subdola forma di rivalsa nei confronti della vita che le impedì di seguire il destino che ora impone alla figlia.

Il romanzo non ebbe il successo dei predecessori perché il pessimismo di cui è intriso era inconciliabile con il fervente desiderio dell’America di lasciarsi alle spalle la Grande Depressione, di riscoprire un ottimismo che negli anni passati era scomparso. I lettori vedevano con noia un autore che ancora una volta li forzava a confrontarsi con le contraddizioni della società che essi vivevano e che titanicamente cercavano di ignorare e questo segna il declino di Fitzgerald, che cade nelle spire della depressione e dell’alcolismo.

Fitzgerald muore solo sei anni più tardi, minato dalla cirrosi epatica e il suo funerale assomiglia in modo inquietante a quello di Jay Gatsby: un feretro che sotto la pioggia si avvicina lentamente alla sepoltura, accompagnato da pochissimi amici fedeli, in sordina. L’epilogo tragico ed inevitabile di una vita indubbiamente sfarzosa e appariscente, costantemente piena di conoscenze approssimative ed interessate che abbandonano il carro del vincitore appena questi inizia ad arrancare.

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Mi piace ricordare Fitzgerald con le parole con cui si conclude Di Qua del Paradiso, simbolo di una vita alla ricerca di un senso, di uno scopo, che si arrende al relativismo della società postbellica.

Non c’era Dio nel suo cuore, lo sapeva, le sue idee erano ancora in tumulto, c’era sempre il dolore del ricordo; il rimpianto per la gioventù… perduta, eppure… non avrebbe saputo dire perché la battaglia valeva la pena di essere combattuta…Tese le braccia al cielo cristallino, splendente. ‘Conosco me stesso – esclamò – ma nient’altro!

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